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FOTOCAMERE:

L'EVOLUZIONE TECNICA FINO AI PRIMI DEL '900 

 
 
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Di Alfredo Corrao Pubblicato il 26 Maggio 2011
   
Introduzione
 
La storia della fotografia dei beni culturali coincide con quella della fotografia stessa. L'evoluzione semantica che l'ha pian piano contraddistinta è stata condizionata comunque da quella tecnica.
Per questo motivo una breve rassegna dei diversi tipi di fotocamere che si sono succeduti nei primi decenni a seguire la "scoperta" della fotografia può meglio farci comprendere come fosse arduo ed avventuroso il recarsi in luoghi spesso lontani ed inospitali per documentare le testimonianze del passato. Uomini come Du Camp, Sommer, i fratelli Beato, hanno portato nelle case di tutti le immagini di luoghi prima solo vagheggiati democratizzando così - attraverso un mezzo meccanico e ripetibile - la conoscenza.
Naturale "erede" della camera obscura, la fotocamera - intesa come "contenitore" di materiale fotosensibile - nasce contestualmente all'invenzione di Niépce e Daguerre.
La possibilità di riprodurre una rappresentazione della realtà tramite la luce era stata teorizzata fin dall'antichità, tanto che Aristotele parla nei Problemata della sensibilità alla luce di alcune sostanze come di cosa nota. Nei secoli i principi ottici che sottintendevano alla creazione di un'immagine su di un piano dopo che la luce era passata attraverso un foro prima e un obiettivo poi, si erano sempre più perfezionati.
 
Voigtländer Bergheil Deluxe 1925 circa
 
Voigtländer Bergheil Deluxe 1925 circa
Dallo studioso arabo Ibn al-Haytham nell'XI sec. a Leonardo da Vinci e Girolamo Cardano nel XVI sec.; da Galileo - che perfeziona le ottiche col suo telescopio - ai pittori del XVII e XVIII secolo, l'evoluzione tecnica è costante ma continua a mancare la possibilità di registrare meccanicamente, e in maniera stabile, quell'immagine.
Questa evoluzione tecnica portò addirittura all'invenzione della fotocamera (nei suoi principi meccanici ed ottici) ben 150 anni prima dell'invenzione della stessa fotografia!
Già nel 1657Kaspar Schott introduce, infatti, un'importante novità: due cassette scorrevoli, una dentro l'altra, che permettono di variare la distanza fra la lente e il piano su cui si forma l'immagine, e quindi di mettere a fuoco la camera oscura.
Tale invenzione segna la data della nascita della macchina fotografica: per oltre due secoli e più, questa non cambierà in modo sostanziale, tanto più che l'apporto di Johann Heinrich Schulze nel 1676 - cheebbe l'idea di porre uno specchio inclinato a 45 gradi dentro la camera di Schott per proiettare l'immagine su uno schermo traslucido posto sul lato superiore - fa, di fatto, nascere la reflex.
Nei primi anni dell'800 i procedimenti portati avanti da Nicéphore Niépce, Henry Fox Talbot, Louis Jacques Mandè Daguerre, Louis Hippolyte Bayard di bloccare, fissare, l'immagine su di un supporto iniziano finalmente ad avere successo pur seguendo, ognuno di loro, strade diverse. Tutti, però, usano qualcosa in comune: la camera oscura di Kaspar Schott modificata per accogliere un supporto sensibile al posto del vetro su cui viene proiettata l'immagine.
 
Fotocamera a cassette scorrevoli Fotocamera a cassette scorrevoli Fotocamera a cassette scorrevoli
 
Modelli di fotocamere a cassette scorrevoli
 
Le fotocamere a cassette scorrevoli
 
La fotocamera inizia così la sua "storia ufficiale". La nascita della fotografia rivoluziona la comunicazione, l'informazione, la memoria, il costume. Incide, anche, profondamente nella nascente realtà industriale: già prima che l'invenzione fosse presentata all'Accademia delle Scienze di Francia, Daguerre ed il cognato Giroux fondarono la prima società al mondo per costruire fotocamere, subito seguita dalla Voigtländer che dal 1841 mette in commercio la sua fotocamera dagherrotipica, un oggetto diverso in tutto rispetto alla classica forma della camera oscura, sia per il materiale con cui era costruito, sia per il formato delle lastre, sia per l’ottica di cui era dotato e soprattutto per il design che lo caratterizzava. L'indotto creato dall'invenzione della fotografia è notevolissimo; limitandoci al mercato degli strumenti, degli accessori e dei materiali fotosensibili, è sufficiente far notare che la sola Voigtländer nel 1862 raggiunge la produzione di 10.000 lenti per obiettivo, e che a Dresda, per la produzione di carta albuminata, un'azienda arrivò ad usare circa 60.000 uova al giorno.
In Italia la prima fotocamera ad essere costruita fu quella realizzata da Enrico Federico Jest a Torino nel 1839 assieme al figlio Carlo. Grazie alla traduzione del manuale di Daguerre ad opera dello stesso Jest, in diverse città italiane altri artigiani si dedicano alla costruzione di attrezzature per dagherrotipia seguendo le istruzioni degli appassionati fotografi dell'epoca, come Alessandro Duroni a Milano o Enrico Suscipj a Roma. Un apparecchio fotografico, ed il suo treppiede, costavano allora indicativamente 800 lire.
La fotocamera a cassette scorrevoli tecnicamente presenta dei limiti: i movimenti di decentramento e basculaggio erano pressoché impossibili; solo l'ottica poteva, in alcuni evoluti casi, muoversi con un limitato decentramento verticale od orizzontale. Lo smontaggio della camera per il suo trasporto non era semplice ma, malgrado tutto, questa sopravvisse a lungo anche dopo la comparsa delle più pratiche macchine a soffietto perché molti fotografi apprezzavano la sua semplicità d'uso e la robustezza che la rendeva quasi indistruttibile.
 
Daguerreotype plates, calotype paper and collodion wet-plates, Paris, circa 1860
Fotocamera dagherrotipica del tipo Daguerre - Giroux. Per calotipia e lastre al collodio umido, Parigi, ca. 1860
La fotocamera dagherrotipica ideata dalla Voigtländer
 
La camera dagherrotipica costruita da Giroux era dotata di un'ottica ideata da Charles Chevalier, ottico parigino fornitore di obiettivi sia di Niépce che di Daguerre stesso. Il progetto ottico è costituito da una lente positiva e da una negativa: queste sono prodotte ciascuna con un diverso tipo di vetro (e pertanto caratterizzate da un potere di dispersione uguale e contrario) in modo da ridurre in maniera efficace l’aberrazione cromatica. Si tratta del doppietto acromatico convergente, costruito incollando una lente positiva a basso indice di rifrazione ad una lente negativa ad alto indice di rifrazione, in maniera da ottenere un sistema complessivamente positivo. L'ottica ha una focale di circa 400 mm ed un’apertura di circa f/16. Per la dagherrotipia le lastre usate, in rame argentato, erano perlopiù nel formato 16,7 x 21,6 cm. Tra camera, treppiede e quanto necessario per lo sviluppo, il fotografo portava con sé circa 50 kg di attrezzatura per un costo complessivo iniziale di circa 500 franchi francesi (un dagherrotipo veniva venduto, nel 1840, al non proprio popolare prezzo di 100 franchi, ma questo non limitò affatto la sua diffusione, soprattutto per quelli i cui soggetti erano osé o addirittura proibiti: il nudo e la pornografia).
L'altra fotocamera dagherrotipica, quella messa in commercio dalla Voigtländer, per la sua particolare forma necessitava di peculiarità tecniche. La messa a fuoco veniva effettuata su un vetro smerigliato visibile attraverso il foro del cono posteriore; il piano di messa a fuoco si trovava in corrispondenza del punto di maggior diametro del cono stesso che veniva poi rimosso al fine di sostituire il vetro con la lastra per dagherrotipo le quali avevano una forma circolare, con un diametro di 8 centimetri.
L'obiettivo di questa fotocamera fu il primo della storia della fotografia calcolato con precisione, studiato appositamente per il "corpo macchina". Progettato dal matematico austriaco Josef Maximilián Petzval fu poi sviluppato da Peter Wilhelm Friedrich von Voigtländer, nipote del fondatore dell’azienda.
La fotocamera dagherrotipica ideata dalla Voigtländer
 
Si trattava di un’ottica per ritratto con una focale di 159 mm, dotata di notevole luminosità (f/3,7 o f/3.6, circa 5 stop meno del doppietto acromatico convergente), che consentì di abbassare drasticamente i lunghi tempi di esposizione portandoli dai 15-30 minuti necessari alla camera di Daguerre fino agli 1-2 minuti (in condizioni ottimali di luce).
Lo schema ottico è costituito da quattro lenti raccolte in due gruppi acromatici positivi, piuttosto distanziati fra loro e separati dal diaframma; l'obiettivo presentava in corrispondenza dell’asse ottico una buona nitidezza che tendeva però a diminuire gradatamente verso i bordi dell’inquadratura.
La focheggiatura avveniva tramite una ghiera dentata azionata dalla rotazione di una manopola la quale permetteva lo scorrimento, uno dentro l’altro, dei due corpi cilindrici di cui era costituito l’obiettivo. A muoversi rispetto al corpo della fotocamera era quindi la parte di obiettivo che reggeva i due gruppi ottici e non la parte posteriore dell’apparecchio in cui era inserita la lastra sensibilizzata, come nel caso della fotocamera Daguerre-Giroux.
Il soffietto
 
Il già citato soffietto fu la prima grande innovazione tecnica apportata alla fotocamera. La sua adozione portò infatti alla nascita di un nuovo tipo di fotocamera a "corpi mobili" che ben presto si distinse in modelli da studio e da campagna.
È la famiglia Lewis, il padre William ed il figlio William Henry, proprietaria di un'azienda costruttrice di fotocamere e di altre attrezzature legate al procedimento fotografico dagherrotipico, ad introdurlo nel 1851. Inizialmente realizzato in stoffa (poi in pelle o tela gommata o verniciata) il soffietto collega, mantenendo l’oscurità all’interno, la parte posteriore dove è posizionata la lastra fotosensibile alla parte anteriore dove è fissato l’obiettivo. Tale soluzione consente alla standarda posteriore di muoversi rispetto a quella anteriore e di realizzare in tal modo la messa a fuoco in maniera molto più precisa di quella ottenibile dallo scorrimento delle cassette di legno. Il brevetto che l’azienda ottiene nel 1851 (US 8513) riguarda non solo tale modifica, ma anche una variante finalizzata a rimuovere più rapidamente il vetro smerigliato di messa a fuoco per sostituirlo con la lastra argentata ed effettuare la ripresa.
l soffietto di una fotocamera da “campagna”
 
ll soffietto di una fotocamera da “campagna”
I Lewis, di fatto personaggi poco noti rispetto ai grandi nomi che segnano la nascita e l’evoluzione delle fotocamere, entrano a pieno titolo nella storia della fotografia grazie al soffietto il quale, per la sua versatilità non verrà più abbandonato e che troverà applicazione in milioni di fotocamere dei più diversi formati, dalle lastre di dimensioni più grandi fino alla pellicola da 35 mm.
In realtà le origini del soffietto in fotografia sembrano incerte. Pare che alla Société d'Encouragement nel 1839 sia stato presentata  una macchina con soffietto dal barone Armand Pierre de Séguier; alcune fonti fanno invece risalire l'invenzione al russo S. L. Levitsky (1819-1898).
Il soffietto, comunque, oltre che consentire di variare con disinvoltura il tiraggio del corpo, introdusse la possibilità di cambiare le ottiche: una possibilità utilizzata molto spesso già nel XIX secolo ma preclusa alle cassette scorrevoli che erano "ad ottica fissa".
 
Tail Board Camera. 1890 circa
Tail Board Camera. 1890 circa
Le fotocamere a corpi mobili
 
Le fotocamere a "corpi mobili" derivate dall'introduzione del soffietto consentono un deciso movimento di basculaggio e di decentramento sia, eccettuati i primi modelli, sull'asse posteriore (il piano pellicola) che su quello anteriore (il piano ottico).
I primi tipi di queste fotocamere si differenziavano anche per il sistema di chiusura, di cui furono sperimentate tre soluzioni:
1.      parte anteriore rigida e quella posteriore mobile (tail board).
In questo caso la chiusura avviene comprimendo il soffietto e alzando la parte inferiore (banco) che va a proteggere il vetro smerigliato.
2.      parte anteriore mobile e quella posteriore fissa.
3.      entrambe le parti mobili, compresse in corrispondenza del centro del banco il quale è composto da tre parti.
 
La tail board risultò il miglior compromesso per le macchine da studio e così nel finire degli anni '80 del XIX secolo, queste risultavano più numerose di tutte le altre macchine fotografiche.
Le fotocamere da campagna, allora dette anche a mano o da stativo, trovarono i maggior vantaggi nell'utilizzare il sistema con la parte posteriore fissa. Questo era molto limitato nei movimenti ma consentiva una impugnatura più solida e un miglior uso della fotocamera a mano oltre che una maggior velocità nella messa in opera. Sia le tail bord che le campagnole utilizzarono spesso una cassetta come parte fissa in modo da contenere e proteggere il soffietto durante il trasporto.
La fotocamera da campagna è il modello più longevo della storia della fotografia: è tutt'oggi prodotto anche se la sua fabbricazione, ed il conseguente uso, cominciò a scemare con l'avvento delle fotocamere pieghevoli a lastra prima e delle Folding Pocket Camera poi.
Si può ragionevolmente posizionare la fine dell'epoca delle fotocamere in legno verso il 1930, quando le fotocamere da campagna dovettero cedere il passo alle piccole macchine fotografiche che consentivano una fotografia più pratica e dinamica e, contemporaneamente, negli studi fotografici i primi banchi ottici in metallo, più moderni e funzionali, sostituirono le fotocamere da studio in legno.
In realtà fu il sistema con due corpi mobili a produrre l'evoluzione tecnica più significativa quando Petzval, nel 1857, inventò il banco a singola rotaia (monorail).
La possibilità di avere un singolo binario su cui effettuare i movimenti di macchina (anteriori e posteriori) fu però totalmente apprezzata solo in seguito, quando al legno si sostituì, nella costruzione delle fotocamere, il metallo.
Fin dalle origini le fotocamere si contraddistinsero in due tipologie: quelle portatili e quelle da studio.  Entrambi i tipi avevano in comune alcune possibilità di decentramento e basculaggio e l'utilizzo di lastre più grandi rispetto alle macchine amatoriali che giunsero sul finire del secolo.
La differenza fondamentale fra i due tipi è proprio nella trasportabilità poiché, con la diffusione della professione di fotografo nella seconda metà dell'800, le macchine da studio aumentano di formato e di peso, con un conseguente utilizzo di supporti più solidi spesso non pieghevoli. Le lastre usate da queste macchine sono perlopiù le 30x40 cm. Le campagnole, dette anche folding, adottano invece dimensioni di lastra più contenute (13x18 / 18x24 cm) e ad esse vengono applicate tutte le innovazioni capaci di semplificarne trasporto e messa in opera.
 
 
Tailboard Stereo Camera 1880 circa Folding Suter 9 x 12  (prodotta fra XIX e XX sec.)
Ernemann HEAG VI  Zweiverschluss - primi anni del ‘900
 
 
 
 
Ernemann HEAG VI
Tailboard Stereo Camera 1880 circa Folding Suter 9 x 12 (prodotta fra XIX e XX sec.)   Zweiverschluss (primi anni del ‘900)
 
 
Le fotocamere di medio e piccolo formato
 
Nel 1880 la creazione della prima pellicola fotografica dà un nuovo impulso alla costruzione di fotocamere sempre più piccole e performanti, il cui uso poteva ora distinguersi per specifici campi d'applicazione. Nello stesso periodo anche la produzione di lastre di sufficiente rapidità, tali da poter fare delle istantanee aprì la strada ad una nuova generazione di macchine fotografiche da usare a mano libera. La maggior parte di questi nuovi modelli a lastra riproponevano in scala ridotta le caratteristiche delle fotocamere da campagna, che all'epoca andavano per la maggiore.
Il formato usuale era il 4x5" (10x12 cm). Dalle fotocamere da campagna venivano mutuati, in dimensioni compatte e con struttura pieghevole, alcuni movimenti della piastra porta ottica, il vetro smerigliato per la valutazione esatta dell'inquadratura e della messa a fuoco e l'otturatore centrale. Rispetto a queste disponevano in più di quanto serviva per l'uso a mano: un mirino e una scala metrica per impostare la distanza di messa a fuoco, stimata a vista.
Pochi anni dopo, nel 1888, George Eastman lanciò sul mercato la prima fotocamera Kodak. Fotoamatore, già impiegato di banca, Eastman a 24 anni sviluppa una nuova emulsione per lastre fotografiche (1878) e, nel 1880, in seguito ad un suo successivo brevetto, inizia la produzione commerciale di lastre al collodio secco.
La sua innovativa fotocamera, che utilizzava un rotolo di carta sensibilizzata per negativo, permetteva di scattare ben 100 pose prima di essere rispedita a Kodak, che provvedeva allo sviluppo delle foto, ricaricava la macchina fotografica con una nuova pellicola da altre 100 pose ed infine la restituiva al proprietario. Alla fine del XIX secolo, nell'arco di soli 10 anni, le macchine fotografiche da usare a mano libera ebbero uno sviluppo rapidissimo grazie all'invenzione della pellicola in rotolo.
L’idea inseguita da George Eastman era la seguente: "You press the button, we do the rest" (Voi premete il bottone, noi facciamo il resto). La KODAK fu la prima macchina fotografica "a scatto" e con essa George Eastman puntava a rendere la fotografia più semplice possibile.
Contemporaneamente si consolidarono tutte le caratteristiche basilari delle folding, le fotocamere di medie dimensioni a soffietto, che mantennero rilevanti quote di mercato fino alla fine degli anni '30.
La commercializzazione della pellicola in rotolo nel 1889 (anno in cui Kodak presenta anche la prima pellicola per diapositive), aprì la strada alla realizzazione delle macchine pieghevoli compatte. Le prime fotocamere (Folding Kodak Camera, Folding Kamaret, ecc.) erano in realtà piuttosto ingombranti poiché il caricamento della pellicola in camera oscura rendeva conveniente disporre di molte esposizioni.
Ma già nel 1891 Kodak lancia una fotocamera caricabile alla luce grazie alla pellicola inserita in un caricatore (il rullino) e nel 1895 annuncia la Folding Pocket KODAK Camera, posta in vendita nel novembre del 1897 al prezzo di 8 dollari.
Questa fotocamera è giustamente considerata la capostipite di tutte le folding perché introduce delle soluzioni tecniche che saranno riprese, con continui miglioramenti, da tutte le successive.
Restava fattore condizionante, nella costruzione delle moderne macchine fotografiche, la dimensione della pellicola. Con i rulli di pellicola caricabili alla luce il bisogno di disporre di molte esposizioni era meno sentito, e il diametro del rullo fu ridotto. Il contemporaneo arrivo della Folding Pocket KODAK Camera introdusse il formato 6x9 stabilendo uno standard utilizzato per molti anni a seguire.
   
Kodak Original  - Eastman Dry Plate & Film Co 1888
 
 
Kodak Original  - Eastman Dry Plate & Film Co 1888
 
a dx: Kodak Vest Pocket Autographic 1915-26
 KODAK VEST POCKET AUTOGRAPHIC 1915-26
   
Nel 1913 venne immessa sul mercato il primo modello Leica.
La Leica cambia totalmente la storia della macchina fotografica portando sul mercato qualcosa di completamente nuovo, non il miglioramento di qualcosa già esistente. Un progetto rivoluzionario, che ridisegna la fotocamera inventando una impostazione dei comandi rimasta finora immutata. Per questo motivo la Leica è universalmente riconosciuta come la pietra miliare che segna l'inizio della storia moderna della fotocamera.
Leica introduce il formato 24x36, il caricatore metallico per pellicola 35mm con doppia perforazione (in seguito modificato dalla Kodak in funzione della produzione industriale e codificato nel 1934 "135"), e concretizza il sogno di Oskar Barnack: "un piccolo negativo per grandi foto".
Barnack (1879 - 1936) era un fotoamatore con idee chiare sulle qualità della macchina fotografica ideale: doveva essere piccola, leggera e con ampia autonomia, senza che ciò significasse rinunciare a negativi di alta qualità. All'inizio del '900 si trattava di un sogno impossibile e Barnack stesso aveva già fallito varie volte tentando di modificare alcune fotocamere per lastre in vetro.
L'occasione giusta gli si presentò nel 1913 quando, come dipendente di Ernst Leitz, fu chiamato a progettare una cinepresa. La storia ufficiale racconta che Barnack propose di costruire una semplice macchina fotografica atta a determinare l'esatta sensibilità della pellicola cinematografica, dato che al tempo non c'era altro mezzo che sviluppare uno spezzone di pellicola esposta per far ciò.
Presumibilmente invece Barnack approfittò dell'occasione continuare i suoi tentativi di realizzare la fotocamera avente un piccolo negativo per grandi foto. Infatti, nel prototipo aveva già scelto di aumentare le dimensioni del formato cinematografico (da 18x24 a 24x36 mm) ed inserito un contafotogrammi numerato fino a 50, troppo per una macchina destinata a fare solo qualche scatto di prova.
Barnack usò il prototipo per molti anni, ed alcune foto sono giunte fino a noi: la qualità era decisamente buona e "la macchina di Barnack" fu apprezzata anche da Leitz.
 
Leica "serie 0" - 1923
Leica "serie 0" - 1923
Il suo progetto restò però tale fino al termine della Grande Guerra, quando Ernst Leitz, in un contesto di profonda crisi economica, fu costretto a puntare su un prodotto nuovo e diverso per rilanciare la propria industria. Furono quindi migliorati l'otturatore ed il contapose, la fotocamera venne dotata di un mirino e si progettò un obiettivo appositamente per il nuovo formato.
Alla macchina venne affiancata la cassetta a tenuta di luce che, pre-caricata in camera oscura, consentiva di cambiare la pellicola alla luce dava grande autonomia e, soprattutto, non aumentava le dimensioni della macchina. L'uso del rocchetto ricevitore per i fotogrammi esposti rese necessario il comando di sblocco e quello per riavvolgere la pellicola.
Una preserie di 30 pezzi leggermente diversi fra loro venne sottoposta giudizio dei fotografi nel 1923 e nel 1925 la Leica (Leitz camera) fu finalmente immessa sul mercato.
Alla prima serie ad ottica fissa seguirono ne presto altre ad ottica intercambiabile, prima con attacco non uniformato (ogni fotocamera richiedeva propri obiettivi) e poi standardizzato. Il grande successo della Leica stimolò molti altri costruttori, primi fra tutti Zeiss, che introdusse il marchio Contax, e Kodak, la quale iniziò a produrre caricatori di pellicola preconfezionati per il nuovo formato ed una macchina dal prezzo più popolare, la Retina.
Queste aziende consolidarono il successo del nuovo standard fotografico che per decine di anni, e da alcuni ancora oggi, venne chiamato semplicemente "formato leica".
Da quei primi decenni del '900 in poi la fotocamera si evolve ma, sostanzialmente, non cambia più.
Oggi, come alle origini della fotografia, essa è un mezzo - meccanico od elettronico - con cui comunicare emozioni ed informazioni, con cui creare o documentare, con cui raccontare grandi verità ed incredibili bugie. Oggi come allora per funzionare necessita soprattutto di tre parti: un obiettivo, un foro, da cui la luce entra; uno spazio (la lunghezza focale) attraverso il quale questa passa per poi depositarsi in un piano dove risiede il materiale fotosensibile.
E se, come ha detto Henri Cartier-Bresson, "Fotografare significa mettere sulla stessa linea di mira l’occhio, la mente e il cuore"[1], possiamo tranquillamente definire questi tre elementi l’occhio, la mente e il cuoredi ogni fotocamera.
 
Alfredo Corrao


[1] "Images à la sauvette" Verve, Paris 1952
 
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