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| IL SERVIZIO MEDICO MILITARE PRESSO I ROMANI |
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Pubblicato il 08 aprile 2009 |
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Si sa ancora poco riguardo alla medicina militare nell'età repubblicana. Gli autori che ne testimoniano prima di Augusto, come Tito Livio, raccontano che i feriti nelle battaglie venivano portati nei villaggi nei pressi della zone di conflitto per essere curati.
Con la riforma dell'esercito di Augusto vennero introdotti i medici militari che avevano ricevuto, al contrario di quelli civili, una specifica formazione. I medici militari vengono arruolati come gli altri soldati e rimangono in servizio per circa 16 anni presso i "valetudinaria", gli antichi ospedali.
Negli accampamenti era quasi sempre presente una grande infermeria i cui resti sono stati trovati in diverse città-accampamento con a capo il "medicus castrensis", esentato da ogni altro servizio, assistito da "capsarii ", "frictores" (massaggiatori), "unguentari", "curatores operis" (addetti al servizio farmaceutico), "optiones valetudinarii" (addetti al vitto e all'amministrazione).
La cavalleria possedeva propri medici (medici alarum) così come nella marina vi erano i medici triremis. Vi era anche una gradazione dei medici militari in medicus legionaris di grado superiore al medicus coorti, ed infine il medicus ordinarii che aveva il grado corispondente a quello di centurione, ma senza un comando effettivo su i soldati.
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_-_n__11141_-_Museo_di_Napoli_-_Strumenti_di_chirurgia.jpg) |
| Giorgio Sommer (1834-1914), "Napoli - Museo Nazionale - Strumenti di chirurgia" (antico-romani, da Pompei). - Numero di catalogo: 11.141 |
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Mentre tutte le fortezze dei legionari erano provviste di ospedale (valetudinarium), in genere solo i forti ausiliari più grandi avevano questo tipo di servizio, e su scala più ridotta. Gli ospedali legionari erano costituiti da 60 stanze distribuite attorno a un cortile centrale chiuso. L’ospedale era sotto la responsabilità di un optio valetudinarii, ai cui ordini erano i medici con i loro inservienti, i medici ordinarii. Un gradino più in basso veniva il capsario (da capsa, il contenitore di bende rotonde che portavano con sé), le cui funzioni sembra siano state quelle di dare un primo soccorso ai feriti sul campo, prima di trasportarli in ospedale. In genere i medici ordinari curavano le ferite lievi, mentre quelle più gravi erano di pertinenza del medicus.
Il numero di casi da curare doveva essere veramente notevole, non solo a causa dei combattimenti, ma anche per le malattie. Moltissime delle stelae funerarie giunte fino a noi, una percentuale piccolissima rispetto al numero effettivo originale, appartenevano a uomini deceduti intorno ai 30 anni. Purtroppo le stelae non riportano le cause della morte, a meno che non capitasse in battaglia, come nell’esempio del centurione Marco Celio, ucciso in occasione del disastro di Varo nel 9 d.C.; ma non è affatto assurdo credere che molti morirono a causa di malattie relativamente comuni, mentre altri perivano di setticemia per le ferite.
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Nonostante fosse molto avanzata per quei tempi, la medicina romana non prevedeva le rigorose misure d’igiene normali al giorno d’oggi.
Le ferite procurate in battaglia erano in larga parte perforazioni e lacerazioni più o meno gravi. Il metodo di estrazione delle punte di freccia dentate richiedeva almeno due importanti procedimenti: l’uso di steli di canna spaccati, inseriti su entrambi i lati del proiettile per proteggere la carne dalle punte acuminate quando aveva luogo l’estrazione, e, nel caso di frecce dalla punta larga, l’uso di uno speciale attrezzo chiamato "la paletta di Diocle", simile a una lama, presumibilmente più largo delle punte di queste frecce conficcate, arricciato indietro verso l’estremità inferiore e con un’apertura forata attraverso la curvatura così formata.
L’estremità superiore aveva due ganci per afferrare lo strumento, che veniva inserito nella ferita e manovrato finché la punta del proiettile si incastrava nell’apertura; sia lo strumento che il proiettile venivano quindi estratti simultaneamente per mezzo dei ganci.
Altre operazioni importanti, come le amputazioni degli arti, venivano eseguite negli ospedali dei forti; la procedura, secondo Cornelio Celsio nella sua opera De Medicine, era praticamente identica a quella odierna, sebbene ovviamente non esistesse alcuna anestesia.
edicamenti erano conosciuti e largamente utilizzati per la cura di diversi disturbi: sebbene noi oggi li considereremmo poco più che rimedi erboristici, probabilmente erano, per quei tempi, ragionevolmente efficaci, sempre a patto che la diagnosi fosse esatta.
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| A fianco: Sutura di una ferita ad Enea. Da Pompei |
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In alto
Ricostruzione di un ambulatorio medico romano
A fianco
Reperti provenienti dalla "Casa del chirurgo" a Rimini, metà del III secolo
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Bisturi chirurgico, Roma 199 a.C -400 d.C.
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Naturalmente, essendo convinti credenti delle entità divine invisibili, i Romani accompagnavano l’intera cura medica con molte suppliche religiose ma, in sostanza, il loro approccio verso la difesa della salute era estremamente pratico.
L’alimentazione nei forti differiva considerevolmente dalle razioni da campo. Gli scavi intrapresi negli insediamenti militari hanno portato alla luce una gran quantità di ossa di animali e di conchiglie bivalvi, che hanno chiarito una volta per tutte come i soldati mangiassero esattamente lo stesso cibo della popolazione civile, quando non erano impegnati in operazioni militari. In campagna, come è logico aspettarsi, erano obbligati a portarsi alimenti che non si deteriorassero rapidamente; per questo motivo è stato dato credito al concetto errato che il soldato romano fosse vegetariano.
Tuttavia, non è errato ipotizzare che le razioni per le campagne fossero integrate da cibo e granaglie meno durevoli, frutto di approvvigionamenti in loco; sulla Colonna di Traiano si possono notare dei legionari che mietono il grano con falcetti durante le campagne.
Mauro Rubini e Marco Colombelli
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