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I GIARDINI: ALLEGORIA DEL SOLE, METONIMIA DELLE TENEBRE
 
Pubblicato il 01 giugno 2008
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Introduzione Antichi giardini
I giardini romani Il giardino paradiso
Il giardino conventuale Il giardino nel Rinascimento
 

“La natura, selvaggia, è fuori…”

…Di sole, di acqua, di vento e di pietra

Di sole, di acqua, di vento e di pietra: l’origine dei giardini ha costantemente significato l’evolversi della materia plasmata dalla natura, della natura plasmata dalla materia e dall’uomo.
I giardini, da sempre, sono stati momento dell’introspezione dell’essere umano nelle proprie profonde radici, alla ricerca di un dialogo intimo e segreto con una natura duttile e benevola, pronta ad accarezzare, a lenire, a sollevare dalle fatiche di una quotidianità spesso faticosa e sofferta, quando non a meravigliare e coinvolgere lo spirito in un susseguirsi vivace e giocoso di fantasie di pietra, peripezie d’acqua e di vento, invenzioni di materia arborea.
Esaltazione del bello ed ingegno della progettazione, queste le due componenti fondamentali per la realizzazione di un giardino.
Ma anche idea di templum, luogo del sacro in cui far confluire simboli universali, riferimenti all’armonia che governa il cielo, richiami al mito, al trascendente, al paradisiaco.





Firenze dai giardini di Boboli in un'incisione di P. Chevalier (part.)


Sistemazione artificiosa di modelli geometrici e fantastici, allo scopo di un risultato estetico”.

Giulio Carlo Argan definisce con poche ma significative parole l’espressione più intensa di giardino.
Espressione di un termine e di un concetto, quella di giardino, essenzialmente “moderna”. Nell'antichità, infatti, i giardini erano manifestazioni di abilità pratiche; solo in seguito si è prestata attenzione all'aspetto morale e filosofico del giardino stesso.


Antichi giardini

La quieta e liquida compostezza acquatica dei giardini egizi, ove immagini fluviali appaiono allietate da sicomori, palme, loti e pergolati. Il rigoglio degli splendidi giardini assiro-babilonesi, narrati attraverso i racconti di estasiata ammirazione dagli storici antichi che tentarono increduli di raccontare una meraviglia del mondo, i giardini di Babilonia - voluti da Nabucodonosor - tripudio di colori, di profumi e refrigerio… queste le immagini più rappresentative del giardino antico.
Espressione d’Oriente, esso è, per lo più, uno spazio delimitato con al suo interno una vegetazione particolarmente rigogliosa, ricca di piante ornamentali e circondato da un ambiente esterno che, per contrasto, appare ancor più contrapposto e ostile.
Sono questi i luoghi deputati al perfetto conseguimento del riposo e del godimento spirituale: il giardino, già dall'antichità, è essenza di vita.




Il palazzo di Ninive








                 Due fantasiose ricostruzioni dei giardini di Babilonia

La più antica testimonianza di giardino tramandataci dalle fonti è nella Bibbia.
Nella Genesi (2 / 8, 9), infatti, si descrive un giardino in cui tutto è spontaneo e perfetto con al centro l’albero della conoscenza, del bene e del male ("Allora il Signore Dio piantò un giardino nell’Eden, ad oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato") E’il luogo per l’eccellenza del rimpianto, ove all’amore di Dio per le sue creature si contrappone il peccato di superbia e di disobbedienza di Adamo ed Eva che infine sono costretti ad entrare nella drammatica realtà della umana condizione.


Hieronymus Bosch: Il giardino delle delizie
Masaccio. Adamo ed Eva (part.)

Cattedrale di Otranto. 1163

Mosaico pavimentale con l’albero della vita.


E mentre la Bibbia (vedi ad esempio Isaia), si scaglia contro il culto della figura femminile come procreatrice: unico Creatore è solo Dio, nell’Egitto dell’età del bronzo - così come in altre culture - la vegetazione è a volte identificata nella donna, (l'albero è dispensatore di vita, come la donna). Nel mondo egizio prevalgono, nei giardini, due elementi: acqua e “recinto”.
Qui, al posto dell’albero del paradiso terrestre della tradizione biblica troviamo, nel centro, il refrigerio di una vasca d’acqua circondata da una rigogliosa vegetazione che, per la propria sopravvivenza, necessitava di un efficiente sistema di irrigazione.

I giardini persiani, detti anche pardes o paradeisos, sono invece pieni “d’ogni cosa bella e buona che la terra può offrire”: animali, fiori, piante… Acqua, alberi, regolarità dell’impianto sono le loro caratteristiche.
In essi i Persiani acclimatarono tutte le piante portate dai lontani luoghi da loro conquistati. Senofonte descrive il parco voluto da Ciro a Sardi, in cui erano effigiate le quattro parti del mondo, rappresentate dalle aree comprese tra due canali fra loro perpendicolari e la montagna centrale, espressa da un padiglione all’intersezione dei canali, secondo la concezione persiana dell’universo.
È poi la brulla terra di Grecia a darci racconto e testimonianza del concetto di giardino, con Odisseo che si aggira fra orti, vigneti, olivi e macchia salmastra arsa dal sole, fino quando non si giunse a fare - di una selvaggia natura - un dolce luogo di ristoro e abbellimento di palestre, stadi, templi, scuole. Epicuro volle chiamare la propria scuola “Giardino” nel rispetto dell’importanza avuta dal luogo appartato, dove compiere gli studi. Platone, dal nome di un eroe, Academos, sul concetto appena citato, creò l'Accademia Platonica il cui spazio centrale era destinato alla vegetazione enfatizzata da un elegante porticato.
I Greci furono tra i primi a studiare e descrivere le piante.
Teofrasto scrive un’opera in nove volumi e Discoride le ripropone in un aureo trattato destinato ad essere, nel corso dei secoli , oggetto di studio e di riferimento erudito.











                                                                                                 Il giardino persiano

Ma è in ambito romano che nasce il concetto moderno di giardino inteso come arredo urbano, splendido accompagnamento delle ville patrizie, ove viali alberati, statue, fontane, erme, oscilla ed altri ornamenti lapidei, alternati a terrazze, uccelliere, ninfei, tempietti e osservatori celesti, resero l’arte dei giardini quell’incomparabile equilibrio tra natura e architettura che ne costituirà il significato più intrinseco, come rappresentato fino ai nostri giorni.





Oscillum (fronte / retro) dal Museo archeologico dell'Abbazia di Grottaferrata. Foto di A. Corrao



Non appena la terra sarà pronta, pettinata e lisciata e chiederà semi,
Allora dipingetela con fiori diversi
come stelle in terra,

Piantate le violaciocche bianche, gli astri dorati,
E poi narcisi e bocche di leone accanto ai candidi calici dei gigli in fiore
Anche giacinti,bianchi come la neve
o azzurri come il cielo

Seminate le viole- una scivolerà verso terra, l’altra crescerà dritta puntando al sole
Verdeggianti nell’oro porporino - e non scordate
la timida rosa


(L. Columella - De Re rustica, X)

I giardini romani, compendi di una “natura spettinata”

Dalla Roma repubblicana, società inurbata in cui il rapporto con la campagna, con le piante ed i fiori, è molto forte, e dalla villa romana, fulcro del sistema agrario produttivo e fondamento del mondo romano, ecco emergere tre elementi essenziali: l’ars topiaria, consistente nel modellare i luoghi, l’uso sapiente dell’acqua e lo studio del paesaggio, considerato, quest’ultimo suprema sintesi dei due primi elementi.
Cicerone dà notizie minuziose della moda ellenistica che, intorno al 60 a.C., coinvolge Roma nell’apprezzamento e realizzazione di giardini che ora diventano “di delizia” cambiando la concezione del mondo romano per il quale, fino ad allora, non vi era distinzione tra i termini di giardino e di orto.
Ai Romani (anche se nelle prescrizioni religiose era vietato intervenire sui boschi, considerati sacri ed intoccabili) non piaceva farsi dominare dalla natura, la plasmavano, quindi, alle proprie esigenze.
I giardini dei Romani, ove dal I secolo a.C. la vegetazione non veniva più lasciata libera di crescere, rispecchiavano quindi questa concezione e ricalcavano (in piccolo) la struttura “rettangolare” con cui essi costruivano le proprie città.

   

VILLA DELLA FARNESINA
CUBICOLO B
Palazzo Massimo alle Terme, Roma
Alcova, parete di fondo, zoccolo con plinto avanzato decorato da elementi vegetali.

(Puoi guardare questa foto nei particolari, godendoti ogni suo dettaglio, facendo "clic" su di essa.
Per meglio comprendere come utilizzare questa funzione fai clic QUI)
Città che hanno, dall’età imperiale in avanti, vie alberate, portici, terme, giardini e ginnasi al loro interno. Le stesse case di città, divise in due parti, pubblica e privata, presentano ricchi giardini e portici che li univano all’abitazione. Si tratta per lo più di giardini peristilia, naturale evoluzione dei semplici orti della tradizione italica.
Le mura romane, nella nuova mentalità molto più cittadina ormai, delimitavano lo spazio ostile, in genere selve e boschi ed in assoluto luoghi sinistri e cupi, dai luoghi amichevoli e familiari.
La capacità dei Romani di modellare il paesaggio dipende soprattutto dalla loro abilità nell’ingegneria idraulica: il trasportare, incanalare, riscaldare ed usare, rendendola accessibile a tutti, l’acqua, facilita ed incoraggia la costruzione di spazi verdi.
Un esempio è dato dalle celebri ville dell’area pompeiana, espressione in chiave provinciale dei modelli desunti dalla Capitale, che ripropongono funzioni pratiche unite a disposizioni di piante e di fiori, come pure di piccoli alberi da cui poter facilmente prelevare gustosi frutti con cui accompagnare la delizia dell’otium.
E ancora siepi, sapientemente curate a riproporre, idealmente, il Giardino delle Esperidi o piuttosto uno dei lussureggianti paradisia del mondo babilonese, o anche un semplice ed elegante arredo vegetale.
Compendi di una “natura spettinata”, spesso allietata da piccoli corsi di acqua zampillante… e lì, dove la realtà impone i limiti ad uno spazio talora ridotto, la fantasia crea, sulle pareti delle case e delle ville, magnifiche prospettive di panorami aperti all’infinito, con uccelli, fontane, sedili di marmo e suggestioni esotiche o fiabesche, raffigurate attraverso fresche e vivaci pennellate pittoriche.
 
 
 
 
 
 
 
 







Triclinio dalla Villa di Livia. Decorazione parietale

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 "La casa del bracciale d'oro" decorazione parietale da Pompei - IVR di Alfredo Corrao

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Si ringrazia la Soprintendenza per i Beni Archeologici di Roma, nella persona della dott.ssa Rita Paris, organizzatrice della mostra "Rosso Pompeiano" e la
Soprintendenza per i Beni Archeologici di Pompei proprietaria del bene.




Lo stadio palatino, a Roma, con la sua ampia area di giardino destinata
al passeggio.
E poi ancora, giardini a forma di circhi, di stadi o di ippodromi, come attestato nelle sontuose dimore imperiali o nella edilizia residenziale privata. Roma era infatti un tripudio di verde, spesso segno della munificenza di facoltosi cittadini, se non addirittura degli imperatori.
Di questi giardini e della loro vita, purtroppo, ben poco è rimasto, se si escludono le fonti antiche, che ci narrano - a volte con dovizia di particolari - di questa “campagna in città”, come vennero definiti i magnifici parchi che adornavano la Domus Aurea neroniana.
La decadenza dell’impero portò ad un progressivo distacco da quella che per i Romani era stata una delle più evidenti manifestazioni della “piacevolezza del vivere”.
Nell’ansia sociale che pervade gli anni del “crepuscolo dell’impero”, il giardino e le sue piacevolezze cedono il passo alla necessità del quotidiano, che deve, per imporsi, abbandonare il superfluo.
Solo il Cristianesimo restituirà al giardino un significato di alto profilo simbolico, nella rappresentazione di scene paradisiache riproposte nei trionfalistici catini delle grandi aule basilicali, come negli umidi e riposti cubicola delle catacombe. Il mondo cambia, profondamente, e porta con sé i prodromi di un rinnovamento che passa attraverso forme più semplici e immediate di vita, affacciandosi a quella età di mezzo che, nelle sue intime e spesso laceranti contraddizioni, darà l’avvio all’era moderna.
Questa mutata concezione del vivere, che la caduta dell’impero romano comporta nell’ambito della civiltà europea, coinvolge logicamente anche gli spazi verdi, sia quelli naturali che quelli creati dall’uomo.


Vertou, Chiesa Saint-Martin, fine del VIe sec. (terracotta 21cm). Nantes, Museo Dipartimentale Dobrée.

Bonanno da Pisano “Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre”
Formella del portale del duomo di Monreale (Pa)

Il giardino paradiso

Ad un primo iniziale abbandono si cambiano, col tempo, funzioni e stili ai giardini.
La conquista islamica del VII/VIII secolo muta l’aspetto delle città e dei giardini mediterranei con l’introduzione di nuove specie arboree: nasce una diversa concezione di giardino.
Per gli Arabi, infatti, esso è, fondamentalmente, metafora del Paradiso.
Il Paradiso coranico è un giardino ove regna la tranquillità ed all'interno del quale i guerrieri possono godere della ricompensa ultraterrena. Le sue bellezze sono materiali, non spirituali: profumi, colori, fluire d’acque, giochi di luci ed ombre rappresentano la naturale contrapposizione alla selvaggia ed arida natura dei deserti. È un giardino creato per “il piacere”.
Nella sua massima espansione il Regno Islamico si estese dalla penisola iberica sino all'estremo Oriente, Indonesia e Malesia: le strutture dei giardini islamici erano comunque uguali in tutto il Regno, non si differenziavano, ad esempio, i giardini spagnoli da quelli orientali.
Tali capolavori influenzarono anche la fantasia di Federico Barbarossa, che si fece raccontare le loro meraviglie dai suoi ambasciatori. Lo stesso Barbarossa descrive, nel suo diario, un proprio giardino ricco di piante di pesco e uccelli esotici.

“Era un giardino in cui c’era tutto quello che le anime desiderano. Era di solida costruzione e cinto da alte mura. Aveva un porticato con una porta celestiale che somigliava alla porta del paradiso e il suo portiere si chiamava Ridwan.”
Nel giardino c’era ogni genere di frutti, arbusti profumati, verdure e piante aromatiche come gelsomino, fior di ligustro, pepe, lavanda, rose di ogni specie, piantaggine, mirto e tutte le qualità di arbusti aromatici. Era un giardino senza uguali, con l’aspetto di un pezzo di paradiso, e se qualcuno vi entrava indebolito ne usciva forte come un leone.”  

"Le Mille e una notte", dal racconto "Nur-al-Din e Maryam, la venditrice di cinture"
Il giardino conventuale…

Il Mille è una data discriminante per la comprensione della moderna Europa: l’evoluzione del sistema feudale, le innovazioni tecniche in agricoltura, la rinascita delle città e l’avvento di abbazie e castelli modificano ancora il territorio.
Il rapporto con la natura cambia di nuovo e si fa di nuovo forte l’interesse verso la sua comprensione.
Nelle abbazie diversi tipi di giardino convivono: l’orto, il chiostro, l’erbario delle piante medicamentali. Nasce anche il concetto di spiritualità delle piante e dei fiori che vengono associati ad un’immagine divina o ad un concetto trascendente.
Anche le dimore private dei più abbienti iniziano, già dall’XI secolo, a dotarsi di giardini: a Parigi e a Londra sorgono in numero sempre maggiore e ricchi, secondo le descrizioni, di alberi, di frutti, di erbe aromatiche e di fiori.
E’ comunque nel silenzio degli orti conventuali, ove necessità di vita, studio della natura, pratiche officinali, alchemiche e magiche convivono nella quiete della preghiera e del lavoro, che si giungerà a dare ai giardini una connotazione più intima e nuova.
Sorsero allora le prime scuole claustrali di medicina, e furono coltivate, negli orti dei conventi, le più famose piante medicinali che, raccolte e disseccate, riempirono di foglie, di fiori e di radici le fragranti scansie dei monaci infirmari, che furono i veri medici di quel tempo.
Observatio et ratio, questi i principi ispiratori dell’umano sapere in età medievale.







Giardino monastico,
incisione da "Il fiore di Virtù", edizione veneziana del XV sec


…metonimia delle tenebre

Allora, lontano dalle esposizioni di sole, il giardino vive ancor più delle suggestioni della notte, dei segreti della civetta e della mandragora, allegoria vegetale della pietra filosofale con la sua vana e crudele promessa di immortalità.



Mandragora (dal Tacuinum Sanitatis)

Celebrata nella Bibbia (Genesi, 30, e Cantico dei Cantici 7,14), citata nel papiro di Ebers, apprezzata nella medicina greca e romana per le sue caratteristiche antidepressive e afrodisiache, la mandragora è pianta per eccellenza del Medioevo.
Le sue radici in forma antropomorfa, la difficoltà ad estirparla dalla terra, da cui usciva emettendo, secondo la tradizione, un urlo lancinante ed una secrezione nauseabonda, ne hanno fatto, nella diffusa credenza popolare, strumento peculiare del maligno e dei suoi seguaci.
La prescrizione ad evitare di coglierne l’essenza odorosa, ponendosi “controvento”, per scongiurare di essere condotti in un sonno pericoloso e infinito le tante precauzioni richieste per rifuggire i suoi influssi venefici, la convinzione che unita alla belladonna, al giusquiamo e allo stramonio, la pianta-uomo costituisse elemento fondamentale nella preparazione di pozioni, unguenti e filtri di magia nera preparati ed utilizzati dalle streghe nel corso dei Sabba, vide l’uso della mandragora severamente proibito nel periodo dell’Inquisizione, che la considerò pianta malefica e notturna.
Un manoscritto cinquecentesco cita:

Chi haverà bevuto del succo di mandragola,
coi suoi frutti et radici,
patirà rossezza del viso, stupidezza di mente
et alienazione et pazzia et sonno profondo .
La sua cura sarà prendere la triaca magna ,
stemperata nel vino, gli sia poi
tardato il mangiare, habbia vino eccellente et puro,
fiuti aceto gagliardo”…



Hortus conclusus e hortus deliciarum

Nel segreto dei piccoli chiostri, intorno alla vera di un pozzo, fioriscono umili piante esornative, mentre nelle biblioteche dei monasteri la cultura botanica viene custodita e tramandata attraverso codici, relazioni e miniature, che riportano quanto allora conosciuto su orti e giardini, specie nell’ambito della rinascenza carolingia, come pure a seguito dei sempre maggiori contatti con il mondo islamico, che fornisce la conoscenza di nuove specie vegetali provenienti dalla penisola iberica e dai lontani paesi dell’oriente.
Così, nelle abbazie convivono il “giardino dei semplici”, con le sue piante officinali, riportate nei Tacuini sanitatis, l’orto per il sostentamento ordinario, la coltura delle piante da frutto.
Passati i leggendari terrori dell’anno Mille, la rinascita culturale promossa dalle grandi abbazie e dalle università vede ancora protagonista dell’umano sapere il giardino: hortus conclusus ed hortus deliciarum, rappresentano gli estremi di questo simbolismo medievale.
Il primo è luogo di rifugio e protezione nell’ambito della pace conventuale. E’ il simbolo della Vergine, della sua intatta e mistica purezza, della sua delicata umiltà…

 


 

Il secondo è il luogo dell’amore cortese, del fantastico e dell’immaginario, della magia e dell’incanto, paradiso di un’irreale ed irraggiungibile felicità.
Nei primi anni del XIV secolo Pietro De’ Crescenzi in un’opera in 12 volumi, il De ruralium commodorum, descrive come si realizzano giardini per ogni ceto sociale: quelli di piccole erbe per la gente semplice, quelli per le grandi e mezzane persone e, infine, quelli per i re e signori.
Il Boccaccio, nel proemio della terza giornata del Decameron, così ci rappresenta uno di questi giardini, posto sulle colline di Firenze: murato intorno, geometrico, con pergolati d’uva e molteplici varietà di fiori, ha al suo centro una fontana. Si può notare come ci si richiami ai giardini paradisiaci dell’antichità:

“Appresso la qual cosa, fattosi aprire un giardino che di costa era al palagio, in quello, che tutto era dattorno murato, se n'entrarono; e parendo loro nella prima entrata di maravigliosa bellezza tutto insieme, più attentamente le parti di quello cominciarono a riguardare...
Esso avea dintorno da sé e per lo mezzo in assai parti vie ampissime; tutte diritte come strale e coperte di pergolati di viti, le quali facevan gran vista di dovere quello anno assai uve fare; e tutte allora fiorite sì grande odore per lo giardin rendevano, che, mescolato insieme con quello di molte altre cose che per lo giardino olivano, pareva loro essere tra tutta la spezieria che mai nacque in Oriente…
Quante e quali e come ordinate poste fossero le piante che erano in quel luogo, lungo sarebbe a raccontare….
Nel mezzo era un prato di minutissima erba e verde tanto che quasi nera parea, dipinto tutto forse di mille varietà di fiori, chiuso dintorno di verdissimi e vivi aranci e di cedri, li quali, avendo i vecchi frutti e i nuovi e i fiori ancora, non solamente piacevole ombra agli occhi, ma ancora all'odorato facevan piacere.
Nel mezzo del qual prato era una fonte di marmo bianchissimo e con maravigliosi intagli e, gittava tanta acqua e sì alta verso il cielo, che poi non senza dilettevole suono nella fonte chiarissima ricadea…. La qual poi (quella dico che soprabbondava al pieno della fonte) per occulta via del pratello usciva e, per canaletti assai belli e artificiosamente fatti, fuori di quello divenuta palese, tutto lo 'ntorniava…
Il veder questo giardino, il suo bello ordine, le piante e la fontana co' ruscelletti procedenti da quella, tanto piacque a ciascuna donna e a'tre giovani che tutti cominciarono ad affermare che, se Paradiso si potesse in terra fare, non sapevano conoscere che altra forma che quella di quel giardino gli si potesse dare, né pensare, oltre a questo, qual bellezza gli si potesse aggiungere”…

Di li a poco, e si sarebbe passati, dalle intime e pacate suggestioni appena descritte, ad una mutata concezione della natura e dell'uomo, attraverso il fantasioso utilizzo di piante “ad arte” collocate in ricercati contrasti di luce ed ombra, tra esseri mostruosi e scherzi d’acqua, nei magniloquenti “giardini delle meraviglie”, nuovi trionfi di sole e di pietra dell’età rinascimentale.



Il bosco "magico" di Bomarzo


Il giardino nel Rinascimento: armonia dell’insieme.

Nel Trecento europeo, in seguito all'epidemia di peste nera ed a una forte crisi agricola, la popolazione del continente subisce un dimezzamento: passa da 80 a circa 40 milioni di persone. I paesaggi cambiano di nuovo e grandi zone prima coltivate tornano ora boschive e selvagge.
Il profondo mutamento che ne consegue non è solo paesaggistico ma anche culturale.
La rinascita del Quattrocento investe tutti i settori dell’umano sapere, e con essi anche il modo di concepire le campagne e i giardini.
In Italia, ad esempio, nascono importanti insediamenti nelle terre toscane e nelle regioni centrali, in cui si coniugano necessità produttiva e necessità del gusto e del piacere.

Autoritratto di Leon Battista Alberti.
Roma, Biblioteca Nazionale Centrale, 738 circa.
Due eventi in particolare, la caduta di Costantinopoli (1453) e la scoperta dell'America (1492), segnano il declino del Medioevo, cambiando poteri economici e politici. Molti mercanti, ora con capitali ingenti da spendere, investono su ville e palazzi nel mondo rurale.
Le nuove costruzioni seguono le regole dettate dai due più autorevoli autori in materia nel corso del XV secolo: Francesco Colonna (la cui opera narra del sogno d’amore di Polifilo e Polia nell’isola/giardino di Citera) e  Leon Battista Alberti (De re aedificatoria, 1485) per il quale ai giardini vanno applicate le stesse regole di costruzione degli edifici.
Tali “regole”, che sono poi le stesse alla base dell’Umanesimo prima e del Rinascimento poi, parlano di ragione, comprensione e conoscenza delle leggi che regolano la natura.
Il giardino rinascimentale così concepito delinea la summa di quanto trattato, sui giardini, nei secoli precedenti: lo spazio naturale modellato ad uso e consumo dell'uomo.
Esso rappresenta l’estensione delle strutture architettoniche: è il prolungamento di una villa o di un palazzo, verso le campagne esterne. Le dimore signorili, costruite per lo più su colline, espandono in questo modo il proprio dominio sui paesaggi circostanti.
La prospettiva, che permette l'unificazione di tutti gli elementi del giardino, l’armonia dell’insieme, subordinata all’attrazione delle singole parti, fondamentale quanto la rigorosa proporzione e regolarità che il giardino deve avere, sono gli aspetti più significativi del giardino all'italiana, dei cui primi prototipi si ha traccia intorno la metà del XV secolo (un esempio ne è la villa di Caffaggiolo, in Toscana).
Tre le fasi principali che hanno caratterizzato l'epoca dei giardini rinascimentali. Una fase di passaggio tra il castello, modello di architettura tardo medievale, e una costruzione molto più aperta, con porticati, logge e scalinate. Una fase di maturità artistica, in cui la fontana diviene un elemento caratterizzante ed acquista notevole importanza all'interno del giardino. Una fase pre-manieristica. Dopo il sacco del '27, Roma rinasce architettonicamente: il giardino si arricchisce di decori composti da elementi vegetali divenendo ben presto manifestazione dello status symbol delle famiglie più agiate. Ad essi si affiancano i giardini “di delizia” che troviamo nelle campagne e nelle località circostanti la città, lontani dalla Roma papalina.
Nel resto d’Italia emergono le ville e i giardini veneti dove il Palladio e lo Scamozzi “pensavano” ad una campagna dentro e fuori la villa meno formale e rigida di quella razionale e geometrica fin qui descritta.
Alcuni elementi sono comunque caratterizzanti del giardino all'italiana rendendolo immediatamente riconoscibile: il rapporto con l’edificio principale (viale d'accesso alla villa o al palazzo) un muro di cinta, detto anche “chiusa”, la regolarità dell’impianto geometrico, l’uso della prospettiva (asse principale longitudinale ed assi secondari ad esso perpendicolari), la presenza di terrazze con scale a una o due rampe.

Villa Lante. Planimetria
 
In esso, immancabilmente, erano presenti elementi architettonici quali fontane e vasche, torri, portici e loggiati, cappelle. Importantissimo, poi, il fatto che lo scenario architettonico fosse immutabile, come testimonia l’uso dei sempreverdi che soppiantano i fiori.
Il giardino all’italiana, lasciate le incantate atmosfere del medioevo, conobbe, attraverso la propria salda razionalità, un notevole successo anche nel resto d’Europa: in Francia fu Carlo VIII ad apprezzarne la raffinata eleganza, introducendone le moda tramite apprezzati artisti italiani, in Olanda si assistette ad un ritorno delle regole dettate da Leon Battista Alberti.
Rinascimentale è anche l’orto botanico: lo studio delle piante porta alla loro “ri-nascita” e a Padova ve ne è un bellissimo esempio, circolare, che rammenta l’isola di Citera, proprio come descritta dal Colonna…
 
Alfredo Corrao - Gabriella Cetorelli Schivo



L'orto botanico di Padova

La natura, selvaggia, è fuori...

 

Disegno di Gabriele Tamburini ©
 
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