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Carlo Labruzzi, villa dei Quintili sulla via Appia
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Thomas Ashby, villa dei Quintili sulla via Appia, un secolo dopo
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1. Attraverso il Grand Tour
Da sempre l’uomo ha cercato, attraverso l’immagine, di lasciare una traccia, oltre che di sé, anche di ciò che lo circondava. Dai primi graffiti tracciati sulle pareti delle caverne ai magnifici dipinti del neoclassicismo e dell’eclettismo europeo(movimenti che segnarono l’arte europea dalla seconda metà del XVIII a tutto il XIX secolo) passando, per nominare solo due momenti importanti della storia dell’arte, attraverso l’arte figurativa classica e i grandi pittori rinascimentali, da sempre, si diceva, l’uomo ha lasciato su di una superficie piana traccia delle proprie conquiste e capacità.
L’abbandono, con le prime forme di civiltà e società più evolute, dell’esclusività delle pareti come supporto per le immagini a favore di superfici come, inizialmente, legno, argilla, pietra, fibre vegetali, per poi arrivare alla tela e successivamente alla carta, permise la trasmissione, nel tempo e nello spazio, di quanto si stava osservando.
Mostrare ad altri ciò che ci circondava era quindi ora reso possibile dal disegno, o dal dipinto, che poteva essere diffuso in luoghi lontani e lasciato alle generazioni future.
Sicuramente uno dei soggetti che, nel tempo, gli artisti trovarono più stimolanti e degni di essere conservati in un’immagine fu il paesaggio e, all’interno di questo, i resti, monumentali o meno, delle civiltà del passato.
Dapprima la curiosità verso tali testimonianze, poi l’ispirazione che da queste si poteva trarre (basta pensare alla Domus Aurea di Nerone che con le sue decorazioni parietali ispirò Raffaello e con lui i più grandi pittori del Cinquecento) ed infine un sincero interesse verso il passato, che dal collezionismo antiquario portò alla nascita della scienza archeologica, fecero dunque sì che monumenti, statue ed altri reperti furono sempre più soggetto di accurate rappresentazioni grafiche.
Quella della rappresentazione dei resti archeologici divenne ben presto una specializzazione nel variegato universo artistico.

Gaspar Van Wittel, Colosseo

Jacopo Zucchi, Basilica di massenzio
Alcuni pittori ed incisori si dedicarono quasi esclusivamente a questo e l’importanza di tali immagini fu subito recepita da chi, prima per interesse antiquario e poi per motivi scientifici, si occupava di archeologia.
In Italia fu soprattutto durante l’epoca dei Grand Tour che vennero realizzate tele, incisioni, disegni particolareggiati dell’immenso patrimonio culturale che il passato mostrava e che ogni giorno restituiva in numero maggiore attraverso nuovi scavi e scoperte.
Il Grand Tour, come venne chiamato il viaggio in Italia intrapreso da nobili e ricchi borghesi dopo che l’espressione fu usata, per la prima volta, da Richard Lassels nel suo “The Voyage of Italy” del 1670, era un piacere dispendioso, riservato ai pochi dotati di mezzi ed agli intraprendenti studenti d’arte, che comportava spostamenti lunghi e disagevoli.
Ricco di imprevisti e non del tutto privo di rischi regalava, a chi vi si avventurava, lo stimolo della scoperta delle vestigia di civiltà millenarie in tempi in cui fioriva e si diffondeva l’interesse per la storia antica e l’archeologia.
Tra gli innumerevoli artisti e letterati che visitarono l’Italia si ricordano, per le loro attente raffigurazioni del paesaggio, autori come il gesuita tedesco A. Kircher (1602-1680), il quale fu ingegno veramente enciclopedico: insegnò a Roma al Collegio Romano, ove raccolse un grande museo le cui collezioni furono in seguito disperse; J. M. W. Turner (1775-1851), già elogiato come miglior paesista d’Europa, l’inglese scese in Italia più volte dal 1819 e da qui riportò in patria migliaia di schizzi che riempiono i preziosi carnet conservati alla Tate Gallery di Londra; i pittori francesi Claude Lorrain, Poussin e Gaspar Dughet ed altri che avevano in Roma e nei suoi dintorni i loro luoghi di elezione per la loro attività pittorica; Gaspar Van Wittel (1655- 1736), il pittore olandese chiamato in Italia Gaspare Vanvitelli e futuro padre del famoso architetto Vanvitelli, che giunse in Italia anche per studiarne la tradizione e la cultura; egli si recò dapprima a Roma e a Napoli, in seguito a Verona, Venezia, Padova, Bologna.
Infine, intorno al 1690, giunto nel nord Italia Van Wittel iniziò una serie di vedute dipinte, partendo dalle isole possedute dalla famiglia Borromeo sul lago Maggiore.
Questi e tantissimi altri artisti, insieme a colleghi italiani quali, ad esempio, Jacopo Zucchi (1541-1589/90), Viviano Codazzi (1604-1670), Giovanni Paolo Pannini (1692-1765) ci hanno lasciato incisioni, pitture, disegni, che permettono un’attenta analisi dell’evoluzione subita dal paesaggio, e dal monumento rappresentatovi, da quattro secoli a questa parte.
Nei dipinti del Grand Tour il bene, a volte, è rappresentato non solo come immagine statica ma anche come soggetto d’intervento, talvolta di ricerca e/o scavo, che ci permette di meglio comprenderne le trasformazioni subite. Esempio di ciò è l’immagine, qui riportata, di Quaedulieg.

C. M. Quaedulieg “Scavi sulla via Appia”, 1860
Consci delle possibilità offerte dalla documentazione grafica dei resti archeologici, in molti, non necessariamente pittori o artisti, si dedicarono alla loro rappresentazione. Tra di essi Luigi Canina (1795 -1856), architetto ed archeologo esponente della cultura neoclassica italiana - della quale rappresentò la tendenza erudito/antiquaria - che raccolse in un volume del 1856, “Gli edifici di Roma antica”, le sue illustrazioni riguardanti la città e la campagna di Roma anticipando di decenni il lavoro e le intuizioni di personaggi come Ashby e Parker.
L’opera di Canina riveste, per il periodo, un’importanza notevole essendosi egli dedicato a lavori quali lo scavo, e la seguente risistemazione, dei bordi dell’Appia antica nel tratto che dalla Tomba di Cecilia Metella va verso i Castelli (pressappoco tra il IV miglio e Boville); il rilievo di strutture quali quelle presumibilmente appartenute al Teatro di Pompeo; ecc.
I disegni del Canina sono, è vero, spesso accompagnati da fantasiose ricostruzioni degli antichi ambienti ma, così operando, egli non faceva altro che unirsi ad un modo di fare comune in quel periodo dando alla gente, che amava le fantasiose visioni dei tempi antichi, quanto andava questa chiedendo senza nulla togliere alla serietà delle immagini reali.
Saranno proprio le immagini lasciate da tutti questi personaggi, e dagli innumerevoli altri qui non citati, a formare quella scuola anglosassone, così potrebbe essere tranquillamente definita, che, con l’avvento della fotografia continua a perseguire, tramite un mezzo tecnico decisamente più oggettivo, il fine di documentare, in maniera più o meno scientifica resti e metodi archeologici.
Lo stesso Ashby, infatti, si rifarà nel realizzare le sue splendide fotografie della via Appia, ai disegni e alle acqueforti di Carlo Labruzzi, pittore di paesaggi che, tra Sette ed Ottocento, si guadagnava da vivere dipingendo le antiche rovine per soddisfare le richieste di documentazione paesistica e topografica dei visitatori stranieri impegnati nel Grand Tour.
D’altronde, come le immagini seguenti dimostrano, un sito, nella fattispecie il Foro Romano, poteva essere osservato nelle sue trasformazioni semplicemente confrontando le immagini che diversi autori, attraverso il tempo, avevano realizzato.
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Franz Knebél, 1872
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Pierre Monami, 1845
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Franz Kaisermann, 1830
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Perché, quindi, non proseguire la strada inconsapevolmente presa dai tanti paesaggisti (pittori prima, e fotografi poi) per attestare con criteri scientifici ed oggettivi uno scavo o lo stato di conservazione di un bene archeologico?
Si è accennato ai fotografi paesaggisti che gradualmente hanno affiancato o, in taluni casi sostituito, i pittori del Grand Tour. Dalla metà del XIX secolo in avanti, infatti, il mezzo fotografico induce personaggi spesso avventurosi a riprendere quanto molti paesi offrono in materia di antichi resti.
Personaggi spinti dal mestiere e, non raramente, dalla passione percorrono in lungo e largo luoghi talvolta proibitivi portando con sé apparecchi fotografici di non facile manovrabilità oltre, dove non si poteva fare altrimenti, a tutto ciò che permetteva lo sviluppo e la stampa delle lastre.
Passione per le immagini, passione per l’antico e per i grandi monumenti (come dimostra il bel dipinto di Pannini raffigurante l’atelier di un artista settecentesco), passione per l’avventura… tutto ciò porta gente come i fratelli Beato, Antonio e Felice, a spingersi rispettivamente in Nordafrica il primo ed in Cina e Giappone il secondo, per documentare luoghi, persone ed antiche architetture.

G. P. Pannini, "Galleria di pittore con viste di Roma moderna", 1757
L’intera Europa è attraversata da questo rinnovato spirito che unisce viaggio, conoscenza, e avventura a quello che al momento era il più moderno e veritiero dei mezzi espressivi: la fotografia.
Ai Beato si aggiungono, nel nome del maraviglioso trovato di Daguerre, i fratelli Zangaki, di origine greca, i fratelli Abdullah, Felix Bonflis, Carlo Naya. Tutti sono insieme colleghi e concorrenti e tutti insieme, come scrive il fotografo genovese Adriano Silingardi, rivitalizzano il Grand Tour allargandone i confini al medio e lontano Oriente.
“…il grand tour si allunga; l’interesse dell’Occidente per il Medio Oriente era sempre più stimolato da una diffusa conoscenza della Bibbia e dalla letteratura di viaggio. Il risultato fu che i ricchi e colti viaggiatori dell’epoca aggiunsero l’Egitto e la Terra Santa ai loro Grand Tour un tempo limitati all’Italia e alla Grecia, pubblicando, al ritorno, memorie e illustrazioni che moltiplicavano l’interesse del pubblico. Con la fotografia, i viaggiatori cominciano a catturare le scene esotiche.
Verso la fine del XIX secolo, i borghesi europei cominciarono a viaggiare in così gran numero da suscitare reazioni allarmate come quella pubblicata sul Times che diceva “…i turisti affollano i luoghi che dovrebbero essere visitati in reverente silenzio…”.
Come i loro equivalenti di oggi, questi viaggiatori ricercavano souvenir possibilmente autentici e pensavano che fosse un loro diritto portarseli a casa; come disse qualcuno, non si poteva tornare dall’Egitto senza un mummia in una mano e un coccodrillo nell’altra…
Quando i governanti dei paesi “esotici” cominciarono a trattare duramente i saccheggiatori di reperti, anche le fotografie cominciarono ad essere ben considerate come ricordi di viaggio, specialmente se erano firmate da professionisti conosciuti, come i Bonfils a Beiruth, Antonio Beato in Egitto e i Sebah a Costantinopoli”.
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Antonio Beato, tempio di Luxor, 1890
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Felix Bonfils, Atene e la sua acropoli
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La fotografia diventa così lo strumento per documentare il territorio e la realtà.
Per restare in Italia viaggiatori-fotografi italiani e stranieri ci mostrano il Bel Paese attraversandolo con le loro pesanti scatole magiche che fermano il tempo: Giorgio Sommer ci presenta la Loggia dei Lanzi, col Perseo, circondata da lampioni di metallo nella Firenze del 1870, la città di Napoli, gli scavi di Pompei e tanti, tanti momenti del nostro Risorgimento; James Anderson, che lascia la pittura per la fotografia (così come Giacomo Caneva), ci fa vedere la Villa dei Quintili sull’Appia e Tivoli con le sue cascate nel 1855; Robert McPherson ci mostra delle immagini di Roma circondata dalla campagna tra il 1855 e il 1860; Francis Frith, nel 1875, fotografa anch’egli le rovine di Pompei; Gioacchino Altobelli, in quegli stessi anni, immortala i più suggestivi angoli di Roma.
Il risultato del lavoro di questi pionieri, quello di chi se ne andò in giro per il mondo insieme a quello lasciatoci dai loro colleghi che dall’Italia e dall’Europa non si mossero preferendo documentare la ricchezza storico/culturale del loro paese, è oggi sotto gli occhi di tutti, patrimonio visivo da tutelare e valorizzare in quanto espressione di un’arte nascente e testimonianza di un mondo che è irrimediabilmente perso.
Un patrimonio che, quindi, a sua volta è un bene culturale e come tale ora è finalmente considerato.
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Giorgio Sommer; Pompei, scavi del febbraio 1863; impronta umana
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G. Caneva; Musei Vaticani, gruppo del Nilo, 1852
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Tommaso Cuccioni; Tempio di Vesta a Tivoli. 1857 circa
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Achille Mauri, visitatori nell’anfiteatro di Pompei, fine ‘800
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Thomas Ashby, basilica di Massenzio
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W. Bridges, Pompei, anfiteatro 1848
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F.lli Alinari, il Pantheon
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Chauffourier, capitelli romani 1870
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2. L’uso della fotografia in archeologia
Nello specifico della materia archeologica la fotografia interviene in due modi distinti: attraverso un uso delle foto ed un uso delle foto storiche.
Mentre nel primo caso le possibilità date dal mezzo fotografico sono molteplici ed aperte (una sorta di work in progress che segue passo passo tutta la progettazione e lo svolgimento dello scavo), nel secondo le applicazioni che lo studio delle immagini storiche dà sono principalmente due, legate alla testimonianza del monumento/reperto ed all’analisi della metodologia di scavo utilizzata.
L’aspetto del sito o, nello specifico, del monumento/reperto, varia negli anni in relazione agli interventi, siano essi naturali e/o antropici, a cui è sottoposto.
Degenerazioni fisiche o chimiche, restauri, asportazioni o applicazioni, tutto ciò che cambia è registrato nelle fotografie che nel corso degli anni sono state scattate, succedendosi, a quel particolare reperto che è oggetto della nostra ricerca permettendoci, così, di ricostruirne l’aspetto e le vicissitudini.
Il lavoro da affrontare, sia esso di restauro o di ricerca, è pertanto facilitato da una solida base di informazioni relative al recente passato dell’oggetto di studio, informazioni visive ed incontrovertibili.
L’altro aspetto che un’attenta ricerca iconografica può ottenere è legato alla metodologia di scavo usata in passato in una particolare ricerca archeologica.
Sono molte le immagini, infatti, che per i motivi più diversi hanno come soggetto non tanto il frutto della ricerca in sé ma le fasi della ricerca stessa.
Ciò ci permette, oggi, di comprendere meglio molte campagne di scavo e quanto ne è stato ottenuto; la mancanza di una documentazione, grafica e descrittiva, scientificamente valida è infatti caratteristica di quasi tutti gli scavi almeno fino all’introduzione del metodo Barker/Harris - negli anni ’70 del XX secolo - che ha sostituito il giornale di scavo.
Giornale di scavo che, in alcuni casi e per alcuni archeologi1, era una documentazione rigorosa e scientificamente valida ma che, per la maggior parte delle volte, altro non era che un resoconto di quanto, giornalmente, si andava facendo o trovando se non, addirittura, una cronistoria romanzata a posteriori2.
Ecco che, quindi, un’analisi di quegli involontari backstage che immortalano scavi aperti e archeologi al lavoro rende possibile, in vista di una nuova campagna di ricerca o per un riesame dei reperti, capire meglio cosa è stato fatto e come.
Attraverso le foto si può valutare l’estensione e la tipologia di scavo adottata; gli strumenti usati (e da questi comprendere se determinati accorgimenti, come, ad esempio, la flottazione della terra di risulta, siano stati eseguiti); l’esatta posizione dei reperti eventualmente visibili e, tramite semplici calcoli geometrici, la loro dimensione insieme a tante altre informazioni utili al nostro studio.
Come giustamente fa notare Cairoli Fulvio Giuliani,3 la fotografia è anche testimonianza inconsapevole.
Oltre a quanto il fotografo ci ha voluto trasmettere, infatti, innumerevoli altre informazioni sono presenti intorno al soggetto e sullo sfondo; informazioni che un occhio ben allenato, e ben disposto, può raccogliere e mettere a frutto.
Diverse sono state, infatti, le occasioni in cui un adeguato uso delle fotografie storiche ha permesso di venire a capo di situazioni altrimenti di difficile soluzione come il riuso e lo spostamento, in tempi moderni, di elementi architettonici.
Insomma, l’esame delle immagini fotografiche, in prospettiva di una qualsiasi azione rivolta alla ricerca o al restauro di un bene archeologico, e in generale di un bene culturale, è sicuramente importante tanto quanto un attento screening delle fonti e/o bibliografico.
Alfredo Corrao
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Esther Boise Van Deman, Foro Romano: scavi dell’Atrium Vestae, 1909
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Fotografo anonimo per Parker, scavi sull'Esquilino, 1874
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Esther Boise Van Deman, scavi al Foro
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Fotografo anonimo per Parker scavi presso il Ninfeo degli Orti Liciniani
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Carlo B. Simelli per Parker, emporio. Anfore e reperti marmorei rinvenuti durante gli scavi del 1868
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Carlo B. Simelli per Parker, emporio. Anfore e reperti marmorei rinvenuti durante gli scavi del 1868
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Bibliografia
AA. VV.: “Archeologia a Roma nelle fotografie di Thomas Ashby 1891-1930” Electa ed. 1989
AA. VV.: “Grand tour. Viaggi narrati e viaggi dipinti” Electa ed. 2001
AA. VV.: “Un inglese a Roma, la raccolta Parker nell’Archivio Fotografico Comunale 1864-1877” Artemide ed. 1989
AA. VV.: “Il crepuscolo del grand tour. Catalogo dei disegni di James Hakewill della Biblioteca della British School at Rome” Istituto Poligrafico dello Stato ed. 1992
AA. VV.: “Thomas Ashby. Un archeologo fotografa la campagna romana tra ‘800 e ‘900” De Luca ed. 1986
AA.VV.: “Dagli scavi al museo. Roma Capitale 1870-1911” Marsilio ed. 1984
Ashby Thomas: “Recent discoveries at Ostia” in “Journal of Roman Studies 2” 1912
Becchetti Piero: “Fotografi e fotografia in Italia 1839-1880” Quasar ed. 1978
Becchetti Piero: “Roma cento anni fa nelle fotografie della raccolta Parker” Quasar ed. 1975
Bull - Simonsen Einaudi Karin (a cura di): “Fotografia Archeologica 1865 / 1914” De Luca ed. 1979
Buranelli Le Pera Susanna – Turchetti Rita (a cura di): “Sulla via Appia da Roma a Brindisi. Le fotografie di Thomas Ashby 1891- 1925” L’Erma di Bretschneider ed. 2003
Chaney Edward: “The grand tour and the great rebellion: Richard Lassels and «The voyage of Italy» in the seventeenth century” Cirvi ed. 1985
De Seta Cesare (a cura di): “Grand Tour. Viaggi narrati e dipinti” Electa 2001
De Seta Cesare: “L’ Italia del Grand Tour. Da Montaigne a Goethe” Electa ed.
Ghini Giuseppina; Angle Micaela (a cura di): “Situs Lacus Nemorensis. Incisioni e stampe del Grand Tour” catalogo digitale della mostra al Museo delle navi romane, Nemi (Rm). S.B.A.L. ed.
Lanciani Rodolfo: “Rovine e scavi di Roma antica” Quasar ed. 1985
Lucignani Roberto: “La nascita della fotografia archeologica” in Forma Urbis n. 3, 3/1996
Mirisola Vincenzo; Di Dio Michele: “Sicilia Ottocento. Fotografi e Grand tour” Gente di Fotografia ed. 2001
Magnanimi Giuseppina: “Tommaso Corsini archeologo e collezionista” in “Fortuna degli etruschi” Regione Toscana/Electa ed. 1985
Margiotta Anita: “John Henry Parker” in Forma Urbis n. 0, 10/1995
Mozzillo Atanasio: “La frontiera del grand tour. Viaggi e viaggiatori nel Mezzogiorno borbonico” Liguori ed. 1992
Olivo Patricia (a cura di): “Immagini dal passato; la Sardegna archeologica di fine Ottocento nelle fotografie inedite del padre domenicano inglese P. P. Mackey” Carlo Delfino ed. 2000
Romano Serena (a cura di): “L’immagine di Roma 1848-1895. La città, l’archeologia, il medioevo” catalogo della collezione di Piero Becchetti. Electa ed. 1994
Scaramella Lorenzo: “Fotografia. Storia e riconoscimento dei procedimenti fotografici” Ministero per i Beni e le Attività Culturali / ICCD e De Luca ed. 1999
Visino Silvia: “I pittori del Grand Tour” L’Argonauta ed. 1994
Wilton Andrew / Bignamini Ilaria (a cura di) “Grand Tour. Il fascino dell’Italia nel XVIII secolo” Skira ed. 1997
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1
- Si pensi, per spaziare nella storia dell’archeologia, a Pitt-Rivers ed ai meticolosi appunti redatti nei suoi scavi degli anni ’90 dell’Ottocento; a Wheeler, che dagli anni ’40 del Novecento scava e documenta con una precisione militare; a Lamboglia, soprattutto, che nella sua incompresa opera di invenzione e costruzione dell’archeologia moderna va addirittura oltre gettando le basi della stratigrafia e tipologizzando anfore e ceramiche.
2
- Vedi, ad esempio, Heinrich Schliemann “Atlas Trojanischer Alterthumer. Photographische Abbildungen zu dem Bericht uber die Ausgranbungen in Troja” Lipsia 1874
3 - Cfr Cairoli Fulvio Giuliani in “La fotografia di Thomas Ashby come fonte di studio” (“Archeologia a Roma nelle fotografie di Thomas Ashby 1891-1930” Electa ed. 1989, pagg. 11/12).