
Una inedita immagine dell’imperatore ispanico emerge nella storia di Santa Sinforosa ,
martire tiburtina, e dei suoi sette figli, attraverso le parole di un “cronista” cinquecentesco
di Gabriella Cetorelli Schivo

Alinari. Busto dell'imperatore Adriano. Firenze, Galleria degli Uffizi
La storiografia moderna ha spesso esaltato la figura dell’imperatore Adriano, filelleno colto e raffinato, intellettuale poliedrico, sfortunato compagno del bellissimo Antinoo, ed ancora brillante architetto e lungimirante uomo politico.
Tuttavia questo personaggio, nelle pieghe della storia minore, quella narrata dal popolo e tramandata dalle cosiddette passiones tardo antiche, restituisce di sé l’immagine di un uomo crudele e sanguinario, tenace nel perseguire i propri scopi, insensibile al grido di dolore di una madre e dei suoi sette figli, spietatamente massacrati, su suo esplicito ordine, per non aver voluto sacrificare agli dei, come viene presentato nella storia di Santa Sinforosa.
Così, poco lontano dal paesaggio di dolci armonie della natura e di superbe strutture monumentali della residenza tiburtina dell’imperatore, nella campagna romana riecheggia ancor oggi la vicenda umile e tragica di una martire, divenuta poi celebre nel territorio che la accolse in vita e in morte.
Di lei, oltre il ricordo della vicissitudine umana, che la tradizione popolare ha velato di tratti immaginari, restano i lacerti di una memoria e di una basilichetta eretta ad corpus, di volta in volta ingrandita e adornata, mano a mano che il suo culto cresceva nella devozione dei fedeli, fino a farne la imponente costruzione di cui parlano i viaggiatori settecenteschi del Grand Tour, che ancora ne colsero l’ intatto splendore.
Entriamo quindi nella storia della martire Sinforosa attraverso il racconto che ne fa, con parole proprie, un celebre cronista alla fine del Cinquecento.
"L'imperatore Adriano si era fatto fabbricare un palazzo (Villa Adriana presso Tivoli, ndr.) e voleva consacrarlo con i soliti nefandi riti pagani.

Caneva. Villa Adriana, rovine. 1852
Cominciò a chiedere con sacrifici i responsi agli idoli e ai demoni che abitano in essi e tale fu la risposta: «La vedova Sinforosa, con i suoi sette figli, ci strazia tutti i giorni invocando il suo Dio. Pertanto, se costei, con i suoi sette figli, sacrificherà secondo il nostro rito, vi promettiamo di concedervi tutto ciò che chiedete».
Adriano allora la fece imprigionare con i figli e con fare insinuante cercava di esortarli a sacrificare agli dei”.
Disse quindi l'imperatore a Santa Sinforosa: « O sacrifichi con i tuoi figli agli dei onnipotenti, o farò immolare te stessa con i figli tuoi».
Sinforosa rispose: «I tuoi dei non possono accettarmi in sacrificio, ma se sarò immolata avrò la potenza d'incenerire i tuoi demoni».
L'imperatore Adriano la fece allora condurre al tempio di Ercole (presso Tivoli) e lì dapprima la fece percuotere, e quindi appendere per i capelli.
Vedendo tuttavia che in nessun modo e con nessuna minaccia riusciva a farla deviare dal suo proposito, le fece legare una pietra al collo e la fece affogare nel fiume (Aniene).
Il fratello Eugenio, che ricopriva una carica presso la curia di Tivoli, raccolse il suo corpo e lo fece seppellire alla periferia di quella città. Il giorno seguente, l'imperatore Adriano fece chiamare alla sua presenza, contemporaneamente, tutti i sette figli di lei.
Quando vide che in nessun modo, né con le lusinghe né con le minacce riusciva a indurli a sacrificare agli dei, fece piantare sette pali intorno al tempio di Ercole e, con l'aiuto di macchine, vi fece affiggere i giovani.
Quindi li fece uccidere: Crescente, trafitto alla gola; Giuliano al petto; Nemesio al cuore; Primitivo all'ombelico; Giustino alle spalle; Stracteo al costato; Eugenio squarciato da capo a piedi. L'imperatore Adriano, recatosi il giorno dopo al tempio di Ercole, fece portare via i loro corpi e li fece gettare in una profonda fossa, in una località che i pontefici chiamarono: «Ai sette giustiziati». Dopo ciò vi fu nella persecuzione una tregua di un anno e sei mesi: in quel tempo fu data onorata sepoltura ai corpi dei martiri e furono innalzate delle tombe a coloro i cui nomi sono scritti nel libro della vita.
Il giorno natalizio di Sinforosa e dei suoi sette figli è celebrato 15 giorni prima delle calende di agosto (17 luglio).
I loro corpi riposano oggi sulla via Tiburtina, a circa otto miglia dalla città di Roma ( da F. Cardulo, Acta Symphorosae et sociorum, Roma, 1588).
Dalla Passio …
La dolorosa vicenda di Sinforosa, così tramandata, trovò larga eco nel territorio tiburtino e generò ben presto una sincera devozione negli abitanti del luogo, come attestano rilevanti fonti letterarie antiche, quali il Martirologio Geronimiano e la Passio Sanctae Sympherosae, che ricordano il luogo di deposizione del corpo della martire e dei suoi figli al IX miglio della Tiburtina. Menzionata negli itinerari medievali cum multis martyribus, le reliquie di Sinforosa vengono infatti indicate tra quelle da “visitare” nella città di Roma.
… alla Basilica maior
Questa venerazione , iniziata con la pace religiosa, come ha più volte sottolineato il Testini[1], portò come naturale conseguenza alla costruzione di un importante complesso paleocristiano che venne realizzato attraverso la costruzione da due edifici di culto di datazione e forma diversa, simmetricamente disposti rispetto al punto di tangenza delle absidi[2]. Di questi, il più antico, riferibile alla fine del III, inizi del IV sec. d.C., era costituito da una memoria triabsidata, di modeste dimensioni, all’interno della quale dovevano essere deposte le onorate spoglie. Ad esso, in un periodo posteriore che si può ascrivere tra la fine del IV e gli inizi del V secolo, venne poi aggiunta una basilica di dimensioni maggiori, atta ad accogliere la moltitudine dei seguaci della Santa. Proprio per esigenze di carattere devozionale si sentì, in tale occasione, la necessità di creare un punto di collegamento tra la basilica maior e la cella memoriae, che avvenne tramite la creazione, nelle absidi contrapposte, di una fenestrella confessionis, una piccola apertura atta a consentire ai fedeli la visione del luogo di deposizione dei martiri.
Intarsi marmorei , affreschi , suggestioni di luci ed ombre
La basilica maior, preceduta da un nartece, era un ampio edificio di m. 40 x 20 circa, diviso in tre navate scandite da una doppia fila di sei pilastri e terminante con un abside affiancata ai lati da due secretiores aedes (vani accessori). L’edificio presentava, come evidenziarono gli scavi ottocenteschi dello Stevenson, una copertura a capriata, mentre l’interno era decorato da affreschi di cui, al momento dei sondaggi, fu possibile individuare quello dell’abside a “bande e festoni”. Lungo l’abside e nel presbiterio, inoltre, vennero rinvenuti i resti di piccoli fori che hanno fatto pensare ad intarsi marmorei posti fino a tre metri dal piano del pavimento, sormontati a loro volta da una cornice di marmo situata alla base degli affreschi, che dovevano ornare anche la volta. Abside e presbiterio erano separati da transenne (plaustra) di cui sono state rinvenute le tracce di fondazione.
L’illuminazione interna era ottenuta da una serie di ampie finestre aperte lungo il muro della navata centrale, larghe m. 2,20 mentre aperture minori illuminavano le navatelle. L’area del presbiterio, invece, doveva essere priva di finestre per creare un suggestivo contrasto di luci ed ombre avvicinandosi progressivamente alle tombe venerate.
“Magnifica structura”
L’assedio longobardo del 756, che vide la devastazione della campagna romana e delle sue chiese, fu quasi certamente la causa per cui il Papa Stefano III, nel 757, fece traslare le reliquie della martire tiburtina e dei suoi figli intra moenia , presso la chiesa di S. Angelo in Pescheria, come riporta una iscrizione di piombo scoperta nel 1562 in cui si ricorda che “ hic requiescunt corpora sanctorum Symphorosae et viri sui Zotici et filiorum eius a Stephano Papa traslata”.
A tale situazione può riconnettersi l’abbandono del complesso paleocristiano e la conseguente fase di spoliazione ad esso relativa.
Abbiamo ancora notizie della basilica nel 944 in una bolla di Martino III ed in una del 991 di Papa Giovanni XV. Nel 1124 la chiesa di Santa Sinforosa è ancora menzionata come appartenente al monastero di San Ciriaco di Roma.
Nel 1585 viene ricordata da Marco Antonio Nicodemi tra le rovine del nono miglio della Tiburtina e nel 1632 il Bosio [3] riporta di aver visto i resti della basilica di Santa Sinforosa e dei suoi figli di cui “rimangono tuttavia le parietine in un fondo dè Maffei, il quale fondo oggidì ritiene ancora la denominazione da quelli Santi”.
Nel 1660 la chiesa viene ricordata come “Anticaglia” in una vignetta della mappa 429/6 del Catasto Alessandrino.
Nel 1676 nella pianta del Falda di Roma è ancora riportata la menzione di “ S. Sinforosa.
Nel 1745 la basilica è ricordata dal Vulpio [4] come “magnifica structura”.
Ancora nel 1828 viene menzionata dal Sebastiani [5] che ne descrive le solenni vestigia.
Nel 1877 lo Stevenson, dopo averne individuato i resti, chiede ed ottiene dal duca Grazioli, allora proprietario del sito, il finanziamento per gli scavi del complesso.
Ultimi interventi che hanno interessato l’area sono stati gli scavi dell’Istitute of Fine Arts di New York e dell’Accademia Americana di Roma, condotti da R.W. Stappleford nella seconda metà degli anni ‘70 del secolo scorso [6].
L’imperatore: carnefice e “vittima”
Le fonti fin qui riportate attestano la lunga fase di frequentazione del sito, che va dal periodo romano, al medioevo e ancora fino a tutto il secolo XVII, evidenziando al contempo la grande importanza rivestita dagli edifici dedicati, nei pressi di Tivoli, alla vedova Sinforosa.
Il suo culto si configurò ben presto come ingenua espressione della “psicologia popolare” nei confronti della martire, elevata a simbolo della feroce persecuzione adrianea. Negli eventi e negli ambiti così tragicamente rappresentati in agro tiburtino, il celebrato imperatore divenne allora solo il carnefice della Santa e dei suoi figli, ed ancor più la “vittima” di se stesso.
La voce del silenzio
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Ricercare i luoghi della vicenda di Sinforosa è oggi impresa difficile.
Immersi nella campagna romana in un fondo privato, interamente ricoperti da vegetazione infestante, gli esigui resti del grandioso complesso paleocristiano giacciono infatti negletti e obliati in un lento e inesorabile declinare di un lontano splendore, offuscato ormai dal silenzio dei secoli di abbandono.
Chi scrive vi si è inoltrato sulle vie della Storia.
Gabriella Cetorelli Schivo
Attuali resti della basilica di Santa Sinforosa presso l’antica Tibur
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Bibliografia:
Acta Sanctorum quotquot toto Urbe coluntur, IV, Parisiis et Romae 1863, p.367;
M. Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Roma, 1942, II , p. 1092;
J.T. Ashby, La campagna romana nell’età classica, Milano 1982;
A.Bosio, Roma sotterranea, Roma 1632, p. 401;
G. Cascioli, Bibliografia di Tivoli: codici, manoscritti, stampe. Studi e fonti per la storia della regione tiburtina, Tivoli, s.d., p. 128;
G. Cascioli, Memorie popolari dei SS. Sinforosa e figliuoli, Roma 1899;
Corpus Inscriptionum Latinarum, , XIV, 3915, Berlino 1863;
G. De Angelis d’Ossat, Antichi cimiteri della Via Tiburtina, in RAC XXV, 1949, p. 122;
Z. Mari, Tibur III, “Forma Italiae”, I, XVII, Firenze 1983,pp. 220-229;
E. Moscetti, La basilica martiriale di Santa Sinforosa al nono miglio della via Tiburtina in “Annali di Storia Tiburtina”, 1998, pp. 41-62;
F.A. Sebastiani, Viaggio a Tivoli, Foligno 1828, p. 17;
R. Stappleford, The excavation of the early christian martyrs complex of Sinforosa near Rome, Ann Arbor 1976;
E. Stevenson, Scoperta della basilica di S. Sinforosa e dei suoi sette figli al nono miglio della Via Tiburtina , Studi in Italia, Roma 1878, pp. 1- 92;
P. Testini, Le catacombe e gli antichi cimiteri cristiani in Roma, Bologna 1966, p. 179;
P. Testini, Archeologia Cristiana, Bari 1980, p.136;
R. Valentini – G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, Roma, 1940/53, II, pp. 69-70 - 80-82, 135-145;
J. R. Vulpio, Vetus Latium Profanum, Roma 1745, X, pp. 567-568.
[1]Testini, Catacombe , p. 179; Testini, Archeologia Cristiana, p.136;
[2]Mari, Tibur III,pp.220-229;
[3]Bosio, Roma sotterranea, p.401
[4]Vulpio, Vetus Latium , X, pp. 567-568 ;
[5]Sebastiani, Viaggio a Tivoli, p.17;
[6] Stappleford, Sinforosa , pp. 1-30.
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