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| IL GHETTO DI ROMA |
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Apparato iconografico a cura di Alfredo Corrao
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Pubblicato il 05 Agosto 2009
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| Ettore Roesler Franz: La via Rua, in fondo il Portico d'Ottavia |
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In basso: Ritratto di Papa Paolo IV
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Anche se è a Venezia che spetta il poco onorevole vanto di aver creato nel 1516 il primo ghetto (la parola, infatti sembra che derivi da una fonderia, in veneto “gèto”, vicino alla quale esso sorgeva), Roma, comunque, arrivò seconda: fu infatti nel 1555 che papa Paolo IV costrinse gli ebrei romani alla residenza obbligata (obbligo che durò per circa tre secoli) in un perimetro della città che coincideva quasi esattamente con quella in cui negli ultimi secoli si erano venuti spontaneamente accentrando, ossia di fronte all'isola Tiberina.
Non sempre, però, era stato così: nei primi tempi in cui si erano stabiliti a Roma e poi lungo tutta l'età imperiale e medievale (non dimentichiamo che gli ebrei dell’urbe sono i più antichi "romani de Roma"), essi avevano preferito raggrupparsi nel popolare Trastevere.
Fu solo verso il Duecento che lo spostamento al di qua del Tevere andò prendendo sempre maggior consistenza e la zona prescelta fu una che costeggiava il fiume da Ponte Elio o Sant'Angelo, passando per Ponte Fabricio, per arrivare fino a Ponte Rotto. In profondità la zona abitata dagli ebrei si addentrava sino ai pressi del Teatro di Marcello, comprendeva i palazzetti dei Pierleoni, dei Savelli, dei Capizucchi ed era detta "Contrada Judeorum". Al tempo del censimento del 1527, qui vivevano, mescolati ai cristiani, ben 1.511 dei 1.750 ebrei presenti a Roma, una città che allora contava in tutto 55.035 anime.
Ma torniamo a quel fatidico 1555, per l'esattezza il 12 luglio, quando, emanata la bolla paolina, gli ebrei dovettero andare a vivere tutti nello spazio loro assegnato. L'erezione del muro di cinta fu iniziata subito ed affidata all'architetto Silvestro Peruzzi, figlio del grande Baldassarre. La sua costruzione, il cui costo fu addebitato alla comunità israelitica, procedette con grande rapidità e terminò il 3 ottobre dello stesso anno. Il muro di cinta partiva da Ponte Fabricio e si dirigeva di sbieco verso il Portico d'Ottavia, lasciandolo fuori insieme a piazza della Pescheria; di qui piegava per raggiungere piazza Giudea che tagliava a metà, di modo che si ebbero due piazze con questo nome. Dopo, il muro di cinta tornava a scendere in direzione del Tevere, seguendo il vicolo Cenci, ma mantenendo fuori il palazzo omonimo.
Nel suo lato più lungo, parallelo al fiume, il ghetto era attraversato da tre strade: nella parte alta, dalla piazzetta Giudea, dove si trovavano i negozi più importanti, partiva la via Rua, la principale del ghetto. Al centro, da piazza delle 5 Scole, a ridosso del vicolo Cenci, si staccava un groviglio di viuzze che toccavano la piazzetta dei Macelli (dove veniva mattato ritualmente il bestiame) e quella delle Tre Cannelle, con una fontanella al centro, per disperdersi poi fra via delle Azzimelle, con i suoi forni per il pane azzimo, e i vicoli della Torre, di Savelli, dei Quattro capi; in basso, infine, lungo il Tevere, si stendeva la via Fiumara. in regione Sancti Angeli".
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In alto:
Piazza delle 5 Scole, Roma, fine XIX secolo (Coll. A. Ravaglioli)
A lato:
Ettore Roesler Franz, L'arco delle Azzimelle
In basso:
La via Rua, Roma, fine XIX secolo
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L'unico palazzo del ghetto era quello, tra l'altro piuttosto fatiscente, dei Boccapaduli, che fu lasciato in abitazione agli ebrei. Vi erano, inoltre, la piccola e slabbrata torre della famiglia Baroncini e tre chiesette chiuse. Solo più tardi venne introdotto qualcosa di un po' artistico a piazza delle 5 Scole: una fontana.
Bisogna sapere, infatti, che gli ebrei erano rimasti i soli, o quasi, in città a dover ancora attingere l'acqua da bere dal Tevere. Così, nel 1614, Paolo V diede ordine che una derivazione dell'acquedotto che da lui aveva preso nome fosse portata nel ghetto e che lì fosse eretta una fontana in travertino ornata dai due draghi del suo stemma.
Il recinto, così come concepito da Paolo IV, rimase inalterato per soli trent'anni; infatti mostrò tutta la sua insufficienza quando Sisto V promosse da ogni dove il ritorno degli ebrei nel suo Stato e per alloggiarli dovette ampliare leggermente la cerchia del ghetto; non solo, ma dovette anche acconsentire che vi fossero annessi alcuni terreni e case dall'altra parte di via Fiumara, lungo la sponda del Tevere.
Dopo l'allargamento dovuto a Sisto V, il ghetto aveva assunto pressappoco l'aspetto di un trapezio rettangolo. Nel lato prospiciente il fiume misurava 270 metri e 180 da quello opposto, mentre tra i due lati correva una distanza di circa 150 metri. Nell'insieme la cinta racchiudeva una superficie di poco più di tre ettari. |

Ettore Roesler Franz: La via Fiumara, nel Ghetto, inondata
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Quando poi, alle soglie del ‘700, la popolazione ebraica giunse a raddoppiare il proprio numero, la concentrazione umana raggiunse e superò il livello di guardia. Non restò altro da fare che rubare spazio alle vie, per lavorarvi e svolgere i piccoli commerci, aggiungere altri piani alle case e collegarle con ballatoi e passaggi sopraelevati, attaccar loro ogni sorta di costruzioni.
Tutto ciò rese sempre più difficile l'accesso del sole dell'aria e dell'acqua piovana, con conseguenze facilmente intuibili sul piano dell'igiene e della salute.
Il ghetto aveva, per così dire, due appendici: una piccola, quasi confinante e conosciuta come il "ghettarello”, si trovava sulla via Portaleone, che derivava il proprio nome dai Pierleoni, che vi avevano il loro palazzetto. L'altra appendice era costituita dalle botteghe che gli ebrei erano autorizzati (ma non sempre) a tenere fuori dal recinto.
Finalmente, nel 1848 Pio IX fece calare sui portoni del ghetto quei colpi demolitori di piccone, che la popolazione ebraica da tanto tempo aspettava di sentire.
Paolo Cremisini
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Ettore Roesler Franz: L'Arrotino ar Ghetto
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| In alto: Piazza Catalana, Roma: donne e bambini - In basso: Portico d'Ottavia, Roma |
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| Si ringrazia il sig. Alvaro de Alvariis che con il suo lavoro sull'iconografia di Roma di ieri e di oggi è sempre un punto di riferimento per il reperimento di materiale fotografico d'epoca. |
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