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ALTERA PARS
OPINIONI A CONFRONTO
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In queste pagine sono affrontati in poche righe argomenti che un fatto o una notizia portano alla ribalta. L'opinione del redattore viene dibattuta da un altro collaboratore di Imago Romae per un breve contaddittorio atto a stimolare idee ed opinioni. Dicci cosa ne pensi cliccando sul breve sondaggio che segue gli interventi.
Ogni fine mese pubblicheremo i risultati emersi.
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04 giugno 2009
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Roma: immagini del muro esterno del complesso museale dell'Ara Pacis imbrattato con vernice verde e rossa da ignoti.
(Foto ANSA by M. Percossi)
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L' Ara Pacis e... la teca della discordia?
Gli avvenimenti di cronaca riportano in primo piano il dibattito da anni presente nella Capitale sulla discussa opera di Meier. Il lancio di palloncini ripieni di aniline verdi e rosse e il ritrovamento, vicino un'altra facciata dell'edificio di rotoli di carta igienica e di un water, danno il via ad una nuova tornata di dichiarazioni politiche e "cultural-politiche" che troppo spesso sono solo - purtroppo - parole vuote.
A distanza di quasi un anno questo ci sembrava, a noi della Redazione di Imago Romae, un buon argomento per un nuovo Altera Pars ma, con sgomento, ci siamo accorti di non avere opinioni contraddittorie in merito.
Chi più, chi meno, e non di certo per uno schieramento politico [la politica, in questo sito è tranquillamente bandita...] ci siamo trovati tutti sullo stesso lato della barricata: quella di chi, la nuova teca, in un modo o nell'altro non riesce a mandarla proprio giù!
Vi proponiamo, quindi, un paio di nostri interventi - basati sull'essere cittadini di Roma e amanti dell'arte - in cui illustriamo la nostra posizione; vi riproponiamo inoltre l'articolo del New York Times pubblicato in occasione dell'inaugurazione dell'opera [e che certo non fa onore al loro connazionale architetto] e chiediamo a voi, se tra chi legge c'è chi invece apprezza la teca di scriverci e spiegarci perchè.
Insomma, contraddittorio cercasi...
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Ara Pacis….“purtroppo esiste”.
Di Gabriella Cetorelli Schivo
In una recente (2 giugno 2009) intervista condotta dal quotidiano “il Messaggero”, il contestato architetto dell’Ara Pacis, Richard Meier, attraverso uno dei suoi più stretti collaboratori (Ryan Nigel) ha fatto sapere di essere disponibile a rivedere il progetto del monumento, affermando che “non si può negare che l’opera sia impattante”.
Come commentare questa “rilettura”, veramente singolare, se si pensa che proprio Meier è stato, fino a poco tempo fa, strenuo sostenitore del suo progetto, accusando i Romani di provincialismo, mentre oggi si propone addirittura come protagonista del “ripensamento”?
Evidentemente non si era accorto dell’esistenza delle Chiese di San Rocco e San Girolamo, mortificate dalla invadente mole della teca, della particolare viabilità del Lungotevere, che attraverso il nuovo progetto annulla il monumento alla veloce vista di chi vi transita - accentuandone il distacco con il fiume - come pure non ha valutato lo stridente iato creato dal purismo formale del manufatto moderno con il morbido e raffinato contesto dell’altare antico, chiamato a sopportare l’urlo delle pareti, estreme ed algide, della realizzazione meieriana.
E un consigliere capitolino conferma: “noi non l’avremmo mai realizzata, purtroppo esiste…”
Certo portare il “tutto” a Tor tre Teste, costringendo i Romani ad affrontare nuove spese per porre rimedio ad un progetto che dopo pochi anni necessita, anche a detta del suo realizzatore, di ripensamenti, sembra oggi, contro ogni equilibrio e raziocinio, quanto meno inopportuno.
E forse, nel cambiamento, si arriverà a qualche altra trovata del geniale architetto (la cui indiscussa professionalità non si intende porre in essere), il quale ha deciso, in questa sua opera, di “decontestualizzare” completamente il manufatto dai colori, dalle forme e dagli stili di una città, Roma, la cui cultura è, evidentemente, lontanissima dalla propria.
Non ci si meravigli quindi se, nel più completo senso di estraneità, qualcuno abbia avuto, scioccamente, il desiderio di gettare i colori della bandiera italiana su un monumento, che appare ormai chiaramente a tutti “prestato” dagli USA.
La frase di Meier “mi ha fatto molto piacere vedere che questo edificio stia diventando uno dei più importanti riferimenti culturali della città” pronunciata per commentare lo spiacevole episodio, è il miglior commento all’evidente distacco dell’opera (e del suo artefice) dall’essenza di Roma e dal consenso dei suoi abitanti.
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| In alto: una veduta del complesso museale dell'Ara Pacis e, a lato, l'architetto Richard Meier. |
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UN CARCER PER L’ARA PACIS
di Daniela Bonanome
Un sabato mattina dello scorso anno ho voluto passeggiare intorno alla teca di Richard Meier godendo della straordinaria purezza dell’aria e dei colori che un inaspettato vento di tramontana qualche giorno prima aveva contribuito a rendere assoluti. Insomma, una tipica giornata di bel tempo romano che i turisti stranieri ci invidiano e che in qualche caso li ha convinti a rimanere per sempre a queste latitudini.
Ebbene, quel che ho visto lo si deduce dalla galleria fotografica che qui si propone. Un impatto visivo di un oggetto non meglio identificato o identificabile (un ufo, un garage, una stazione di rifornimento di carburante…) letteralmente buttato in contesto storico ed artistico fatto di edifici antichi, chiese, strutture che il lento procedere dei secoli ha provveduto ad accogliere ed acclimatare con quella gradualità che è educazione dell’occhio, del gusto, che risponde ad un’estetica colta…
Purtroppo con questa teca, un termine che si può utilizzare per un eccesso di “buonismo” tanto caro a chi ne ha favorito la costruzione, oltre al panorama del lungotevere, alla visualità degli edifici abitativi presenti sulla sponda opposta, è scomparsa anche l’Ara Pacis. Il recinto sacro con l’altare interno è stato annullato da uno scatolone che ne oblitera la vista. Dobbiamo ammettere che prima la si poteva scorgere attraverso le vetrate della precedente struttura, con la quale era comunque protetta e valorizzata. Sarebbe bastato tutelarla con un nuovo organismo architettonico assolutamente trasparente, adeguato alle attuali esigenze di conservazione, sorvegliata da apparecchiature per il controllo microclimatico. Nulla avrebbe impedito di conservare reperti ed altri frammenti negli spazi sotterranei ricavati negli ambienti sottostanti…ma almeno l’Ara Pacis che Augusto volle in Campo Marzio, sarebbe tornata ad essere un monumento inserito nel tessuto urbano, anche se, come sappiamo non era quella la posizione originaria.
Quel che adesso rimpiangiamo e rimpiangeremo sempre – a meno che qualcosa intervenga in tal senso - è anche l’impossibilità di poter ammirare i rilievi del recinto sacro con la processione dei personaggi della corte augustea così come la vedevano gli antichi romani, così come l’hanno vista le generazioni successive, fino ai romani d’epoca moderna, almeno quelli di poco tempo fa. Si tratta dell’impossibilità di poter “leggere” le superfici scolpite durante una splendida giornata di sole, quando i raggi illuminano in modo implacabile la lunga parete di questa prigione architettonica. E la ragione sta nel fatto che su quei rilievi il sole proietta un’ombra impietosa e ripetitiva, scomposta in fitti riquadri a causa delle cornici e degli alettoni che corrono orizzontalmente per tutta l’estensione della vetrata (foto 1), creando sulla superficie antica uno spietato gioco di strisce nere alternate a riquadri chiari (foto 2) che rendono difficilmente intelligibile la narrazione continua dei personaggi. Almeno durante una giornata assolata.
Probabilmente gli amanti dell’arte antica, studiosi, esperti e curiosi attenti, saranno costretti a vederla solo durante le giornate invernali, quando viene illuminata artificialmente.
Purtroppo la maggior parte dei visitatori sarà costretta ad osservarla in condizioni impossibili, poiché le giornate di sole a Roma sono tante…
Penso che l’Ara Pacis meriti di poter essere ammirata nella sua interezza e in assoluta libertà di spazio e di luce, quella stessa luce che molto probabilmente ha guidato la mano dell’anonimo artista che realizzò l’opera in età augustea, e che dovrebbe poter essere preservata per una corretta osservazione dell’intero monumento!!
Ricordo con amarezza quel che mi venne detto da una persona saggia e competente, diverso tempo fa, prima che i bandoni metallici cominciassero a nascondere il cantiere degli “orrori”, “…signora, corra a vedere ora l’Ara Pacis prima che diventi impossibile…”. Purtroppo quella persona, che ho sempre stimato e ammirato fin dai lontani tempi dell’università, aveva ragione.
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| Foto 1 |
Foto 2 - GUARDA QUI LA PHOTO GALLERY COMPLETA - |
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AN ORACLE OF MODERNISM IN ANCIENT ROME
By NICOLAI OUROUSSOFF [from the New York Times. Published: September 25, 2006]
ROME — The opening of the Ara Pacis Museum should have been cause for celebration. The first major civic building completed in the historic center of Rome in more than a half-century, it trumpets this city’s willingness to embrace contemporary architecture after decades of smugly turning its back on the present.
That the building is a flop is therefore a major disappointment. Designed by Richard Meier for a site at the edge of a Fascist-era piazza overlooking the Tiber River, the museum boasts a muscular main hall built to house the Ara Pacis, an altar erected as a symbol of Roman peace — that is, military conquest — from around 9 B.C. The building’s glistening glass and travertine shell has all of Mr. Meier’s usual flourishes, from the expansive use of glass to obsessive grids.
But in its relationship to the glories of the city around it, the building is as clueless as its Fascist predecessors. The piazza, designed in the 1930’s, was a blunt propaganda tool intended to invest the Fascist state with the grandeur of imperial Rome; Mr. Meier’s building is a contemporary expression of what can happen when an architect fetishizes his own style out of a sense of self-aggrandizement. Absurdly overscale, it seems indifferent to the naked beauty of the dense and richly textured city around it.
That kind of insensitivity tends to reinforce the cliché that all contemporary architecture is an expression of an architect’s self-importance. The building is bound to give ammunition to architectural conservatives who clamor that there is no room for bold new architecture in the eternal city.
But if you’re going to fiddle with ancient Rome, there are few better places to start than this site, the Piazza Augusto Imperatore. Designed by Vittorio Ballio Morpurgo, it is a prime example of how the Fascists used architecture to reshape and distort history.
The Ara Pacis was excavated from its original site and carted in pieces a short distance to its present location in the 1930’s. Mussolini reinstalled the altar in a new glass-and-stone building by Morpurgo next to the ancient tomb of the Emperor Augustus (63 B.C. to A.D. 14), implying the dictator’s supposed bond with ancient emperor-conquerors. The symbolic link between a modern Fascist state and a heroic classical past was fortified by the flanking buildings, with their abstracted facades and shadowy arcades.
Like other Fascist-era planners working in the city’s historic heart, Morpurgo callously razed the decrepit old neighborhoods that once surrounded the ancient mausoleum, as if to liberate the city’s repressed imperial history. But he ignored the essence of the city’s beauty, the wondrous way you suddenly press up against the facade of an unfamiliar church, for example, or enter an airy piazza that appears out of nowhere.
Although Mr. Meier speaks eloquently about the architectural past, his buildings can be stubbornly oblivious to physical and cultural context. In Barcelona, Spain, the enormous glass facade of his Museum of Contemporary Art inexplicably exposes the interior to the blazing sun. His Getty Center turns its back on the car culture of Los Angeles in favor of the themed fantasy of an Italian hill town.
The Ara Pacis Museum rises between a roadway that runs along the Tiber and the enormous weed-encrusted drum of the ancient mausoleum of Augustus several yards below. Anchored by the main entrance at one end and an auditorium at the other, the museum’s main hall is sheathed in glass on both sides so that motorists can catch glimpses of the Ara Pacis and the mausoleum just beyond it as they speed along the river. A pleasant marble stairway near the main entrance leads up from the piazza to the river embankment.
The building’s best features reside in the interior, along the carefully calibrated approach to the tomblike altar. Just inside the entry, for example, a long, low window extends along the base of the wall to remind you briefly of the world outside. From here a few shallow steps lead up to the altar, which is bathed in natural light.
Mr. Meier has also responded deftly to the Roman altar, supplying a structure that stands up to the sculpture’s weight and stark power. The main hall is supported by four heavy white columns that rise to meet a grid of deep beams. The contrast between the rough finish of Mr. Meier’s travertine and the ornate stonework works just fine.
There are other nice details. At the back of the hall a stair drops down behind a towering travertine wall to the theater lobby, which acts as a hinge separating the room housing the celebrated altar from the bustle. Above the theater an outdoor terrace juts out slightly to afford a view up toward the Piazza del Popolo.
Yet in Rome context is inescapable, and Mr. Meier’s building seems intent on shunning the city’s seductive charms. Like most new museums, the Ara Pacis is stuffed with unnecessary add-ons: an overly formal lobby, a bookstore and a 150-seat theater that seems a wrongheaded fillip in a museum with a single work of art.
The museum’s bloated size was not entirely Mr. Meier’s fault; the government client had something to do with it. But he compounds the problem by playing to the piazza’s monumentality rather than countering it with the quietness that its pomposity demands.
There is nothing lighthearted or gentle here. The formal symmetry of the two white blocks framing his building at either end, for example, gives the structure a self-important solemnity. The thick slab of a roof only adds to the composition’s oppressive weight.
Still worse is Mr. Meier’s treatment of two churches, San Rocco and San Girolamo dei Croati, at one end of the piazza. To root his building in the city’s ancient fabric, he created a long travertine wall that extends from the museum’s main entrance to the roadway beside the river. Viewed from the road, the wall chops the churches off at half height, so that you don’t feel the full effect of their coming into view as unexpected treasures. And Mr. Meier’s project overwhelms the piazza below, pressing in on it disrespectfully so that the church facades almost seem to recoil in embarrassment.
In the end his building may be as telling about the sins of our era as Morpurgo’s design was of his. While Mussolini’s architects can be faulted for trying to reshape the city’s history for their own propaganda aims — and to satisfy the egomaniacal drive of a despot — the museum reminds us that vanity is not unique to generals or politicians.
It may be another half-century before Romans go down this road again.
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Mandaci le tue opinioni a proposito di questo argomento: saremo lieti di pubblicarle
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14 luglio 2008
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Indiana Jones e... il mestiere maledetto
Ci risiamo!
Eccolo di nuovo: bellissimo, abbronzantissimo e con il suo leggendario cappello di feltro.
Indiana Jones, nell’ultimo “The Kingdom of the Crystal Skull” brandisce ancora - sulla coinvolgente musica che accompagna da sempre le sue mirabolanti imprese - coltelli, pistole, fruste e scimitarre alla ricerca di inestimabili tesori perduti.
E’ del Washington Post, autorevole testata americana, la notizia, riportata anche dalla rivista "Archeo" di questo mese, che Neil Asher Silberman, archeologo di fama mondiale, ha chiesto di porre finalmente un limite alla dilagante moda dell’archeologo, personaggio mitico, eroe solo contro tutti.
“Siamo una categoria che con queste esibizioni cinematografiche ha perduto il senso della reale professione e della propria rispettabilità” ha detto il noto studioso.
Gli archeologi, quelli veri, sanno bene quanto sia aspra la loro vita lavorativa, e non solo per la polvere, la pioggia, il sole, il vento, la delusione e l’attesa del cantiere, ma anche perchè la loro esistenza scorre soprattutto tra silenziosi corridoi, scansie e depositi di biblioteche, tra giorni passati spesso in solitudine sui libri a studiare, confrontare, schedare, documentare e ricercare con pazienza, in attesa anche di un solo, prezioso indizio restituito dal passato. In magazzini umidi e polverosi, in ambienti ipogei, dove non entra mai la luce, in luoghi quasi sempre scomodi e difficili da raggiungere. E’ un lavoro certamente privo di quei sensazionalismi che hanno indotto l’immaginario collettivo a farne uno dei miti degli ultimi anni, quando i film del leggendario Indy sbancavano i botteghini nei cinema di tutto il pianeta, “ricalcando un modello di eroe pericoloso e controproducente”.
L’unico coraggio, allora, non sta nello spirito di avventura “estrema” del Prof. Henry Walton Jones jr. - Indiana per gli amici - ma nel riuscire a trovare ogni giorno la determinazione ad andare avanti, spesso senza prospettive, con poche risorse e meno strutture, tra tanta indifferenza e talora nel cinismo di un mondo dove tutto è ormai solo spettacolo, contro tutto e tutti, stavolta sì, veramente da eroi... Lasciamo quindi che la saga continui, ma per favore, almeno “non chiedeteci più del fedora e della frusta”!
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E se invece…?
Il futuro di una professione, così come quello di ogni aspetto sociale ed economico, è nei giovanissimi, in quelli che un giorno inizieranno a studiarla per poi - una volta terminato - praticarla nella sua quotidiana lotta contro le difficoltà e l’indifferenza dei più.
È in quei giovanissimi che ancora corrono dietro ad un pallone e appena si fermano sognano grazie ad un fumetto o ad un film. E di cosa sognare se non di eroi ed avventure spettacolari?
E cosa c’è di più sano di un sogno dove l’eroe è l’espressione di una professione raggiungibile attraverso lo studio (l’astronauta, l’archeologo) piuttosto che attraverso la fortuna che prescinde le capacità (il calciatore, la velina)?
Ben vengano gli “archeologi” Indiana Jones, gli “storici” Ben Gates (il cacciatore di tesori interpretato da Nicolas Cage in “National Treasure” nel 2004 e in “National Treasure: Book of Secrets” lo scorso anno) e gli “oceanologi” Dirk Pitt (il protagonista assoluto di decine di romanzi di avventura e fanta/archeologia di Clive Cussler) se con le loro improbabili gesta possono far sognare e, attraverso il sogno, avvicinare a professioni che riempiono le tue giornate di sacrifici, di studio, di pratiche amministrative da evadere, e chi più ne ha, più ne metta.
In quanti saremmo, oggi, se da bambini prima e da ragazzi poi non avessimo sognato di tesori ed avventure? Grazie, quindi ad Indiana e compagnia, con i quali ora possiamo trascorrere un paio d’ore sorridendo anche pensando al loro impegno di “ufficiali reclutatori” per questo noioso e meraviglioso lavoro.
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| Indiana Jones |
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