Il viaggio lungo il Nilo, che Du Camp e Flaubert (figg. 1-2) progettano di realizzare allo scopo di perfezionare la conoscenza dell’Egitto, comprende la rapida risalita del fiume fino alla IIa cateratta (fig. 3) per poi ritornare al Cairo sfruttando la forza della corrente, non senza aver esplorato gli insediamenti archeologici disseminati sulle sue sponde. L’impresa viene continuamente rimandata per opportunità politico-diplomatiche e per motivazioni di ordine atmosferico. Infatti bisogna attendere nel palazzo di Suez (fig. 4) il rientro della principessa, suocera di Soliman Pascià (fig. 5), che verrà accolta dallo stato maggiore e dalla banda militare in alta uniforme. Il 25 gennaio arriva la carovana dei fedeli che ritornano dal pellegrinaggio alla Mecca (fig. 6), per i quali si organizza una particolare cerimonia detta del Dauseh. Infine con la fine della piena del Nilo e il ritirarsi delle acque nell’alveo anche la navigazione diventa possibile (fig. 7).
Durante l’attesa Du Camp e Flaubert trascorrono lunghe ore in compagnia di Khalil Effendi, un arabo che ha studiato in Francia, e che istruisce i due amici sulla cultura e le usanze islamiche. Spesso si incontrano con Linant Bey (fig. 8), futuro Direttore Generale dei Ponti e delle strade d’Egitto, uno dei fautori del taglio di Suez, il quale mette a loro disposizione le preziose carte dell’esploratore Edme-François Jomard (fig. 9) che aveva partecipato alla spedizione di Napoleone (fig. 10), collaborando alla realizzazione della Description de l’Égypte (figg. 11-12).
Il 6 febbraio del 1850, alle ore 14.00, Flaubert e Du Camp salpano su una canga (fig. 13), ben equipaggiati di provviste e di uomini. Questa è la prospettiva di viaggio che Flaubert stesso comunica alla madre in una lettera del 3 febbraio:
“…Partiremo per l’Alto Egitto probabilmente mercoledì prossimo; la sera della partenza dobbiamo pranzare da Soliman Pascià. La barca ci aspetterà alla porta e, dopo pranzo, se ci sarà vento partiremo. Risaliremo il Nilo il più rapidamente possibile, fermandoci solo quando mancherà il vento, il che non pare debba accadere spesso, e, al ritorno, ci fermeremo dove ci piacerà (fig. 14). La nostra canga è verniciata di azzurro, il suo rais (capitano) si chiama Ibrahim. Vi sono nove uomini d’equipaggio. Come alloggio, abbiamo una prima stanza con due divanetti l’uno di fronte all’altro. Poi una camera grande con due letti, poi una specie di ripostiglio per mettervi le nostre cose, finalmente una terza stanza dove dormirà Sassetti e che è anche il nostro magazzino. Quanto al dragomanno, dormirà sul ponte..." 1.
Il tragitto non si dimostra da subito così rapido come sperato. Dopo poche leghe un forte vento di Pentecoste, il kamsin, costringe ad una sosta forzata (fig. 15):
“…Ci mettiamo al chiuso, la sabbia scricchiola sotto i denti, i visi diventano irriconoscibili; penetra nelle nostre scatole di latta e danneggia le provviste, diventa impossibile cucinare. Il cielo è oscurato completamente, il sole non è che una macchiolina nel cielo pallido. Si alzano grandi turbini di sabbia che sferzano i fianchi della nostra dagabieh. Tutti si sono sdraiati..." 2.
Quando il tempo lo permette i marinai scendono a terra e trainano l’imbarcazione con delle funi, per ovviare al vento contrario (fig. 16). Non si possono percorrere molte leghe in questo modo, tuttavia il sistema è buono per cercare ormeggi migliori, e per consentire ai due amici di effettuare qualche battuta di caccia alle tortore, talvolta scortati da qualche ragazzo del posto, oppure seguiti addirittura da tutto il villaggio.
L’arrivo a Beni-Suêf (fig. 17) permette la visita all’oasi di Medinet el-Faiyûm (fig. 18) e al lago Moeris.
E’ una sosta breve, che serve di ristoro anche per l’equipaggio che approfitta della situazione per far salire a bordo una prostituta subito pronta ad esibirsi in un ballo sul ponte (fig. 19).
Quando il vento soffia e le doppie vele si gonfiano trascinando la canga verso Sud, la crociera diventa molto piacevole (fig. 20): Du Camp e Flaubert si accomodano sui loro divani o sul tappeto ad osservare il paesaggio che scorre lentamente davanti a loro, leggendo Omero, scrivendo lettere che spesso non avranno risposte, mangiando molto, bevendo gazzose e fumando lo chibuk (fig. 21):
“…Il tempo è bello; il sole comincia a brillare davvero; il Nilo è calmo come un fiume d’olio. Alla nostra sinistra, abbiamo tutta la catena arabica che, la sera, è violetta e azzurra (fig. 22). A destra, pianure, poi il deserto. Le rive del Nilo somigliano a quelle del mare; par d’esser piuttosto sulle spiagge dell’Oceano…c’è un silenzio assoluto, non sentiamo altro che il fluire dell’acqua. A volte, lontano, un branco di cammelli che passa. Sull’orlo del fiume, uccelli che vengono a bere, di tanto in tanto un ciuffo di palme, che circondano un villaggio le cui case sono costruite di canne e di terra (fig. 23). Quando scendiamo e vi andiamo, i bambini se la danno a gambe, per paura dei fucili; le donne si velano e volgono la testa" 3.
“… La catena arabica ci accompagna sempre a sinistra. Ora è una scogliera tagliata a picco, altre volte è tutta ondulata di collinette che grandi linee parallele di sabbia listano di grigio, come il dorso di una iena…” 4.
La natura selvaggia, vista non troppo vicino appare in un certo modo, rassicurante, si vedono stormi di aironi e gru sul fiume; qualche bufalo, sporadiche mandrie scortate da bambini (fig. 24). A bordo regna il buonumore; quando le vele sono gonfie i marinai cantano al ritmo del tarabuk (figg. 25-26), ma c’è un vecchio marinaio di nome Fergalli molto particolare:
“…Più burle gli si fanno, più gli si danno scappellotti e pugni, più si mostra soddisfatto. Qualche volta lo gettiamo perfino in acqua; allora si ride davvero (fig. 27). Gli scherzi consistono sempre nel fingere d’ammazzarlo, scorticarlo vivo, metterlo allo spiedo. Siccome è calvo, gli levano il berretto e gli danno grandi scappellotti sulla testa. Certe volte i marinai fanno le viste d’andarsi a congratulare con lui per la sua nomina a pascià, e lo acclamano con rumori di mano e di bocca; gli fanno la barba con un coltello, lo spogliano perché danzi. Giorni fa, lo hanno camuffato da donna con un velo sulla faccia e un pezzo di tela da vele per vestito. Era la sposa, si celebravano le nozze…Non c’è niente di più allegro, o per meglio dire di bambinesco, di questi uomini; un niente li abbatte, come poca cosa li diverte..." 5.
Ogni tanto si incontrano delle imbarcazioni che ridiscendono il fiume, per lo più sono inglesi. Allora vengono scambiati saluti, anche sparando in aria. Altre volte ci si rivolge solo sguardi senza dir nulla. Il grande fiume è una lunga strada che favorisce suggestioni sconosciute (fig. 28):
“…Il sole picchia a piombo sulla tenda del ponte. Il Nilo è piatto come un fiume d’acciaio. Ci sono grandi palme sulle rive…Que le Nil vagabond roule sur ses rivages! Non c’è designazione più giusta, più precisa, e, insieme più larga. E’ un fiume strambo e magnifico, che somiglia piuttosto a un Oceano che ad altro. Spiagge di sabbia si stendono a perdita d’occhio sulle sue rive, solcate dal vento come le spiagge marine (fig. 29).
Le sue proporzioni son tali che non si sa da che parte è la corrente, e spesso par d’essere chiusi in un grande lago…” 6.
Passando davanti a Gebel el-Teir (fig. 30):
“…Abbiamo goduto… uno spettacolo abbastanza nuovo. Sull’alto di una collina che domina il Nilo si trova un convento di Copti. Hanno l’abitudine, appena scorgono una canga di viaggiatori, di scendere dalla loro montagna, gettarsi in acqua e venire a nuoto a chiedervi l’elemosina. E’ un vero assalto. Vedete quei pezzi d’uomini, nudi del tutto, scendere per rocce a picco, e nuotare verso di voi a gran forza di garretti gridando con quanto fiato hanno in gola: «Bakscisc, bakscisc, Cawadja cristiani!» (fateci l’elemosina, signor cristiano).
E siccome in quel luogo vi sono molte caverne, l’eco ripete con fracasso di cannone: Cawadja, Cawadja…Gli avvoltoi e le aquile volano sulla vostra testa, l’imbarcazione fila sull’acqua colle sue due grandi vele tese. In quel momento uno dei nostri marinai (il buffone di bordo) ballava nudo una danza lasciva; per cacciar via i monaci cristiani, presentava loro il suo di dietro, mentre essi s’aggrappavano all’orlo della canga.
Gli altri marinai gridavan loro delle ingiurie in cui si ripetevano i nomi d’Allah e di Maometto. Gli uni assestavano loro bastonate, altri li sferzavano con funi; Joseph picchiava su di loro con le molle da cucina. Era un tutti insieme di scappellotti, urli e risate. Appena hanno ottenuto un po’ di danaro, se lo mettono in bocca e risalgono al loro convento per la stessa strada. Se non si somministrassero loro buone bastonate, si sarebbe assaliti da una tal folla da far capovolgere la canga…”7.
Viene effettuata una sosta ad Assiut (fig. 31), l’antica Lycopolis, per la visita alle grotte. Due giorni dopo si riprende la navigazione e il 1 marzo si cominciano ad avvistare i primi coccodrilli lungo le rive, sulla sabbia, oppure nascosti tra gli alberi (fig. 32). All’avvicinarsi della canga si immergono lentamente impassibili.
“…Alla sera gettiamo l’ancora ad Hamameh, di fronte a Denderah (fig. 33), tutto diventa grande- Palme doum: questo albero fa pensare ad un albero dipinto (fig. 34). Un boschetto folto, ai cui piedi sono seduti degli uomini vestiti di blu, che fumano la pipa. Al tramonto, la vegetazione diventa arci-verde –si entra in un’altra natura, il carattere agricolo dell’Egitto scompare- la catena arabica è rosso violacea, tutto il paesaggio è enorme. Un pescatore ci propone un coccodrillo impagliato…scavalchiamo numerosi chaduf (fig. 35) (strumento a bascula per estrarre acqua dal pozzo) per andare nel campo in cui era il coccodrillo…" 8.
La permanenza presso Dendera (figg. 36-39) e Qena è breve ma suggestiva:
“…a Qena…eravamo scesi a terra per approvvigionarci, e andavamo tranquillamente pei bazaar, col naso in aria, respirando l’odore di sandalo che circolava intorno a noi, quando capitiamo a un tratto nel quartiere delle almee…cinque o sei strade con tuguri alti quattro piedi circa, costruiti con fango grigio secco. Sulle porte, donne in piedi o sedute su stuoie. Le negre avevano vesti celesti, altre gialle, bianche, rosse, ampie vesti che ondeggiano al vento caldo (fig. 40).
Odore di spezie; e sui petti scoperti lunghe collane di piastre d’oro, in modo che, quando si muovono, tintinnano come carretti. Si avvicinano, chiamano con voci strascicate: «Cawadja, cawadja»; i denti bianchi luccicano sotto le labbra rosse e nere: i loro occhi di stagno girano come ruote in movimento (fig. 41). Sono passato e ripassato per quelle strade, dando denaro a tutte, facendomi chiamare ed attirare; mi prendevano per la vita e volevano trascinarmi nelle loro case…Bene. Ho resistito, apposta, per partito preso, per conservare la malinconia del quadro e fare che restasse impresso più profondamente in me. Sono andato via così, con un gran barbaglio che ho conservato negli occhi. Non c’è niente di più bello di quelle donne che vi chiamavano. Se avessi ceduto, un’altra immagine si sarebbe sovrapposta a quella e ne avrebbe attenuato lo splendore…”9.
Tutto sembra rimandare a qualche giorno dopo ad Esna (6 marzo, fig. 42), quando l’incontro con l’almea Kuchuk-Hânem rappresenterà per lo scrittore un ricordo intenso e indelebile:
“…ad Esna sono andato da Kuchuk-Hânem, celeberrima almea (fig. 43). Quando arrivammo da lei (erano le due del pomeriggio), ella ci aspettava, la sua confidente era venuta la mattina alla canga, scortata da un montone domestico tutto picchiettato di Henné, con una museruola di velluto nero, che la seguiva come un cane; molto strano.
Ella usciva dal bagno (fig. 44). Un gran turbante, il cui fiocco sparpagliato le ricadeva sulle larghe spalle e che aveva in alto una placca d’oro e una verde, le copriva la sommità della testa, i cui capelli, intrecciati sulla fronte in treccioline sottili, si riunivano sulla nuca; il basso del corpo era nascosto da immensi pantaloni rosa, il torso interamente nudo, coperto da un velo violetto: stava sull’alto della scala, col sole alle spalle, e appariva così in pieno sul fondo azzurro del cielo che la inquadrava. E’ una imperiale diavolessa, popputa, carnosa, con narici aperte, occhi smisurati, ginocchia magnifiche, e danzando aveva sul ventre pieghe di carne decise (fig. 45). Ha cominciato col profumarci le mani d’acqua di rose. Il suo petto mandava odore di trementina zuccherosa: sopra di esso cadeva una triplice collana d’oro.
Sono stati chiamati dei suonatori ed ha ballato (fig. 46)…La sera siamo tornati…C’erano quattro danzatrici, cantanti, almee (la parola almea significa dotta, saccente, cioè p…, ciò che prova…che in ogni paese le letterate!…). La festa è durata dalle sei alle dieci e mezzo, il tutto intramezzato di abbracci negli intermezzi (fig. 47). Due suonatori di ribeca seduti a terra non smettevano di far stridere i loro strumenti. Quando Kuchuck s’è svestita per danzare, hanno tirato loro sul naso una piega del loro turbante perché non vedessero. Questo pudore ci ha fatto spavento…Quando è venuto il momento di andar via, io son restato…”10.
Flaubert trascorrerà con lei una delle notti più appassionate, travolgenti della sua vita, qualcosa che arricchirà non solo l’uomo ma anche il romanziere; emozioni che si ritroveranno in Madame Bovary e in Salammbò (fig. 48).
Daniela Bonanome
ABBREVIAZIONI:
Flaubert, Diario = Gustave Flaubert, Viaggio in Egitto, curatore Luca Pietromarchi, Como-Pavia, ed. Ibis, 2004.
Flaubert, Epistolario = Gustave Flaubert, Viaggio in Oriente, Roma, ed. Carlo Mancosu, 1993.
1. FLAUBERT, Epistolario, p. 83, 3 febbraio 1850, lettera alla madre.
2. FLAUBERT, Diario, p. 104 s., giovedì 7 febbraio 1850, sul Nilo.
3. FLAUBERT, Epistolario, p. 86, 14 febbraio 1850, lettera alla madre.
4. FLAUBERT, Epistolario, p. 87, 3 marzo 1850, lettera alla madre.
5. FLAUBERT, Epistolario, p. 109, 22 aprile 1850, lettera alla madre.
6. FLAUBERT, Epistolario, p. 94, 13 marzo 1850, lettera a L. Bouilhet.
7. FLAUBERT, Epistolario, p. 94, 13 marzo 1850, lettera a L. Bouilhet.
8. FLAUBERT, Diario, p. 114, sabato 2 marzo, Hamameh.
9. FLAUBERT, Epistolario, p. 95, 13 marzo 1850, lettera a L. Bouilhet.
10. FLAUBERT, Epistolario, p. 95, 13 marzo 1850, lettera a L. Bouilhet.
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| Fig. 1 H. Roger Viollet |
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Fig. 2 dagherrotipo di Flaubert a 25 anni,
autore ignoto |
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| Fig. 4 Port Suez verso il 1840 |
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| Fig. 5 Mehmet Ali Pacha |
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| Fig. 7 Residuo inondazione. Foto 1901 |
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| Fig. 9 Edme-Francois Jomard |
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Fig. 11 Charles-Louis-Fleury Panckoucke.
Monuments of Egypt-1821-24 |
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| Fig. 13 Dahabieh presso isola di Zamalek, 1874 |
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| Fig. 14 Assuan e isola elefantina, D.Roberts 1839 |
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| Fig. 15 Kamsin presso la Sfinge, D.Roberts 1839 |
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| Fig. 16 Disegno di A.Edwards |
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Fig. 18 Oasi del Fayum.
Schizzo di Boudier in Maspero, Egypt II fig. 390 |
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Fig. 20 Kasr-el-Nil. Foto F.lli Zangaki 1900
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Fig. 22 Luxor, montagne libiche. D.Roberts 1839
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| Fig. 24 aratura con i bufali. F. Bonfils ca. 1880 |
Fig. 26 Gruppo di Nubiani su una imbarcazione.
Foto A.Beato, ca. 1870
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| Fig. 27 Incantatore di serpenti. 1902 ca. |
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Fig. 28 Riva sinistra del Nilo vista da Luxor
Foto B.John Greene |
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Fig. 29 Dintorni di Assiout.
Clichè Brunner-Zurich, 1901 ca. |
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| Fig. 30 Gebel Teir. Grotta di Maria. |
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Fig. 32 Nubiani catturano coccodrillo.
Foto H.Bechard ante 1878 |
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Fig. 34 Hamameh boschetto di palme doum.
Foto M. Du Camp |
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Fig. 36 Dendera tempio della dea Hator.
Foto M. Du Camp
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Fig. 38 Dendera tempio della dea Hator rilievi.
Foto M. Du Camp
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| Fig. 40 Donna del Cairo sulla porta,Gerome J.-L., 1887 |
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| Fig. 41 Donne arabe, autore ignoto |
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| Fig. 42 Esna veduta della città. Foto M. Du Camp |
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| Fig. 44 Le Bain Turc Gerome Jean Leon, 1870 |
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Fig. 46 Danzatrici, D. Roberts, 1839
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Fig. 48 Colei che accende il narghile,
Gerome Jean Leon, 1898 |
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