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IL MUSEO DELLA BADIA DI GROTTAFERRATA
- Sculture antiche nell'Abbazia di Grottaferrata -
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Il Museo[1] della Badia di S. Nilo costituisce una testimonianza millenaria dello spirito collezionista e antiquario dei monaci basiliani. E’ allestito all’interno del complesso abbaziale, sotto il portico e nelle sale al piano terreno del Palazzo del Commendatario. Il portico, attribuito dai più a Giuliano da Sangallo (1445-1516), o al Bramante, fu fatto costruire dal cardinale Giuliano Della Rovere, che, quando fu eletto papa Giulio II, nel 1503, lo lasciò incompiuto, essendo stato realizzato un solo braccio.
Il Museo contiene un nucleo originario raccolto nei secoli dai monaci, esposto nel 1875 presso i corridoi dell’attuale biblioteca, in un primitivo assetto curato dall’abate Giuseppe Cozza Luzi, nominato Soprintendente del Monumento Nazionale di Grottaferrata. La nascita di un progetto museale avvenne in seguito al decreto del febbraio 1874, in cui si dichiarava l’Abbazia Monumento Nazionale, grazie al sostegno di Giovanni Battista De Rossi e con l’impegno dei monaci di conservare e promuovere il ricco patrimonio storico-artistico, nonché bibliografico, conservato nel monastero. Le sculture antiche, cui si unirono gli ornati architettonici della primitiva Basilica, furono allora trasferite dal palazzo abbaziale nei corridoi della biblioteca, in modo che le importanti e varie memorie della Badia venissero qui musealizzate, evitandone la dispersione. Una descrizione di questa primitiva sistemazione si conserva nel libro sul patrimonio artistico della Badia, scritto nel 1884, in occasione dell’Esposizione di Torino, da padre Antonio Rocchi[2], nominato nel 1883 Soprintendente.
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L’Abate Rocchi negli anni a cavallo tra gli ultimi decenni dell’800 e i primi del ‘900, contribuì in modo determinante alla valorizzazione e all’arricchimento della collezione artistica e allo studio della stessa[3]: egli riunì in sé le funzioni di Bibliotecario, di Soprintendente e dal 1892 di Ispettore per il Monumento e per gli Scavi di antichità nel territorio di Grottaferrata.
Nel 1886 si decise di trasferire la raccolta artistica nelle sale al piano terreno del palazzo del Commendatario, in tal modo l’abate Arsenio Pellegrini riuscì a scongiurare il pericolo di un esproprio del palazzo da parte del Comune. L’allestimento del Museo[4], con la costituzione della Pinacoteca nella loggia tamponata, fu piuttosto complesso ed articolato in due fasi: una prima progettata dal Rocchi con l’aiuto dell’archeologo Giuseppe Tomassetti, in cui si era pensato di suddividere il materiale scultoreo in tre sezioni su basi tipologiche, e una seconda fase, non essendo piaciuta la prima, organizzata dal Bongioannini, funzionario del Ministero.
Quest’ultimo progetto, basato su un ordinamento cronologico, essendo i pezzi da esporre, romani, medievali e rinascimentali, prevedeva la sistemazione in ogni sala di oggetti pertinenti ad una stessa epoca, con un recupero anche dei pezzi che erano stati reimpiegati nella costruzione del monastero. Alla fine del gennaio 1888 il Museo era quasi ultimato, sebbene soltanto l’8 maggio 1894 fu inaugurato ufficialmente.
Il Museo conobbe ulteriori inaugurazioni: il 21 gennaio 1907, poi, dopo ulteriori ristrutturazioni e immissioni di nuovi reperti, nel 1930, nel dopoguerra e il 1ottobre 1976. Negli anni successivi alla prima inaugurazione, il Rocchi continuò, nella sua instancabile attività, ad arricchire la raccolta con l’acquisto dei gessi, tra cui quello del rilievo Colonna, di cui si parlerà a proposito del rilievo con trasporto, e con l’immissione di nuovi reperti archeologici, acquisiti grazie a scoperte fortuite, a scavi regolari condotti sia all’interno che all’esterno del complesso abbaziale, o a donazioni private.
Le nuove immissioni portarono alla necessità di ampliare lo spazio espositivo, con l’occupazione dell’aula Roveriana, poi detta “Sala Ravenna”, e dell’aula sopraelevata del torrione, la futura “Sala Venezia”. Rocchi si interessò anche della realizzazione della documentazione fotografica ad opera di Boeri, Alinari e Vasari.
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In alto: la copertina del volume "Sculture antiche nell'Abbazia di Grottaferrata" in cui sono studiati i reperti marmorei - anche dispersi - nel museo e nei magazzini dell'Abbazia
Fai clic QUI per vedere la galleria fotografica dei reperti schedati nel catalogo su illustrato (182 foto)
A lato: Veduta dell'Abbazia di San Nilo di Gaspar Van Wittel
In basso: Il chiostro. Foto di Daniela Bonanome
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Il Museo si apriva con una sala dedicata ai lavori letterari, paleografici e di miniatura del monastero, seguivano la raccolta dei dipinti, quella delle stampe di Bartolomeo Pinelli, la sezione iconografica con alcune mappe catastali dei possedimenti dell’Abbazia ed infine le tre sale dei marmi di epoca classica e dei pezzi dismessi della Chiesa medievale, che poi vennero spostati nella loggia Colonna, costituendo il primo nucleo del lapidario medievale. In occasione del nono centenario della fondazione dell’Abbazia, si allestì nel 1905-1906 l’”Esposizione italo-bizantina”[5], con le raccolte stabili della badia e con l’apertura di nove stanze al primo piano. Alla chiusura dell’esposizione si decise di darle un assetto permanente, ampliando la raccolta artistica su progetto di Augusto Bevignani, Ispettore della Commissione di Archeologia Sacra Vaticana, e suddividendo i materiali in ordine cronologico, a partire dall’arte romana, per passare poi a quella bizantina, medievale e infine rinascimentale. Il nuovo allestimento, comprendente tutto il piano terreno del palazzo abbaziale, fu inaugurato il 21 gennaio 1907. Tra il 1914 e il 1917 venne fatta la prima schedatura degli oggetti d’arte dell’abbazia, con descrizione dei pezzi della raccolta, eseguita da Federico Hermanin, Soprintendente alle Gallerie di Roma, e da Costanza Gradara. Una seconda e più precisa rilevazione del materiale artistico fu fatta negli anni ’20 da Giorgio Pastina per la Soprintendenza[6].
I risultati di questa schedatura sistematica confluirono nella pubblicazione del volume unico per il VII centenario della traslazione dell’icona mariana nel 1930[7], che testimonia l’assetto stabile della raccolta ormai definita. Lo smantellamento della sezione archeologica durante il 1944, per accogliere nei locali del Museo la popolazione evacuata a causa dei bombardamenti, fu seguito da un nuovo allestimento di queste tre sale ad opera di Salvatore Aurigemma, Soprintendente alle Antichità per il Lazio. Il penultimo riordinamento del Museo avvenne nel 1976, frutto del lavoro congiunto della Soprintendenza alle Gallerie con quella Archeologica di Roma.
Per il rinnovamento degli ambienti e l’adeguamento degli impianti alle attuali normative di sicurezza e per un più congeniale allestimento della collezione dei marmi, il Museo è stato chiuso nel 1998 e il materiale in esso conservato è stato smontato e conservato in casse. Attualmente, ultimati i lavori strutturali nelle sale, restaurati e ripuliti nel 2005 tutti i materiali scultorei della collezione antica a cura di G. Mori, le due Soprintendenze, ai Beni Archeologici del Lazio e ai Beni Ambientali e Architettonici del Lazio, stanno procedendo congiuntamente al nuovo allestimento espositivo dei reperti archeologici della sezione classica.
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Il settore archeologico del Museo dell’Abbazia è composto da reperti di diverso genere, che i monaci basiliani hanno raccolto e conservato nei secoli, riunendo oggetti artistici e testimonianze archeologiche provenienti principalmente dai dintorni di Grottaferrata, ma anche da altre località dell’ager tusculanus, da Roma e da siti più lontani, avendo sempre svolto l’Abbazia un ruolo politico e culturale importante, anche grazie alla presenza di personalità notevoli tra gli Abati Commendatari. La collezione, quindi, per lo spirito eminentemente antiquario che ne ha regolato le acquisizioni, non ha omogeneità né topografica né cronologica, ma ha un indubbio valore documentario e il merito di aver permesso la conservazione di tante opere antiche, alcune di pregevole valore.
Purtroppo la quasi totale perdita dei dati di provenienza dei pezzi, ci priva di notizie fondamentali sui contesti di appartenenza. Essi provengono verosimilmente dall’area tuscolana, dove alle residenze si alternavano monumenti sepolcrali. Alcuni pezzi sono stati rinvenuti durante scavi occasionali effettuati all’interno della stessa Abbazia, le cui strutture poggiano in gran parte sui resti di una importante villa romana, di cui rimangono le sostruzioni con un criptoportico[8]. Molte sculture, tra cui numerose fronti di sarcofagi, furono trasportate nel 1907 nel Museo dell’Abbazia dalla Villa di Campovecchio[9].
Questa villa insiste su strutture romane, i cui rinvenimenti, secondo il Valenti, da distinguersi dai resti antichi scoperti nella località Montedoro/Campovecchio, sono dove è stata localizzata una villa romana; le varie notizie di ritrovamenti legate al toponimo Campovecchio erano state erroneamente associate da Ashby in un unico complesso. Nella villa, già dei Gavotti, successivamente dei Lugari Spiga, poi detta di Campovecchio, il casino (eretto da Paolo Gavotti in memoria del fratello morto nel 1569) era ornato da numerosi frammenti di sculture, provenienti, secondo Tomassetti e Ashby, in parte da Roma e da altri luoghi.
Dall’esame dei documenti di Archivio relativi alle varie attività dell’Abbazia, in particolare dallo spoglio del carteggio con la Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti del Lazio (aa. 1928 - 1953) e dell’Archivio della Badia curato da C. Santangeli (aa. 1873 - 1944), si è evidenziato che nel territorio di Grottaferrata numerosi sono stati i rinvenimenti, in genere occasionali, di ruderi di ville e di sepolcri romani, con la segnalazione della presenza di sarcofagi[10] (di marmo, peperino, terracotta), iscrizioni, stele, condutture, tegole e di suppellettili varie (vasellame, anelli d’oro), la maggior parte dei quali, secondo le indicazioni dei documenti, furono immessi nella collezione del Museo dell’Abbadia, mentre alcuni pezzi furono trasportati a Roma. Purtroppo a causa delle indicazioni molto generiche non è stato possibile effettuare un riscontro con i pezzi attualmente esistenti nella collezione; solo raramente è stato possibile collegare le notizie di queste più recenti acquisizioni con il materiale stesso. Dall’esame dei documenti di Archivio si è potuto concludere che il nucleo più importante della collezione di sculture in possesso del Museo dell’Abbazia è stato acquisito progressivamente, con un forte incremento tra la fine del ‘400 (nel 1462 fu nominato il primo Abate Commendatario: il cardinale Bessarione) e il ‘600 e un ulteriore ampliamento alla fine dell’800-inizi del ‘900 con l’intensa attività dell’Abate Rocchi e con l’arrivo nel 1907 delle opere trasferite dalla Villa Gavotti.
Annarena Ambrogi
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| Abbazia di San Nilo - Affreschi della Sala detta delle "Grottesche" / Foto di Daniela Bonanome |
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[1] Bibliografia sul Museo dell’Abbazia di Grottaferrata: G. Moroni, Dizionario di erudizione storico ecclesiastica, Venezia 1840-1861, XXXIII, 44-72; Rocchi, p. 169 ss.; Tomassetti, Della campagna romana, p. 482 ss.; Tomassetti, IV, p. 281 s.; D. Cosma Buccola, Ricordi di una visita alla monumentale Badia greca di Grottaferrata, Grottaferrata 1933, p. 46 ss.; S. Kambo, I castelli romani. Grottaferrata e il Monte Cavo, Bergamo 1933, p. 34 ss.; Grottaferrata, p. 29 ss.: G. Ghini; E. ponti – F. Passamonti, Storia e storie di Grottaferrata, Roma 1939, p. 254 ss.; F. Aloisi – R. Luciani, Grottaferrata, memorie, presenze, percorsi, Roma 1992, p. 121 ss.; Grottaferrata, p. 29 ss.: G. Ghini; Valenti, p. 33; Ghini, p. 101 ss.; Fabjan, p. 111 ss.
[3] A. Rocchi, Codices Cryptenses seu Abbatiae Cryptae Ferratae in Tuscolano digesti et illustrati, Tusculani 1883; Id., De coenobio cryptoferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim graecis commentarii, Tusculi 1893; Id., Il Cenobio di Grottaferrata, la Biblioteca e i Codici proincipalmente i Codici greci, trad. di P. B. Intrieri, Tusculi 1893; Id., Vita di San Nilo Abate, Fondatore della Badia Greca di Grottaferrata, Roma 1904.
[4] Fabjan, p.113 ss., con bibliografia precedente e accurate annotazioni sulle notizie emerse dai documenti d’archivio.
[5] Fabjan, p. 115, note 52-54, con bibl. prec.
[6] Fabjan, p. 116, note 63-64.
[7] La Badia greca di Grottaferrata nel settimo centenario della Traslazione del quadro prodigioso di Maria Santissima dalla città di Tuscolo. Numero Unico, Roma 1930, in cui R. Artioli redige un’attenta descrizione del Museo.
[8] Sui resti di una villa romana nel sito dove sorge l’Abbazia, la cui datazione è da rialzare alla fine del II-prima metà del I secolo a.C., si veda: Valenti, p. 326-331, nn. 720-736, con bibl. prec. Sono stati fatte parecchie ipotesi per identificare il proprietario di questa villa: Cicerone, gli Acilii, i Vestricii; la tradizione del riconoscimento nel territorio dell’Abbazia del luogo ove era la villa di Cicerone, formatasi nel XV secolo, ebbe particolare fortuna nel XVIII e XIX secolo. Sulle ville romane nell’area tuscolana e sul territorio dell’Abbazia: A. Kircher, Latium, Amstelodami 1671, p. 57 ss.; D. B. Mattei, Memorie istoriche dell’antico Tuscolo, oggi Frascati, Roma 1711, p. 73 s.; Cardoni,De tusculano M. Tullii Ciceronis, Roma 1757, p. 57 s.; G. B. De Rossi, Ricerche archeologiche e topografiche sul monte Albano e sul territorio tuscolano, in Ann.Ist.Corr.Arch., 45, 1873, p. 162 ss., in particolare pp. 207 ss. (Grottaferrata e villa di Cicerone), 218 ss. (Campovecchio); Vitali F. O. S. B., Memorie della restaurazione della Ven. Chiesa di S. Maria di Grottaferrata, Ms. Z. δ XVIII, pp. 63 ss. (Rocchi, Codices Cryptenses, op. cit., p. 530); R. Lanciani, Delle ville tusculane, in Bullcom, 12, 1884, p. 172 ss.; Tomassetti, Della campagna romana, p. 479; Rocchi, De coenobio cryptoferratensi, op. cit.; F. grossi Gondi, Il Tuscolano nell’età classica, Roma 1908; S. Kambo, Grottaferrata e il Monte Cavo, Bergamo 1922; Tomassetti, IV, p. 262 ss., 338 ss., 462 ss., 472 ss.; L. Devoti, L’abbazia di Grottaferrata dalla fondazione alla fine del Medioevo, in Lunario romano, 1988, p. 127 ss.; Id., L’abbazia di S. Maria di Grottaferrata. Dalla fondazione alla fine del Medioevo, Velletri 1995; Valenti, passim.
[9] Tomassetti, Della campagna romana, p. 484 s.(con elenco dei frammenti murati nel Casino); Th. Ashby, The Classical Topography of the Roman Campagna.III. The via Latina, II, in PBSR, V, 1910, pp. 228 ss., 269 s.; Tomassetti, IV, p. 279 s.; Grottaferrata, p. 30 ss.: G. Ghini; Valenti, p. 296 ss., nn. 632-633 (Villa Gavotti, di Campovecchio); nn. 634-642 (villa romana in loc. Montedoro/Campovecchio).
[10] Sui rinvenimenti nell’ager tusculanus si rimanda a Valenti, passim; in particolare sui ritrovamenti di sarcofagi: Valenti, p. 381-2, n. 894; p. 63, fig. 394; pp. 113, 116, nn. 49-50; p. 122, n. 83; p. 196, n. 311; p. 216, n. 380; p.276, nn. 26,39, 554; p. 277, n. 559; p. 291, n. 605; p. 316, n. 665; p. 320, n. 684; p. 324, n. 706; p. 325, n.712; p. 338, n. 769; p. 368, n. 838; p. 369, n. 839.
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