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 LE FONTANE NELL’ANTICHITA’ CLASSICA: LABRA E SOSTEGNI IN MARMI BIANCHI E COLORATI
 
di Annarena Ambrogi
Le numerose fontane, che si incontrano passeggiando per le vie e le piazze di Roma, costituiscono certamente l’elemento più caratteristico e scenografico del paesaggio urbano. La maggior parte di esse riutilizzano vasche e bacini antichi, fornendo così una testimonianza diretta della continuità d’uso di questa importante classe monumentale, che già in antico adornava i fora, le strade e i giardini di Roma e delle altre città dell’Impero. Alcune di queste vasche sono state reimpiegate nelle Chiese, come preziose basi di altari o come fonti battesimali, testimoniando anche in questo caso la ripresa in età moderna di antiche consuetudini: già i Greci e poi i Romani usavano purificarsi prima di accedere in un luogo sacro, aspergendosi con acqua lustrale, di cui erano ripiene vasche e labra collocati presso i templi.
Con il termine labrum e il suo diminutivo labellum i Romani indicavano bacini e vasche circolari per contenere acqua, realizzati in argilla, bronzo, marmo, pietra e porfido, da utilizzare nel bagno privato e nelle terme pubbliche. Labra erano anche fontane, bacini ornamentali di residenze private, vasche d’acqua lustrale, recipienti vari ed urne funerarie. La tipologia di questi labra è piuttosto uniforme, presentando tutti una forma emisferica, schiacciata sul fondo, con un profilo continuo ad arco di cerchio; le variazioni riguardano la profondità e l’ampiezza. Un solo tipo appare più complesso e prezioso per l’aggiunta di baccellature o scanalature, kymatia ionici sul labbro, anse arricchite da serpenti e maschere barbate, e per una tettonica più articolata, il cui profilo discontinuo crea uno stacco netto tra labbro, collo, pancia e fondo.
Le fonti menzionano labra in funzione di fontane pubbliche e private. Livio (XXXVII 3,7) ricorda due labra marmorei che P. Cornelio Scipione l’Africano, nel 190 a.C., prima della partenza per l’Asia in qualità di legato del fratello Lucio, aveva fatto collocare di fronte ad un nuovo fornix (arco) da lui innalzato in Capitolio. Il fornix, connesso con due immagini di cavalli e sette statue di bronzo dorato, doveva scavalcare il clivus Capitolinus e probabilmente costituire un ingresso monumentale al Campidoglio. Plinio il giovane (Ep. V 6,20) descrive nel cortile di una sua villa, ai piedi dell’Appennino toscano, un labrum marmoreo, da cui traboccava l’acqua, posto tra quattro alberi di platano. Ammiano Marcellino (XVII 4,6), alla fine del IV secolo, ricorda che “in hac urbe inter labra ingentia...obeliscos vidimus”. Sono testimoniati anche labra per contenere le pietanze, per la lavorazione degli alimenti e per la fabbricazione del vino e dell’olio: Catone (De re rustica 10,4; 11,3; 13,2; 66,2) menziona, a proposito dell’attrezzatura necessaria per coltivare un oliveto e un vigneto, un labrum eluacrum (vasca per lavare), un labrum lupinarium (per il residuo acquoso lasciato dall’olio fatto sgocciolare dalle olive torchiate), labra aquaria e labra olearia. Columella De re rustica, XII 15,3; XII 52,10; 52,11-12; 54,2) ricorda un labrum per deporvi i fichi durante il processo di essiccazione e labra per la lavorazione dell’olio e degli unguenti. Virgilio (Georg. II, 6) menziona labra per il mosto: ...spumat plenis vindemia labris.
 
Firenze, Palazzo Pitti  Firenze, Palazzo Pitti - particolare    Napoli, Museo archeologico
Napoli, Museo archeologico - particolare Napoli, Museo archeologico - particolare Verona, Basilica di S.Zeno
Le funzioni del labrum, quindi, si possono distinguere in religiose e laiche; la valenza laica si esplica sia a livello igienico-terapeutico, relativa al bagno e alla pulizia personale, sia utilitario, per l’uso domestico e agricolo, che ornamentale, come fontana. La funzione igienica e quella ornamentale si attestano sia in ambito pubblico (terme, fori) che privato (domus con bagni e giardini). La funzione religiosa, cultuale e votiva, è derivata direttamente dal mondo greco e legata ad un contesto essenzialmente pubblico. La valenza cultuale dei labra si è perpetuata immutata fino al mondo cristiano, in cui il termine designa le acquasantiere per le abluzioni purificatrici poste all’ingresso delle Chiese e in particolare il fonte battesimale.
I labra con funzioni pratiche igienico-terapeutiche sono i più ampiamente documentati: le fonti antiche e i ritrovamenti attestano un’ampia diffusione delle vasche tonde nelle terme pubbliche e nei bagni privati, ove oltre alla funzione refrigerante e terapeutica, rivestivano anche un’evidente funzione ornamentale, sottolineata dalla monumentalità e preziosità dei materiali usati per alcuni esemplari. E’ dagli ultimi decenni del III secolo a.C. che nel mondo romano iniziò a diffondersi l’uso dei bagni pubblici, definiti in età imperiale thermae. Il bagno pubblico si affiancò e progressivamente si sostituì a quello domestico, il quale, però, sopravvisse nelle dimore private più ricche, articolandosi in forme sempre più complesse e differenziate, e rispondendo a funzioni svariate, per cui il bagno da elementare norma igienica, cominciò ad assumere una funzione salutare, divenendo anche un raffinato piacere, uno svago. Il bagno domestico in età più antica era praticato, nella maggior parte dei casi, in un unico, piccolo ambiente buio, posto accanto alle cucine, per sfruttarne il calore, e fornito di tinozze o catini di metallo o in muratura, raramente di vasche marmoree, per lavarsi, e a volte di panchine per il bagno di sudore; bagni privati di questo tipo sono attestati nelle ville rustiche di età repubblicana del Lazio. Seneca (Epistolae 86, 4-12) in un’epistola scritta dopo la metà del I secolo d.C. ricorda con rimpianto l’austerità di P.Cornelio Scipione Africano, che nel suo balneolum angustum e buio si lavava, secondo la consuetudine antica, parzialmente ogni giorno e ogni otto giorni faceva il bagno completo. Dalla fine del III- inizi del II secolo a.C. si diffuse l’uso del bagno intero da effettuarsi in un’apposita stanza da bagno e in ambienti più complessi: con il termine di balineum/balneum le fonti indicano un bagno completo, installato sia in dimore private che in edifici pubblici appositi, composto nei primi tempi di sole due stanze (una per gli uomini e una per le donne) ed usato semplicemente per lavarsi; stanze per i bagni di vapore, riprese dai Greci, furono introdotte successivamente, nel II secolo a.C. Successivamente, come testimoniano le villae e le domus tardo-repubblicane e imperiali, il bagno privato fu ampliato e articolato in vari locali: laconicum (sauna), caldarium (bagni di acqua calda), tepidarium (bagni di acqua tiepida), a volte con un apodyterium (spogliatoio), frigidarium (bagni di acqua fredda). Labra nelle stanze da bagno delle ville private sono considerati da Cicerone (Fam. XIV, 20) una necessità.
Labra erano assai frequenti anche in altri ambienti delle case e ville romane: negli atria, nei giardini di cortili e peristili, ove rivestivano una funzione sia ornamentale, che utilitaria, come vasca di transito per l’acqua di irrigazione, che attira gli uccelli: elemento particolarmente amato nei giardini, in base alle testimonianze pittoriche e letterarie (PLIN. , Ep. V, 6, 22-23); fontane con labra zampillanti, insieme a statue, panchine, alberi ed aiuole, decoravano i cortili-giardino costruiti all’interno delle più ricche insulae ad appartamenti.
Musei Vaticani, Sala Rotonda Musei Vaticani, Sala Rotonda Musei Vaticani, Sala Rotonda




Roma, S. Maria Maggiore Roma, Templum Pacis Roma, piazza San Pietro
Le città vesuviane offrono vivide testimonianze dell’esistenza di spazi verdi pubblici in aree sacre, nelle terme, in ristoranti, locande, alberghi e negozi. Grandi ville con ampi giardini, ricchi di statue e fontane, e pitture di giardini sono attestate ad Oplontis, Stabia, Boscoreale, Boscotrecase, Sarno, nell’area suburbana di Pompei e di Ercolano, rivelando un’evidente differenza tra le ville di città, rivolte verso l’interno della casa, con peristilio-giardino, e chiuse all’esterno, e quelle di campagna (rusticae), circondate da giardini e completamente integrate con il paesaggio circostante, grazie anche ai portici. Nei giardini erano coltivate piante sempreverdi, fiori stagionali multicolori e numerosi alberi da frutto. L’acqua necessaria, zampillante da getti a volte fuoriuscenti da statuette, veniva raccolta in bacini, canali e laghetti, che costituivano l’elemento predominante della decorazione accessoria dei giardini romani, insieme a statue, crateri, rilievi, mobili da esterno e recinti, secondo il modello greco noto in santuari, ginnasi e parchi, con l’aggiunta di elementi tipicamente italici.
I labra collocati nelle terme potevano essere posti in vari ambienti, ma il luogo prediletto era il caldarium: qui oltre all’alveus, cioè alla grande piscina comune per immersioni in acqua calda, è spesso presente anche un bacino tondo su alto piede. Esso veniva inserito nella nicchia absidale, definita da Vitruvio (V, 10, 4) schola labri, un luogo di attesa con sedili marmorei, in cui il labrum era collocato sotto un’apertura, in modo che i bagnanti, che si disponevano intorno ad esso non potessero oscurare con la loro ombra la luce, che arrivava dai lati oppure obliquamente dall’alto: la sua prima comparsa è testimoniata ad Olimpia nel 100 a.C. circa. La forma vitruviana dei caldaria con alveus-piscina e labrum nell’abside è attestata soprattutto nell’area campana, a partire dall’ultimo quarto del I secolo a.C. Il labrum nell’abside del caldarium doveva servire inizialmente, per l’evaporazione acquea, che favoriva la traspirazione dei bagnanti, e, contemporaneamente o successivamente al cambiamento di funzioni del labrum stesso, per una pulizia preliminare e per le aspersioni rinfrescanti, necessarie a causa dell’alta temperatura che si raggiungeva nell’ambiente. I labra erano, inoltre, presenti anche nelle stanze fredde delle terme: in genere negli apodyteria, più raramente nei tepidaria, nei frigidaria e negli atria, dove rivestivano funzione di lavabo, fontanella per bere e rinfrescarsi, o di scenografico gioco d’acqua. Piccoli labra sono attestati anche nelle latrinae pubbliche, spesso connesse ai complessi termali: qui il labrum, in funzione di lavabo, costantemente ricolmo d’acqua, serviva anche ad alimentare la canaletta, scavata lungo il basamento dei sedili, in cui venivano immerse le spugne immanicate, usate per la pulizia e a volte ricordate anche nelle fonti antiche.


Roma, Villa Giulia Vaticano, Cortile del Belvedere Roma, piazza del Quirinale
Roma, via dei Fori Imperiali Roma, via dei Fori Imperiali Roma, piazza Cairoli

Rare le testimonianze archeologiche di fontane isolate, costituite di vasche tonde di grandi dimensioni e in marmi preziosi, collocate negli spazi pubblici più importanti, le piazze forensi, dove si svolgeva la vita associativa e soprattutto politica della città. In tali casi esse svolgevano una funzione pratica (utilitas) di approvvigionamento idrico per la popolazione, ma soprattutto di abbellimento (amoenitas): a Roma l’impluvium nell’area del Comizio raccoglieva l’acqua defluente da un ampio labrum, che alcuni studiosi hanno identificato in quello porfiretico conservato nella Sala Rotonda ai Musei Vaticani, altri in quello in piazza del Quirinale. In giallo antico è il labrum di piccole dimensioni, conservato nell’Antiquarium forense, proveniente dal Foro Romano. Il grande supporto di porfido, ora nell’Antiquarium del Celio doveva sorreggere un’enorme vasca, verosimilmente porfiretica, collocata nella piazza antistante l’Hadrianeum. Incerta è l’identificazione dei frammenti del labrum porfiretico recentemente rinvenuto nel Templum Pacis con la fontana ricordata in una notizia di Procopio (BelL. Goth., VIII, XXI, 11 ss.), relativa al Foro della Pace; la localizzazione nei pressi dell’ingresso del Templum Pacis, lungo il lato nord-occidentale, di un impluvium di fontana ricavato nella pavimentazione della piazza, fa supporre che il bacino porfiretico possa essere pertinente a questo impluvium e che insieme potessero costituire una fontana monumentale eretta davanti ai propilei del foro: esempio eloquente di commistione di funzioni, decorativa, rappresentativa e sacra. Nella piazza del Foro Triangolare a Pompei è collocato sullo stilobate del portico settentrionale un labrum.
Dalle testimonianze archeologiche, letterarie ed epigrafiche è possibile comprendere il funzionamento dei labra: l’approvvigionamento dell’acqua avveniva attraverso una conduttura fittile o plumbea (fistula aquaria), dotata di rubinetti e valvole di arresto (epitonium), la quale entrava all’interno del piede e terminava in un boccaglio posto al centro della vasca, nel mezzo del disco rilevato. Questo sbocco era in genere costituito di un tubo di bronzo o di piombo, da cui fuoriusciva a pressione uno zampillo verticale (saliens) scenografico, come mostrano le pitture parietali. A volte il foro di uscita del tubo di alimentazione sul fondo poteva essere decentrato, come testimoniano alcuni esemplari ostiensi: le due vaschette della Domus delle Colonne e del Ninfeo degli Eroti. In tal caso non c’era uno zampillo a pressione, ma l’acqua doveva sgorgare dal fondo, riempiendo lentamente il contenitore. In altri casi, invece, nel mezzo della vasca poteva formarsi una colonna d’acqua o esserci un vaso, da cui fuoriusciva lo zampillo. Esistono inoltre testimonianze di conche di dimensioni inferiori poste al di sopra del labrum principale: a questo scopo erano forse utilizzati alcuni dei bacini più piccoli rinvenuti: ad esempio la conca porfiretica nel Museo Torlonia. L’afflusso idrico poteva anche essere esterno alla vasca stessa, priva in tal caso di fori sul fondo, come accade in quasi tutti gli esemplari pompeiani. Il labrum allora veniva addossato ad una parete, dalla quale fuoriusciva la cannula di alimentazione (come nel caso del labrum nel frigidarium delle terme di Pergamo alimentato da una cannula fuoriuscente da una nicchia nel muro), il cui finale poteva essere in forma di oggetti vari (vasi, pigne, etc) o di maschere (ferine: pantera, lupo, come nella schola labri del caldarium delle terme Suburbane di Ercolano; o maschili barbate: Oceano, Sileno).


Isola d’Elba, cave di granito Mura Vaticane, Bastione di Maestro Roma, via degli Staderari
Roma, presso Villa Medici Roma, presso Villa Medici Ostia, Domus delle Colonne



In altri casi il labrum era posto davanti ad un pilastro, in genere sormontato da una statua (di Venere, ninfe, satiri, amorini: come ad esempio nel ricco peristilio-giardino della casa dei Vettii e nel peristilio della casa pompeiana della Fortuna; statue bronzee di Apollo e Diana alimentavano i bacini nel portico del tempio di Apollo a Pompei) o da un vaso, da cui usciva il getto d’acqua, oppure davanti ad un’erma (come ad esempio nel giardino della casa dei Vettii e nell’atrio delle terme Suburbane di Ercolano), dal cui pilastro sgorgava lo zampillo. Si ha, inoltre, testimonianza di alcune vasche, in genere di piccole dimensioni, collocate nei giardini delle domus, le quali non presentano alimentazione interna, né alcuna struttura esterna da cui alimentarsi: in tal caso dovevano essere riempite manualmente o con la pioggia (come ad esempio alcune vasche nel giardino della casa dei Vettii). Anche i bacini lustrali dovevano essere riforniti manualmente e per essi non era prevista la scenografica ricaduta dell’acqua in eccesso. Le vasche conservate non forniscono una testimonianza esplicita di come avvenisse in antico il deflusso delle acque eccedenti. Esse generalmente presentano, come si è detto, un unico foro sul fondo per l’afflusso, solo raramente è documentato un ulteriore foro per il deflusso: a volte, quando è presente, si può pensare ad un particolare impiego del labrum all’interno di una più complessa struttura. Come nel caso della vasca rinvenuta presso l’Heraion di Olimpia, che presenta due fori: uno per lo zampillo centrale, l’altro per il deflusso. L’acqua di scarico del labrum si raccoglieva in un condotto circolare al di sotto dello stilobate, da cui veniva incanalata alla tubazione del sottostante bacino. La mancanza di un secondo foro nella maggior parte delle vasche esaminate permette di affermare che il deflusso delle acque di scarico solitamente non era regolamentato con canalette, ma avveniva per tracimazione, con la ricaduta scenografica dell’acqua in eccedenza dai bordi della vasca nel basso bacino di raccolta D’altronde, la forma del labbro, con la sua estroflessione e la superficie arrotondata per permettere una migliore ricaduta dell’acqua, testimonia la fondatezza di questa supposizione. Nelle stanze da bagno delle terme l’acqua scorreva liberamente sui pavimenti fuoriuscendo sia dalle piscine in muratura, dotate di condutture di afflusso, ma non di sbocchi di uscita, sia dai labra: ne consegue che i pavimenti erano sempre umidi e bagnati, anche a causa dell’umidità stessa degli ambienti. Il libero scorrimento dell’acqua sui pavimenti termali è confermato dall’inserimento di soglie rialzate tra tepidaria e caldaria nei bagni di alcune case e dalla presenza di tubi di scarico a livello del pavimento conservati nei tepidaria.

Vaticano, Museo Pio Clementino.
Vestibolo rotondo
Ostia, Ninfeo degli Eroti Verona, piazza delle Erbe
Roma, Antiquarium del Foro Roma, Antiquarium del Foro Roma, Palazzo Rospigliosi

Le vasche tonde pervenute sono realizzate in pietre e marmi bianchi e colorati; tra i marmi, particolarmente diffuso è il marmo bianco, nei suoi vari tipi e provenienze: quello lunense, quello delle cave microasiatiche e greche. Si distinguono, per qualità esecutiva, per ricchezza di forme e dimensioni spesso notevoli, i labra realizzati in marmi colorati, soprattutto in quelli più preziosi, come porfido, granito grigio, cipollino, pavonazzetto, giallo antico; la basanite e il granito rosa sono meno attestati.
La maggiore preziosità dei labra è data dalle dimensioni, dalla presenza di elementi ornamentali aggiunti e dal tipo di marmo usato: l’acqua esaltava il colore del marmo, conferendogli brillantezza ed intensità cromatica. La qualità tecnica è sempre di alto livello per i labra in pietre e marmi colorati, mentre per quelli in marmi bianchi la resa è a volte mediocre o addirittura sommaria nel caso delle vasche in pietre calcaree. In genere i labra nei materiali più economici sono di piccole dimensioni e di forma e resa più semplificate, mentre la maggior parte delle opere di grandi dimensioni sono realizzate in materiali costosi, come porfidi e graniti e sono scolpiti con grande maestria e perizia tecnica. Si hanno, però, anche testimonianze di labra di piccole dimensioni resi in materiali preziosi, come porfido, verde antico, basanite, portasanta e giallo antico. Le opere più prestigiose erano destinate soprattutto a funzioni primarie (igienico-ornamentali, sacrale-ornamentali), in contesti in genere pubblici, quali piazze forensi, terme e residenze imperiali. Quelle più semplici erano utilizzate soprattutto in contesti privati, per scopi ornamentali (in atria e peristili) e funzionali (bagni).
Il processo produttivo dei labra e dei supporti seguiva parametri fissi su modelli standard; le officine, dislocate presso le cave o nei centri d’importazione, si basavano sulle richieste del mercato o su commissioni specifiche, per i prodotti più pregiati (ad esempio quelli nelle pietre dure egiziane). Questa organizzazione quasi industriale della produzione dei labra e dei supporti permetteva lo stoccaggio di una certa quantità di pezzi pronti o quasi pronti e una diffusione su larga scala in grado di soddisfare le numerose richieste del mercato sia pubblico, che privato. Che i labra venissero in genere eseguiti in connessione con i supporti pertinenti è testimoniato dai pezzi naufragati a Punta Scifo, dai rinvenimenti in cava dei semilavorati (ad esempio il materiale rimasto nel distretto estrattivo di Moria a Lesbo) e dagli esemplari conservatisi completi di vasca e sostegno: tenoni sporgenti dal fondo del labrum e incassi combacianti, scavati sul piano superiore del supporto, permettevano l’incastro perfetto dei due elementi.
Grazie a questa efficiente organizzazione del lavoro in serie i costi potevano essere ridotti e i tempi di produzione contratti. I labra più pregiati, per i materiali utilizzati (pietre dure egiziane), per le dimensioni grandi, spesso monumentali, e per l’elevata qualità formale, venivano realizzati soltanto su precise ordinazioni da parte di committenti, che certo appartenevano allo strato superiore della popolazione, anzi spesso si trattava di committenze pubbliche, ufficiali.
I labra e i supporti realizzati in materiali locali da botteghe indigene, rinvenuti in centri periferici e provinciali, sono in genere di piccole dimensioni, raramente medie, eseguiti più modestamente ad imitazione dei prodotti in marmo. La committenza doveva essere indigena, con una distribuzione limitata alle aree limitrofe ai centri produttivi.
Questa produzione minore, locale, di labra e supporti è attestata in Italia settentrionale, in Campania, nelle province nordiche ed anche in Grecia e in Cirenaica. La cronologia dei labra dipende dal tipo di materiale utilizzato: nel caso del prestigioso porfido la datazione va dall’età traianea a quella costantiniana, con una concentrazione nel II secolo d.C. Gli esemplari in basanite vanno datati tra l’età flavia e quella adrianea, visto che questo è l’arco cronologico di massima diffusione dell’uso di questa pietra. Uno dei labra più antichi proviene da Roma: è quello rinvenuto nella casa tardo-repubblicana di Emilio Scauro, alle pendici del Palatino, databile intorno al 50 a.C.


Assisi, S.Convento di S. Francesco Perge, via Colonnata Dion, Museo
Olimpia, Ninfeo di Erode Attico Tarquinia, Ara della Regina Dokimeion, cave

I labra e supporti dei centri vesuviani costituiscono un preciso punto di riferimento cronologico, essendo il grosso degli esemplari circoscrivibili tra il terminus ante quem del 79 d.C. e il terminus post quem dell’età augustea, quando, con la realizzazione dell’acquedotto del Serino, aumentò notevolmente la disponibilità delle risorse idriche
I labra conservatisi nelle strutture antiche di Ostia si possono ascrivere sostanzialmente a due periodi: al II secolo d.C., quando, grazie ai continui miglioramenti e ampliamenti della rete idrica cittadina, a Ostia si diffusero fontane e ninfei pubblici e privati di vario tipo, o al III-IV secolo, quando si registrò un incremento in ambito domestico, aristocratico, delle fontane e dei ninfei.
I labra realizzati in granito del Mons Claudianus possono inserirsi cronologicamente nel periodo di intensa attività estrattiva e produttiva, tra la metà del I secolo d.C. e i primi decenni del III secolo d.C., con una concentrazione in età adrianea e antonina. Gli esemplari conservati in situ si possono datare con certezza in base al contesto di provenienza.
Concludiamo, sottolineando che nella media età imperiale si può datare la maggior parte dei labra realizzati nei più prestigiosi marmi colorati, particolarmente amati in età adrianea e antonina, quando, grazie all’impulso conferito da Adriano alla monumentalizzazione dei “complessi d’acqua”, a Roma e in tutto l’impero ci fu un’eccezionale fioritura di fontane, fontanelle e ninfei, nei quali spesso i labra costituivano un complemento fondamentale. L’uso e l’ampliamento di tali opere idrauliche continuò ininterrotto fino alla tarda antichità, caratterizzando l’aspetto e la vita di Roma. E’ soltanto nel 537, durante l’assedio del goto Vitige, che furono manomessi gli acquedotti, con la conseguente riduzione e il progressivo abbandono delle fontane e delle opere idrauliche presenti nell’Urbe. Fino ad allora, nonostante le crisi politiche ed economiche, i Romani avevano continuato ad arricchire la città di acquedotti (l’aqua Antoniniana, l’Aqua Alessandrina) e di terme (di Caracalla, di Diocleziano), con un’accurata opera di manutenzione delle opere già esistenti. La realizzazione nel III e IV secolo di labra, a volte in marmi preziosi, rivela che ancora in età tarda la città era abbellita con fontane pubbliche di grande prestigio. I Cataloghi Regionari enumerano, in età costantiana, da 856 a 951 balnea e 11 grandi stabilimenti termali per una popolazione che contava un milione e mezzo di individui. Nonostante la dissoluzione dell’impero d’Occidente alla fine del V secolo d.C., Roma riuscì a sopravvivergli e l’acqua dei suoi acquedotti continuò a scorrere ancora per molto. Teodorico, alla fine del V secolo, fece eseguire restauri alla rete idrica urbana: l’antica capitale evidentemente conservava intatti i suoi bagni, le sue terme, le sue fontane e i suoi acquedotti.
I venti anni di guerra (535-555) tra goti e greci di Bisanzio prostrarono definitivamente l’Urbe: devastata più volte, ormai priva di importanza economica e politica, essa si ridusse ad un sobborgo. Alla metà del VI secolo Roma né poteva, né voleva mantenere in buono stato i suoi grandi acquedotti. Alla fine del millennio la maggior parte del sistema di approvvigionamento idrico aveva cessato di funzionare e con esso anche le numerose fontane avevano smesso di zampillare. Ma i labra disseminati nell’Urbe, rimasti visibili nei secoli o riscoperti occasionalmente, furono riutilizzati a partire dal ‘400 fino ad oggi, in funzione di abbeveratoi e fontanili pubblici o di suggestive fontane in piazze e nobili dimore, conservando intatte le loro antiche prerogative, in una città che da sempre è ammirata per la bellezza e la scenografica monumentalità delle sue numerose fontane.

Annarena Ambrogi

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Messene, Fontana di Arsinoe Pompei, Casa dei Vettii Pompei, Terme del Foro, Caldarium maschile
Copenhagen, Ny Carlsberg Glyptothek Pompei, Foro Triangolare
Salonicco, Rotonda di S.Giorgio
Ostia, Terme dei Cisiarii Ostia, Grottoni Roma, Antiquarium del Foro
 
Roma, Palatino, Domus tardo-repubblicana Trieste, Castello di S. Giusto  
     
Fotografie di A.Ambrogi, D.Bonanome, M.Bruno  
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