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NUOVI SGUARDI SULLE ROVINE.
BREVI NOTE SUL CONTE FLACHÉRON |
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English version coming soon...
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| By Daniela Bonanome |
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Esponente di spicco del circolo degli artisti fotografi che si riunivano sistematicamente nelle sale romane del Caffè Greco, il conte Flachéron è in genere considerato il maggiore catalizzatore delle tecniche sperimentali applicate all’arte fotografica da calotipo1, risultando egli stesso artefice indiscusso di un innovativo procedimento di stampa messo a punto a Roma, agli inizi degli anni ’50 dell’Ottocento, definito “The Roman process”2 (figg. 1 - 2).
Jean François Charles André, detto conte Frédéric Flachéron, aveva studiato a Parigi come incisore di medaglie e pietre dure, era senza dubbio un artista. Pur ricevendo il secondo prix de Rome per la medaglistica, non ottenne tuttavia quel riconoscimento che aveva permesso a molti altri suoi amici vincitori del Grand Prix de Rome di essere ospitati come pensionnaires a Villa Medici (fig. 3), luogo di perfezionamento per promettenti disegnatori, pittori e architetti, tra i quali il celebre architetto Alfred Normand3.
Non fu certo questo ad impedire a Flachéron di stabilirsi a Roma. Qui viveva, già da diversi anni, il fratello Isidoro, artista affermato nonché seguace della scuola di Ingres4.
La sua permanenza nella capitale, attestata quindi nel 1839, divenne stabile grazie al matrimonio (1842) con Caroline Hayard, figlia di Charles Hayard, celebre commerciante di colori per le Belle Arti, il cui negozio, sito prima in via Due Macelli 46 e successivamente in piazza di Spagna 43, si era specializzato anche nella fornitura tipica della nuova arte fotografica mettendo a disposizione dei calotipisti di allora sostanze chimiche e carte di vario tipo. Questo luogo deve aver giocato un ruolo non trascurabile nella diffusione delle metodologie di stampa da calotipo, d’altronde era da tempo frequentato da una variegata moltitudine di pittori, incisori, vedutisti stranieri o italici, che alimentava scambi di informazioni sulle arti in genere.
E’ facile presumere che la fortunata ubicazione del negozio nel centro città abbia suggerito a Flachéron, quindi ad Hayard stesso, di estendere il genere di merce offerta fino ad allora agli artisti attivi in città o di passaggio alle forniture
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| Fig 1 - Conte Frédéric Flachéron, 1850 ca |
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legate alle nuove tecniche fotografiche di stampa, che potevano già essere state richieste proprio dai dagherrotipisti, pensiamo allo stesso Caneva o a Tommaso Cuccioni, i quali prima ancora di diventare fotografi erano artisti, dunque probabili clienti.
Flachéron nel dare un aiuto al suocero avrebbe veicolato le informazioni sulle nuove metodiche provenienti dalla Francia sia tra i fotografi itineranti, temporanei acquirenti presso il suo negozio di quei materiali difficilmente reperibili altrove, sia tra i suoi amici e referenti più fedeli, mi riferisco soprattutto ai borsisti di Villa Medici e a quella cerchia di artisti-fotografi che era facile individuare negli assidui frequentatori del Caffè Greco5. La tempistica, basandosi sui pochi dati certi a nostra disposizione, ci lascia un quadro caratterizzato da un incalzare serrato di avvenimenti che si collocano a Roma sullo scorcio degli anni ‘40, all’interno del macrofenomeno del Grand Tour e di una renovata esperienza di viaggio favorita dalla diffusione e commercializzazione del dagherrotipo (pensiamo alle dispense dell’editore d’arte Lerebours, a suggello indelebile di quelle memorie, che un tempo si affidavano agli schizzi sui taccuini o all’acquisto di stampe di piccolo formato).
A Roma era giunto il reverendo Calvert Richard Jones (fig. 4), anch’egli discreto pittore (fig. 5), il quale, avendo abbracciato subito il metodo di Talbot6 con risultati incoraggianti, aveva deciso di esercitare la sua capacità di calotipista nell’Urbe, durante il suo viaggio italiano, nel maggio del 1846. Lo dimostra una straordinaria fotografia dell’interno del Colosseo7 (fig. 6), che, insieme ad altre riprese - “Castel Sant’Angelo” e “L’arco di Tito” 8 – attesta il suo indiscutibile interesse per la città. Poiché non era l’unico inglese a portare con sé il calotipo di Talbot9, dobbiamo pensare che proprio il gruppo di viaggiatori britannici, volente o nolente, rappresentasse uno dei principali anelli di congiunzione tra il metodo calotipico perfezionato e i dagherrotipisti dell’ambiente romano.
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Fig. 3 - Villa Medici, F. Flacheron, 1852
Fig. 2 - Il conte Flacheron |
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A ciò si aggiunga la presenza del maestro della fotografia francese Gustave Le Gray10, il quale risulta essere passato per Roma proprio negli anni quaranta, in compagnia del suo allievo Firmin-Eugéne Le Dien (fig. 7) e di esserci restato fino al 184711.
Altro dato non trascurabile è suggerito dalla presenza in città negli stessi anni tra il 1846 ed il 1847 della coppia Jacques-Michel Guillot e Amélie Saguez, fotografi entrambi, autori al loro rientro in Francia di un trattato con il quale era possibile semplificare e standardizzare il procedimento di Talbot12. Un metodo analogo era stato scoperto (oppure rubato?) nello stesso anno da Blaquart-Evrard che lo brevettò presso l’Accademia delle Scienze di Parigi nel gennaio 184713. Dunque una procedura migliorata e stabilizzata che riguardava la preparazione delle carte negative. La notizia, davvero incoraggiante, aveva preso a circolare grazie a Charles Chevalier, famoso ottico parigino14 (figg. 8 - 9), che aveva rapporti commerciali con i Guillot-Saguez15 fin dal 1846, anno in cui vengono datate le loro vedute di soggetti romani, il quale doveva averla comunicata a Flacheron, di cui divenne fornitore ufficiale dal 184816. Per completare il quadro di quel fatidico anno va ricordato che sempre nel 1847, esattamente il 25 ottobre, venne brevettato il metodo di stampa da negativi di vetro albuminato, ottenuto dalle ricerche intraprese da Abel Niépce de Saint-Victor (fig. 10), sperimentazioni cui aveva partecipato anche Eugéne Constant, dal 1848 borsista a Villa Medici.
Questa fitta trama di contatti, di cui Flachéron era il principale destinatario per l’ambiente artistico romano, garantiva una rapida diffusione sui procedimenti, aggiornando le metodiche fino a poco prima adottate ed aprendo nuove prospettive di esecuzione per le riprese e le stampe fotografiche: è probabile che tale meccanismo abbia determinato l’abbandono del dagherrotipo.
Si pensi soltanto al pittore padovano Caneva, il quale, avendo avuto modo sin dal 1845 di realizzare dagherrotipi di vedute romane che Cuccioni rivendeva nella sua bottega di incisore in via dei Condotti, riuscì ad ottenere i suoi primi negativi su carta tra il 1846 e il 184717. In ciò evidentemente fu favorito dall’incontro con i fotografi parigini Guillot-Saguez, evento confermato dal fatto che egli ne ricorda l’utile procedimento nel suo Trattato18 citandone i nomi, ma non storpiandoli, come pure è stato detto19, solamente riscrivendoli sulla base della semplice pronuncia.
Flachéron, in questo contesto sembra aver assunto quindi il ruolo di “docente”, forse inconsapevole, nei confronti di un gruppo di artisti con cui si incontrava presso il Caffè Greco, luogo prediletto per intellettuali, pittori, viaggiatori dell’epoca, tra i quali il Caneva, la cui firma è documentata fin dal 1845 nel registro (fig. 11) dei frequentatori che utilizzavano il locale come fermo posta, recuperato di recente20.
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| Fig. 4 - Calvert Richard Jones, Veduta del porto, 1845 |
Fig. 5 - Calvert Richard Jones, Swansea Market |
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| Fig. 6 - Calvert Richard Jones, Colosseo, 1846 |
Studio d'alberi nella campagna romana, 1852-53 |
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La critica moderna ritiene di collocare l’attività fotografica di Flachéron nel 184821, quando era già in grado di fare inserire alcune sue buone vedute nella raccolta di Alfred Bruyas22, grande collezionista di Montpellier. Personalmente ritengo plausibile anticipare questa data immaginando per il conte Flachéron un certo periodo di approccio sperimentale, forse indotto dai consigli e dai risultati incoraggianti del Caneva, che proprio nel 1847 aveva realizzato una delle più amate riproduzioni del cd. tempio di Vesta (fig. 12), un soggetto rappresentato a suo tempo in pittura (fig. 13), del Colosseo (fig. 14) e, a quanto sembra, anche ritratti di persone23.
Esiste anche una lettera, indirizzata all’ottico Charles Chevalier del 28 luglio 1851, pubblicata a corredo del catalogo di una importantissima mostra fotografica svoltasi quest’anno a Roma24, nella quale egli esprime la sua soddisfazione per la qualità delle stampe ottenute con un obiettivo a lenti componibili da lui fornito25, e per la notorietà che tale commercio gli aveva procurato.
Probabilmente durante il 1848 la straordinaria abilità di Flachéron nel trattare sostanze chimiche lo convinse a proporre una ulteriore variante al metodo di Blanquart-Evrard, nella versione semplificata dai Guillot-Saguez e già nota in città.
Il procedimento era giustificato da precise condizioni atmosferico-ambientali che incidevano sulla resa delle carte negative. Pertanto Flachéron, dovendo adattarsi alla particolare intensità della luce di Roma, specie d’estate, decise di aggiungere del bromuro di potassio allo ioduro d’argento in modo da mitigare l’estrema sensibilità alla luce, propria dello ioduro, quando veniva impiegato allo stato puro26.
I risultati furono così incoraggianti da indurlo a produrre vedute dei monumenti di Roma organizzate in un archivio, con negativi che riportavano la sua firma e l’anno di esecuzione, da porre in commercio attraverso il negozio del suocero. La firma rappresenta la piena consapevolezza della suo valore di autore e va interpretata come il naturale desiderio di distinguersi pur lavorando insieme ai calotipisti del Caffè Greco. Poiché è noto che gli artisti fotografi eseguivano in gruppo – da qui il nome informale di Scuola Romana di Fotografia - le loro “prove” (fig. 15), utilizzando strumenti fotografici di grande e piccolo formato ed aiutandosi reciprocamente nell’utilizzo di carte negative umide27, dobbiamo immaginare quanto fosse densa di discussioni e di tentativi questa loro attività.
Se andiamo ad osservare le stampe di alcuni di loro troveremo anche interessanti vedute di emulazione reciproca, sia per quanto attiene alla scelta dei singoli monumenti del Foro Romano, sia per quel che riguarda le inquadrature. Il confronto più utile è dato ad esempio dalla Colonna di Foca (fig. 16), eseguita da Flachéron nel 1849, alla quale possiamo accostare la versione ottenuta dal Caneva (fig. 17) nel 1852-53. Rifuggendo quasi dalla veduta d’insieme dei monumenti del Foro, inveterata consuetudine della tradizione di stampe ed incisioni da tempo in commercio, il fotografo ha inquadrato dal basso la colonna, che viene posta in risalto a campire lo spazio disponibile sul foglio senza segnare il centro esatto, lasciando cioè una quinta maggiore sulla sinistra a disposizione per l’ingombro - basso - dell’arco di Settimio Severo e riservando lo sfondo a destra della colonna - alto - al corpo della chiesa dei Santi Luca e Martina.
Il Caneva invece fotografa la stessa colonna ponendosi con la macchina su un livello rialzato per non sovradimensionarla rispetto al profilo articolato dei monumenti costituenti lo sfondo architettonico, quindi per ricondurre la lettura dell’immagine ad una visione prospettica.
In un’altra stampa del 1849 Flachéron fotografa il Tempio della Fortuna Virile (fig. 18) ponendo grande attenzione alla correttezza dell’inquadratura del soggetto, che nello stesso anno (non certo nello stesso momento della giornata) viene proposto anche da Constant, ritratto presso il basamento del tempio (fig. 19), prediligendo una distanza maggiore28. La prospettiva risulta essere la stessa solo perché era obbligata, infatti l’apparecchio poteva essere collocato in posizione elevata sistemandolo unicamente tra gli intercolumni del cd. tempio di Vesta e rivolgendo l’obiettivo verso la Casa dei Crescenzi (fig. 20), come dimostra una bellissima immagine eseguita dallo stesso Flachéron che ne rivela il punto di ripresa (fig. 21)29, confermando una consuetudine alla visione di quel vicolo sperimentata da lungo tempo (fig. 22).
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| Fig. 8 - Charles Chevalier |
Fig. 9 - Baule fotografico di C. Chevalier, 1860 |
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| Fig. 10 - Abel Niepce de Saint-Victor |
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L’interesse del Flachéron verso alcuni dettagli dei singoli monumenti è documentato da alcune riprese che si datano tra il 1850 e il 1851. La base della Colonna Traiana (fig. 23) è illuminata da una luce obliqua che sottolinea gli elementi decorativi dei rilievi agevolando senza meno la lettura dell’iscrizione dedicatoria30. Il rapporto in scala è offerto dai due personaggi collocati ai lati del basamento. Secondo le informazioni in nostro possesso si tratterebbe di Alfred-Nicolas Normand a destra di chi guarda e dell’architetto Charles Jean Louis Garnier a sinistra, anch’egli borsista a Villa Medici tra il 1849 e il 1853 (fig. 24), legittimo possessore di quella fotografia31.
Infine parliamo di due vedute dell’Arco di Costantino, che resta uno dei monumenti romani più rappresentati in assoluto da pittori ed artisti del Grand Tour.
Qui viene riprodotto da una distanza ravvicinata, tagliando dall’inquadratura l’attico dell’arco onorario e scegliendo un punto di ripresa che impone una veduta di scorcio sul fornice centrale e quello laterale della facciata rivolta a Sud (fig. 25). Rispetto alla norma che favoriva le inquadrature complete per la rappresentazione dei monumenti storici, Flachéron si orienta verso una scelta innovativa e dunque drastica. Decide di fotografare il monumento pienamente illuminato da un sole basso. Infatti, sulle pareti le ombre portate delle colonne non disturbano la lettura delle superfici32, anche se la decorazione in rilievo ne soffre un po’ dato l’annullamento dei chiaroscuri.
Gli effetti di contrasto si conservano – forse sono stati proprio desiderati – all’interno del fornice principale, il cui rilievo monumentale d’età traianea, posto sul lato interno verso Est, risulta leggibile grazie all’illuminazione radente inclinata. Anche il rilievo con soldati sul basamento della colonna che delimita il fornice è ben definito dalla stessa luce. Va anche apprezzato il contrasto determinato tra settori in piena luce e zone d’ombra il cui risultato determina una resa grafica del motivo dell’arco a tutto sesto, che va a moltiplicarsi nei fornici della facciata e prosegue in sovrapposizione nella fuga di archi del Colosseo, a sua volta “ritagliato” e visibile attraverso l’arco maggiore nonché a fianco della struttura.
L’esperienza di quella ripresa e del suo risultato sembra essere stata pienamente maturata in un’altra straordinaria veduta dell’Arco di Costantino (fig. 26). Realizzata nel 1851, la struttura costantiniana viene inquadrata sul fianco Ovest, quello rivolto verso il Palatino, illuminato dal sole pomeridiano, i cui raggi stavolta hanno un percorso meno radente rispetto alla fotografia precedente. La posizione ben studiata dell’apparecchio fotografico consente uno scorcio piuttosto ardito della fronte meridionale dalla quale emergono in rapida, prospettica fuga, le colonne, ben distinte, leggibili, senza sovrapposizioni. Esito di prospettiva molto gradevole, che si amplifica anche nei basamenti delle colonne e nelle figure di prigionieri barbari e che rende leggiadro l’impianto dell’arco. Sono stati richiamati alla memoria i dipinti di Hansen e Corot che di certo Flachéron conosceva33 e che devono aver fornito al fotografo uno spunto prospettico da riproporre; inoltre è stato ribadito che Flachéron è riuscito in questa immagine: “…ad esprimere la sua sensibilità pittorica rimanendo contemporaneamente fedele al compito specificatamente assegnato alla fotografia, di rendere il massimo di informazioni sul monumento…”34.
In ogni caso, questa inusitata rappresentazione del fianco dell’Arco di Costantino sembra proseguire il discorso delle vedute “particolari” delle antichità romane ricercate da Flachéron, poiché spinge l’osservatore ad apprezzare il monumento nella sua interezza, girando intorno ad esso, rivalutando le parti meno viste o visibili, conferendo loro la dignità della menzione attraverso la citazione fotografica. Inoltre va valutata positivamente la scelta di adeguarsi alla fonte naturale della luce del sole che rende giustizia sia al tondo della dea Luna (fig. 27, dettaglio di 26), sia al fregio in cui si narra l’episodio della partenza di Costantino da Milano (fig. 28, dettaglio di 26), troppo spesso negletti persino nella ridondante iconografia moderna. La composizione risulta finalmente comprensibile grazie all’effetto grafico dovuto all’illuminazione radente, cosa che parimenti facilita la visione e la lettura del frammento di rilievo di epoca traianea collocato sull’attico dell’arco.
Attraverso queste immagini documentali comprendiamo, forse ancora in modo incompleto, lo spirito innovatore che dominava Flachéron, la sua particolare capacità selettiva rispetto ai soggetti da riprendere, la volontà di ricomporli tramite le sue inquadrature originali in una nuova spazialità tutta da sperimentare. Pronto al confronto con i colleghi ed amici, ai loro suggerimenti, capace in ogni caso di intervenire nella diffusione delle immagini sfruttando al meglio i contatti commerciali acquisiti dagli Hayard, saprà comunque imporsi sulla scena internazionale partecipando con merito alle importanti esposizioni fotografiche di Londra nel 1851 e 1852.
Gli esperti di fotografia storica lo hanno visto come l’abile traino per la divulgazione del “processo romano” tra i frequentatori del Caffè Greco, tuttavia sarebbe interessante poter appurare quale tipo di rapporto professionale esistesse realmente tra Caneva e Flachéron: erano coetanei, questo è certo, ma Caneva disponeva di un’invidiabile esperienza tecnica acquisita in precedenza tramite la pratica della dagherrotipia e in seguito del calotipo, secondo il metodo dei Guillot-Saguez di cui si è già detto35. Allora non sarebbe del tutto impossibile pensare a Caneva come a qualcuno che avrebbe potuto “iniziare” Flachéron ai “misteri” dell’arte fotografica36, lasciando spazio in poco tempo alla progressiva, infaticabile quanto prorompente personalità del suo amico e “allievo”, aperto alla sperimentazione su nuove tecniche e pronto a “inventare” nuove inquadrature.
Daniela Bonanome
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Fig. 13 - Giacomo Caneva. Roma, il Tempio di Vesta |
| Fig. 12 - Caneva, Tempio di Vesta, 1847 |
s.d., Padova, Museo degli Eremitani, olio su tela |
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| Fig. 14 - Caneva, Colosseo, 1847 |
Fig. 15 - Caneva, Scalinata della chiesa di Trinità dei Monti, 1852 |
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NOTE
1. Per approfondire la tecnica della calcotipia si consiglia di consultare http://www.gri.it/storia/negcart.htm.
2. Esaustivo ora A. PRANDI, “The Roman Process”. Con un repertorio della letteratura fotografica 1849-1863 relativa all’esperienza romana, in AA. VV., Roma 1840-1870. La fotografia, il collezionista e lo storico, Modena 2008, a cura di M. F. BONETTI, C. DALL’OLIO, A. PRANDI. Qualche ulteriore notizia sul procedimento, sui negativi di carta e sul loro attuale restauro conservativo in http://aic.stanford.edu/jaic/articles/jaic42-03-005_indx.html
3. G. LE GALL, Fotografia di architettura e autorità accademica: l’esempio di Alfred-Nicolas Normand, pensionnaire a Villa Medici, in AA. VV., Roma 1850. Il circolo dei pittori fotografi del Caffè Greco, Milano 2003, pp. 59-63.
4. ANNE CARTIER-BRESSON, Il metodo romano: tra ricerca e adattamento, in AA. VV., Roma 1850, cit. in nota 3, pp. 22-27, p. 26, nota 36.
5. Su questo argomento si trovano testi e immagini in www.photographers.it/articoli/caffegreco.htm.
6. M. GRAY, Fox Talbot, Milano 1988. Già alla fine del 1839 venne pubblicato a Milano da G. Crespi il Metodo per eseguire sulla carta il fotogenico disegno inventato dal signor Fox Talbot.
7. Il primo calotipo del Colosseo venne realizzato da Victor Prevost nel 1843, si veda P. BECCHETTI, Fotografia e archeologia alle origini della fotografia italiana, in Segni di luce. Alle origini della fotografia in Italia, a cura di I. ZANNIER, Faenza 1991, p. 80.
8. AA. VV., Architetture delle immagini: gli Alinari e la fotografia degli anni ’50 in Francia e in Italia, p. 187, vedi figg. 133c-135c.
9. In compagnia dei suoi compatrioti George Wilson Bridges e William Robert Baker, compie un interessante giro turistico da Firenze a Napoli, prima di proseguire poi per Palermo e Malta: The romantic era: Reverendo Calvert Richard Jones 1804 - 1877, Reverendo George Wilson Bridges 1788 - 1863, William Robert Baker di Bayfordbury 1810 - 1896 ; il lavoro di tre fotografi inglesi svolto in Italia nel 1846 - 1860, usando il procedimento per Calotipia (Talbotipia) / Fratelli Alinari, Firenze 1988.
10. Per le immagini di Le Gray suggerisco di collegarsi con http://expositions.bnf.fr/legray/enimages/index.htm.
11. A. MARGIOTTA, La scuola romana di fotografia, in AA. VV., Roma 1850, cit. in nota 3, p. 29, con bibl.
12. Il trattato venne pubblicato a Parigi dall’editore Victor Masson nel 1847: Méthode théorique et pratique de photographie sur papier.
13. E’ pubblicato in Comptes Rendus de l’Académie des Sciences, XXIV, p. 117 ss. Si veda anche Isabella Jammes, Blanquart-Evrard et les origines de l’édition photographique française, Genéve-Paris 1981, p. 23 ss.
14. Noto per aver realizzato a suo tempo l’obiettivo per l’apparecchio di Daguerre.
15. CARTIER-BRESSON, cit. in nota 4, p. 22, nota 23.
16. CARTIER-BRESSON, cit. in nota 4, p. 22, nota 24.
17. Sul Caneva si veda P. BECCHETTI, L’opera fotografica di Giacomo Caneva, Lodovico Luminello e di Jhon Henry Parker in un prestigioso fondo romano, in L’immagine di Roma 1848-1895, Napoli 1994, p. 19, nota 15. Si pensa che a questo periodo risalga la veduta del “gruppo del Laocoonte” dei Musei Vaticani, cfr. CARTIER-BRESSON, cit. in nota 4, p. 22, nota 17.
18. GIACOMO CANEVA, Della fotografia: Trattato pratico di Giacomo Caneva Pittore prospettico, Roma 1855, p. 22.
19. CARTIER-BRESSON, cit. in nota 4, p. 22, nota 18.
20. MARGIOTTA, cit. in nota 11, p. 28 ss., nota 6, figg. 2-4.
21. M. MIRAGLIA, Fotografia italiana dell’Ottocento, Milano-Firenze 1979, p. 131.
22. MARIE-EVE BOUILLON, in AA. VV., Roma 1850, cit. in nota 3, p. 178.
23. Non si dimentichi che il Caneva in quel periodo non aveva certo smesso di realizzare dagherrotipi: cfr. nota 17.
24. Roma 1840-1870, cit. in nota 2, p. 193.
25. Più estesamente su questo aspetto tecnico si veda A. GREENE, Primitive Photography: A Guide to Making Cameras, Lenses, and Calotypes, Michigan 2001, p. 120.
26. CARTIER-BRESSON, cit. in nota 4, p. 23, note 47-49.
27. Più estesamente su questo aspetto CARTIER-BRESSON, cit. in nota 4, pp. 23-24 e p. 25, nota 89.
28. L’effetto finale è molto diverso in quanto Constant, utilizzando il negativo di vetro all’albumina ottiene una migliore resa dei dettagli.
29. AA. VV., Roma 1850, cit. in nota 3, p. 70, fig. I.5.
30. MARGIOTTA, cit. in nota 11, p. 32; p. 91, fig. I.25.
31. MARGIOTTA, cit. in nota 11, p. 32; p. 157, fig. VII.6.
32.Per questo effetto particolare si veda la fotografia di Tommaso Cuccioni inserita nell’articolo di A. Corrao sull’Arco di Costantino tra gli “Approfondimenti”.
33. M. F. BONETTI, in Roma 1840-1870, cit. in nota 2, p. 69.
34. M. F. BONETTI, ibidem, p. 69.
35. MARGIOTTA, cit. in nota 11, p. 28; cfr. supra nota 15.
36. Trovo insolito, ancorché sospetto, il fatto che Caneva descriva in dettaglio nel suo trattato (vedi nota 17, pp. 29-34) le tecniche del metodo di Blanquart-Evrard, la modifica di Guillot-Saguez, senza citare la variante del procedimento di Flachéron. Si sofferma invece sulla sua personale formula che utilizzava carte salate semplici e non spesse come il genere utilizzato dal collega (ibidem, p. 50; CARTIER-BRESSON, cit. in nota 4, p. 24, nota 82).
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Referenze fotografiche:
Le figg. 1, 2, 3, 11, 12, 14, 15, 16, 19, 21, 23, 24, 25 sono tratte da AA. VV., Roma 1850. Il circolo dei pittori fotografi del Caffè Greco, Milano 2003;
Le figg. 17, 18, 26 sono tratte da AA. VV., Roma 1840-1870. La fotografia, il collezionista e lo storico, Modena 2008, a cura di M. F. Bonetti, C. Dall’Olio, A. Prandi;
Le figg. 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 13, 20, 22 sono tratte dal web.
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Fig. 16 - Flachéron, La colonna di Foca e l'arco di Settimio Severo,
la chiesa dei Santi Luca e Martina e il tempio di Vespasiano, 1849 |
Fig. 17 - G. Caneva, Foro Romano. Colonna di Foca, 1852-1853 |
, 1849web.jpg) |
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| Fig. 18 - Flachéron, Tempio della Fortuna Virile e Casa dei Crescenzi (detta di Cola di Rienzo), 1849 |
Fig. 19 - Eugéne Constant, Tempio della Fortuna Virile, 1850/57 |
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.jpg) |
| Fig. 20 - Casa dei Crescenzi |
Fig. 20.1 - Casa dei Crescenzi (particolare) Foto di A. Corrao
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| Fig. 21 - Flachéron, Il tempio di Vesta, 1850 |
Fig. 22 - Giuseppe Vasi, tav.94 |
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, Ritratto di artisti, 1850web.jpg) |
| Fig. 23 - Flachéron, Base della colonna Traiana, 1850 |
Fig. 24 - G. Caneva (attr.), Ritratto di artisti, 1850 |
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| Fig. 25 - Flachéron, L'Arco di Costantino e il Colosseo, 1850 |
Fig. 26 - Flachéron, Arco di Costantino, 1851 |
Fig. 27 - Arco di Costantino, la Dea Luna. Foto di A. Corrao [Guarda questa foto in alta definizione] |
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| Fig. 28 - Arco di costantino, la partenza da Milano dell'imperatore. Foto di A. Corrao - [Guarda questa foto in alta definizione] |
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