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Multa variaque genera sunt horologiorum…  [1]
 
 
 
Nel Museo dell’Abbazia di S.Nilo a Grottaferrata in provincia di Roma, da tempo chiuso per restauro e per realizzare lo studio scientifico dei reperti archeologici [2] nonché un nuovo sistema espositivo, si conserva un raro esempio di orologio solare di epoca romana (fig. 1) [3].
 
 
MERIDIANA di Grottaferrata
   
   Fig. 1: orologio solare di Grottaferrata, lati Ovest e Sud.    Fig. 2: quadrante piano a forma di pelecinum.    Fig. 3: orologio solare nel Museo di Aquileia.
 
E’ stato realizzato in un unico blocco di marmo proconnesio, di provenienza microasiatica, caratterizzato da una forma a disco con due superfici lisce, poco rilevate rispetto al bordo esterno. La sua collocazione verticale è data dal peduccio di base, con traccia degli incassi ancora esistenti, con cui si assicurava l’ancoraggio ad un sostegno sottostante - ora perduto - che doveva garantirne elevazione e visibilità. 
 
Rispetto alle tipologie più diffuse nel mediterraneo sul finire del I sec. a.C. [4], a noi note tramite esemplari ad impianto verticale o orizzontale con quadrante a pelecinum [5] (fig. 2), oppure realizzati a forma di emisfero concavo detti perciò ad hemicyclium (fig. 3), il nostro è un particolare tipo di orologio definibile bilaterale, cioè consultabile su entrambi i lati.  [6]
Le superfici piatte di questo strumento solare sono state incise e “rubricate” per facilitarne la lettura, in quanto funzionavano come quadranti sequenziali. Ciò sta a significare che un quadrante è stato predisposto per essere orientato verso Est (fig. 4), per indicare le ore del mattino, mentre l’altro è rivolto verso Ovest (fig. 1), per le ore del pomeriggio [7].
Su entrambe le superfici è stato realizzato in modo speculare uno schema di linee orizzontali e verticali, detto analemma [8], che rispecchia la porzione di ore diurne corrispondenti ai punti cardinali privilegiati. Va chiarito quindi che lo schema dell’analemma risponde al concetto temporale in voga presso gli antichi, secondo il quale il tempo naturale compreso tra l’alba e il tramonto era suddiviso in dodici ore di eguale durata, più lunghe durante l’estate e più brevi in inverno. In questo caso ciascun lato ospita sei ore.
orologio solare di Grottaferrata, lato Est
   
In alto a dx: Fig. 4. Orologio solare di Grottaferrata, lato Est In basso: Fig. 5. Linee guida dell’analemma, lato Est: AEB= Orizzonte; AA’= Solstizio d’estate; BB’= Solstizio d’inverno; EE’’E’= Equinozio
   
Per essere più precisi ci aiutiamo con un disegno (fig.5) che semplifichi la descrizione delle linee che compongono l’analemma del lato Est del nostro orologio.
Queste consistono in una retta AEB che individua l’orizzonte, da cui partono tre tracciati distinti. Si tratta di due iperboli laterali, leggermente declinanti, AA’ e BB’ che stanno a indicare il percorso orario durante il periodo solstiziale: più breve nel solstizio d’estate (AA’) intorno al 21 giugno, quando il sole si trova sul punto più alto dell’orizzonte, e più lungo d’inverno (BB’), intorno al 23 dicembre, quando il sole è nel punto più basso.
In posizione intermedia spicca la retta equinoziale (EE’’E’), relativa al giorno dell’equinozio primaverile, 21 marzo, e di quello autunnale, 23 settembre. Questa linea risulta più o meno inclinata a seconda del punto cardinale cui è rivolto il quadrante. I sei tracciati orizzontali secanti, che partendo da AEB terminano con A’E’B’, una volta calibrati sui quadranti Est e Ovest, individuano i sei settori di suddivisione delle ore rispettivamente antimeridiane e pomeridiane.
   
Come possiamo osservare anche nel disegno, queste sei linee di scansione del tempo appaiono più ravvicinate intorno al mezzogiorno poiché il sole, in quella fase, si sposta più lentamente. Pertanto l’ora veniva indicata dall’apice dell’ombra dello gnomone o ortostilo, vale a dire l’elemento metallico fissato in un punto prestabilito dell’analemma, il quale, proiettandosi sul quadrante dell’orologio, mutava posizione seguendo lo spostamento progressivo del sole.
Occorre un complesso calcolo, contemplato dalla gnomonica
[9], per determinare la lunghezza, la posizione -ortogonale o inclinata- il punto di inserzione dello gnomone sulla linea retta AEB che identifica l’orizzonte, e per tracciare i segmenti declinanti attraversati dalle rette secanti delle ore dell’analemma. Nell’orologio solare in questione, due gnomoni, di cui restano visibili solo i perni con il fissaggio in piombo ancora inseriti nel marmo, sono stati collocati in un punto intermedio lungo il tracciato orizzontale AEB [10].
Una ulteriore caratteristica di questo orologio solare è data dall’esistenza di un terzo gnomone (Fig. 5 bis) anch’esso segnalato dal piombo di fissaggio nel quale era ancorato, tuttora presente sul bordo esterno della cornice marmorea (fig. 1). Il suo inserimento, particolarmente angolato, poteva essere dovuto alla necessità di trovarsi in asse con il sole durante il mezzogiorno delle giornate di equinozio, allo scopo forse di facilitare una funzione di registrazione e di controllo periodico dello strumento stesso [11]. Tuttavia, se si guarda con attenzione si noterà che nel punto di innesto di questo gnomone si intersecano due linee rette incise, un tempo rubricate, perpendicolari tra loro: la verticale maggiore [12] rispetto a quella orizzontale, limitata dalle dimensioni del bordo dell’orologio. Si vedrà anche che quest’ultima doveva proseguire per sovrapporsi alla linea orizzontale dell’analemma Est, così come essa, continuando oltre il bordo dell’orologio, doveva ricongiungersi all’altra orizzontale, purtroppo danneggiata, sul lato Ovest. Poiché il punto di intersezione delle rette sul bordo coincide esattamente con il terzo gnomone, sembra più corretto credere che tale sistema servisse per seguire lo spostamento dell’ombra dello gnomone da un quadrante all’altro, cioè per “segnare” l’ora, in modo percepibile a chi la osservava dal basso, anche durante il delicato passaggio dalla posizione antimeridiana a quella pomeridiana del sole.
L’esistenza di questo terzo ortostilo ha fatto sì che l’orologio di Grottaferrata fosse accostato ad un gruppo di solaria particolarmente complessi, dotati di funzioni multiple, tra i quali vogliamo ricordare la Torre dei Venti di Atene [13] (figg. 6-8) e la meridiana quadrifacciale di Tenos [14] (figg. 15-16).
Cornice meridiana terzo gnomone
In alto: Fig. 5 bis. Cornice meridiana terzo gnomone
 
         
 

Fig. 6: Robert C. Magis, National Geographic Society 1967, p. 593. Fig. 7: la Torre dei Venti in una foto di J. Robertson, 1856
Fig. 8: alcuni quadranti solari della Torre dei Venti: J. Stuart- N. Revett, The Antiquities of Athens, London 1762-1830.

  

                                                         
Il nostro esemplare si distingue dai precedenti per l’estrema semplicità morfologica nel suo sviluppo verticale, un aspetto nel suo insieme non trascurabile in quanto ben gli si potrebbe adattare la definizione, tratta dalla casistica vitruviana, di discum in planitia.
In assenza di confronti diretti, salvo qualche trascurabile somiglianza con un orologio riutilizzato in una domus ostiense
[15], non resta che soffermarci sul calcolo della latitudine, a sua volta desunta dal disegno dell’analemma (fig. 5). Essa viene determinata dall’angolo che si crea nell’intersezione tra la linea dell’orizzonte AEB, quella su cui è impostato lo gnomone, e la retta equinoziale EE’’E’, e serve a stabilire a quale area geografica si riferisca l’orologio. Così, fatti i dovuti calcoli, abbiamo una misura oscillante tra 41,5° e 42°, per via di un’eccessiva inclinazione verso il basso della linea dell’orizzonte, che viene inevitabilmente ad incidere sulla precisione dello strumento. [16]
Poiché la latitudine geografica di Roma alla quale gli antichi costruttori di orologi facevano riferimento era di 41,6°,valore che poco si discosta da quella effettiva di 41,9°, bisogna dedurne che il solarium di Grottaferrata doveva essere collocato a Roma o nei suoi dintorni.
Per il momento, rimane solo ipotetica la possibilità di stabilire la definitiva ubicazione di questo orologio solare. Pensiamo soprattutto a spazi pubblici d’incontro o di passaggio; nondimeno appaiono adatte anche quelle aree di sosta munite di panchine semicircolari (fig. 9), dette scholae [17], realizzate lungo le consolari, in prossimità di necropoli.

 
 

 

Fig. 9: “An esedra”, dipinto di L. Alma Tadema, 1869. 

 

Un horologium, dimensionato per essere visto dal basso, avrebbe attirato l’attenzione di coloro che visitavano i defunti o che fossero passati di lì per caso, combinando in modo intuitivo il concetto di morte e del tempus fugit, oppure, in base alle aspettative dei ceti emergenti di allora, manifestate esplicitamente dal Trimalcione del Satyricon, legando in un’unica lettura il nome del morto all’eternità del tempo [18].
Sulla datazione del nostro esemplare è quasi impossibile fornire indicazioni precise. Non ci aiutano i singolari accorgimenti tecnici riscontrati sullo strumento, che lasciano presupporre la presenza di maestranze specializzate in orologi solari, di origine greca o asiatica,che spesso intervenivano in loco e lasciavano la “firma” sul lorolavoro [19]. Semmai le testimonianze epigrafiche presenti su molti horologia ci confermano la loro rapida diffusione in Grecia. Una vera e propria rivoluzione, che non poté lasciare indenni gli amanti del buon tempo antico – anche allora! – se in un brano, attribuito a Plauto [20], si riportain modo efficace il pensiero di un parassita contemporaneo al commediografo, che suona come una delle più dissacranti invettive contro la moda di misurare il tempo:

Vada al diavolo l’uomo che ha insegnato per primo a fare il conto delle ore,
e che ha portato qui un orologio solare! La giornata è ora divisa in pezzetti.
Quando ero giovane io, l’orologio per me era lo stomaco, più giusto e preciso di tutte queste meridiane:
esso, in qualunque luogo mi trovassi, quand’era ora di mangiare,
m’avvertiva che dovevo saziarlo, mentre adesso non si mangia se non lo permette l’orologio.
Roma ormai, è tutta piena di orologi solari,
ed è per questo che si vede per la strada gente dimagrita ed esausta per la fame.

 

Per i Romani dunque, ma anche per i Greci, la giornata era scandita da tre momenti importanti, facili da individuare perché caratterizzati dal pasto: il sorgere del sole, considerata come hora prima (dalle 6 alle 7), il mezzogiorno, cioè l’hora sexta (dalle 11 alle 12), e il tramonto, l’hora duodecima (dalle 17 alle 18) [21]. Una ulteriore suddivisione aiutava nell’individuare particolari momenti della giornata: il gallicinium era il canto del gallo, seguiva cum die, lo spuntar del giorno, magis mane, di mattino prestissimo, mane, di buon mattino, ad meridies, verso mezzogiorno, de meridie, nel pomeriggio, suprema, al calar del sole, magis vespera e poi vespera, all’apparizione della stella della sera, infine crepusculum quando non si distinguevano più gli oggetti [22]
.Tutte le frazioni intermedie delle horae principali acquistarono valore solo in presenza di strumenti solari predisposti per indicarle, quindi, rispetto alle indicazioni suggerite in modo approssimativo dall’aumentare o dal diminuire della luce diurna, la giornata poteva essere scandita in maniera molto più precisa.
Il primo orologio giunto a Roma di cui le fonti [23] fanno menzione è stato quello riportato con il bottino dalla Sicilia nel 263 a. C. dal console Marco Valerio Messalla, che lo sistemò nel Comizio [24], ove l’araldo, che era solito annunciare a gran voce il mezzodì, si sarebbe trovato “sfasato” rispetto all’orario di quello strumento, concepito per essere letto alla latitudine di Catania. Solo nel 164 a.C. i Romani possono giovarsi di un orologio ufficiale concepito per l’ora di Roma [25]. Collocato presso i Rostri in posizione visibile, finì per diventare un inconfondibile luogo di appuntamenti per chi si recava al Foro Romano: ad solarium versari[26]
Accanto ad esso, pochi anni più tardi, fece la sua comparsa una clessidra ad acqua (figg. 10-11), uno strumento noto anche agli Egizi il cui pregio, oltre alla precisione, consisteva nella misurazione costante sia delle ore diurne in giornate caratterizzate da nuvole o nebbia, che di quelle notturne
[27]

 

Fig. 10: rappresentazione di un'antica clessidra ad acqua   Fig. 11: antica clessidra egizia dal tempio di Ammone a Karnak, ca. 4000 a.C., Museo Egizio del Cairo


Ma il fenomeno della reale diffusione degli orologi solari nel mondo romano sembra affermarsi sul finire dell’età repubblicana quando si assiste da un evento eclatante: la costruzione del monumentale solarium nel Campo Marzio per volere di Augusto (figg. 12-14)
[28].
 
 
 

 

Fig. 12: disegno ricostruttivo del quadrante solare di Augusto, da Buckner.

 

Aveva un analemma pavimentale di 75 x 160 metri di estensione, realizzato in bronzo su lastre di travertino. Lo gnomone era costituito dall’obelisco di Psammetico II, proveniente dall’Egitto da poco conquistato, che indicava, oltre alle ore e i venti, il calendario ed i segni zodiacali.

 
 
Fig. 13: L’obelisco di Psammetico II in piazza Montecitorio.   Fig. 14: Campo Marzio, lettere bronzee dell’analemma del Solarium Augusti sul travertino della pavimentazione. 

 

Da quel momento la lettura del tempo attraverso gli horologia diventa un’esigenza primaria nell’organizzazione della vita cittadina, inevitabilmente anche un lusso, se qualcuno decideva di farsene installare uno in casa[29]. Ciò coincide con un periodo di progressiva produzione di svariate tipologie di orologi solari[30], tra cui annoveriamo anche esemplari “portatili”, alcuni realizzati con fogge particolari[31] (Fig. 15),
 
 

 

  Fig.15: Esempio di orologio portatile in forma di prosciutto, rinvenuto nella Villa dei Papiri ad Ercolano, Museo Nazionale di Napoli.

 
 
 
che vanno diffondendosi in tutto il territorio romano per adeguarsi ai ritmi frenetici della Capitale. Il difetto era rappresentato semmai dalla quasi implicita impossibilità di accordare un orologio all’altro, specie se ubicati in luoghi geografici molto distanti, visti i complicati calcoli necessari per adeguarli alla latitudine locale.
Non a caso la situazione di Roma, sottoposta alla bizzarria di vari orologi, spinge Seneca a considerare con una certa ironia l’impossibilità di stabilire l’ora del decesso dell’imperatore Claudio: “…l’ora precisa non sono in grado di dirtela: sarà più facile conciliare fra loro i filosofi che accordare fra loro degli orologi [32].
 
 
Poiché tutto questo sviluppo tecnologico sulla precisione degli orologi si concentra durante primo periodo dell’età imperiale, pensiamo che anche l’horologium bilaterale di Grottaferrata sia espressione dell’attenzione del suo anonimo possessore verso l’inesorabile trascorrere del tempo[33].
 
Daniela Bonanome
 
 
 Fig. 16: Horologium multifunzione di Tenos, da Donderer, cit. in nota 19, fig. 11.
 
  Fig. 17: iscrizione sul bordo superiore dello scafo, con la firma di Andronikos Kyrresthes, IG ² 1035(54).
Da J. Von Freeden, Oikia Kyrrēstou. Studien zum sogennanten Turm der Winde in Athen, Roma 1983, tav. 44, 1.

 
 

 

[1] La massima di Cetius Faventinus, nella sua formulazione completa qui riportata: Multa variaque genera sunt horologiorum, sed pelecini et hemicyclii magis aperta et sequenza ratio videtur (De diversis fabricis architectonicae, cap. 29), si riferisce al testo di Vitruvio sulle meridiane (De Architettura, IX libro, 7).
[2] L’edizione scientifica del catalogo del Museo, in corso di stampa, è curata da archeologhe dell’Università di Tor Vergata.
[3] Si veda Daniela Bonanome, n. 208, Orologio solare bilaterale (inv. n. 1217), in Catalogo delle sculture in pietra presso l’Abbazia di S. Nilo a Grottaferrata, 2008, i. c. s., p. 285 ss.
[4] In generale sugli orologi solari si veda: S.L.Gibbs, Greek and Roman Sundials, London-New Haven 1976.
[5] Il termine, presente in Vitruvio, deriva da pelecinon –i che indica la doppia scure, la cui forma richiama l’aspetto morfologico complessivo dello schema riportato sul quadrante delle meridiane piane.
[6] Per osservare le ricostruzioni di orologi solari ed il loro funzionamento con una semplice ma efficace animazione, consiglio di visitare il sito dell’Enciclopedia Britannica alla voce Encyclopaedia Britannica online >sundial, e di “cliccare” sulla figura.
[7] Daremberg-Saglio, III, 1, p. 256 ss., s.v. Horologium: E.Ardaillon, in part. p. 260.
[8] Il termine, che letteralmente indica un “muro di sostegno” e per estensione viene riferito alla struttura a raggiera della cavea del teatro, definisce il sistema tecnico per costruire gli orologi solari antichi, in particolare il tipo detto ad hemicyclium. Con questa specifica valenza viene infatti impiegato da Vitruvio (IX libro, 7) per esporre il metodo teorico di calcolo gnomonica, cui generalmente si faceva riferimento in antico, basato sulla centralità della terra.
[9] Le formule matematiche, i principi e i procedimenti sono riportati in appositi capitoli di quei siti internet che illustrano la scienza gnomonica: www.gnomonica.it
, oppure gnomonica italiana da cui si accede ad una serie di links utili.
 
[10] La loro lunghezza, non certo casuale, corrisponde alla distanza esistente tra il punto intermedio E sulla linea orizzontale AEB, già individuato, ed il punto di intersezione della terza linea orizzontale E’’ con il tracciato equinoziale EE’’E’, equivalente alla retta centrale. La misura così ottenuta, cm. 7,2, deve essere identica per i due gnomoni Est ed Ovest: J.S.J.Casanovas, L’orologio solare della Badia di Grottaferrata, Bollettino Badia Greca di Grottaferrata, n. s. XXXV (1981), pp. 77-81.
[11] Così si legge in D. Giorgetti, La meridiana esposta nel Museo della Badia di Grottaferrata, ibidem, p. 72.
[12] La retta misura cm. 11 al di sopra della piombatura e cm. 30 al di sotto.
[13] Situata nell’agorà romana di Atene, è una Torre ottagonale costruita in marmo pentelico, intorno al II sec. a. C., da Andronikos di Kyrrhos, in Macedonia. Munita di una banderuola a forma di Tritone posta al culmine del tetto, indicava la direzione del vento, quindi anche il nome e la tipologia, suggerito dalle personificazioni mitologiche degli anemoi rappresentate sulla sommità del perimetro esterno. Al di sotto del fregio erano visibili otto solaria verticali, di cui quattro regolari (N-S-E-O), per l’indicazione dell’ora in ogni stagione. Un orologio idraulico al suo interno era alimentato dall’acqua proveniente dalla sorgente Clepsydra posta sulle pendici Nord dell’Acropoli (Daremberg-Saglio, cit. in nota 5, p. 259). E’ possibile avere una veduta panoramica (QTVR) di questo edificio e dell’agorà che lo ospitava, consultando il sito web stoa.org/athens/sites/romagora.html – ricco di indicazioni bibliografiche - e, in fondo alla pagina, selezionando Quicktime VR Panoramas of the Roman Agora & Tower of the Winds.
[14] Anche questo orologio è stato realizzato da Andronikos di Kyrrhos, come risulta dalla firma del bordo superiore del manufatto (fig. 14). Gibbs, Sundials, p. 345 ss., n. 5001; e n. 7001 G.
[15] Daniela Bonanome, cit. in nota 3, p. 287. Gibbs, Sundials, n. 5014 G.
 
Casanovas, cit. innota 10, p. 80.
[17] EAA VII, p. 108 s., s.v. scholae: G.Calza, G.Lugli; H. von Hesberg, Monumenta: i sepolcri romani e la loro architettura, Milano 1992, pp. 190-196; C.A.Serta, Le tombe a schola di Mamia e di Marcus Alleius a Pompei, in Epigraphica 58, 1996, p. 131 ss.
[18] Trimalcione progettava di far scolpire una meridiana in bell’evidenza sul suo sepolcro affinché chiunque desiderasse vedere l’ora finiva per leggere anche il suo nome (Petr., Sat. 71, 11).
[19] Come stanno a dimostrare le iscrizioni poste ad imperituro ricordo della loro specializzazione su molte meridiane: cfr. M.Donderer, Signaturen auf Sonnenuhren. Konstrukteure oder Steinmetze?, in Epigraphica 60, 1998, p. 165 ss.
[20] Aulo Gellio, Notti attiche 3, 3,5: il brano viene riferito ad una commedia perduta di Plauto (251-184 ca. a.C.), il quale, com’è noto, si ispirava a vari modelli di teatro, ma soprattutto alla greca “commedia nuova”. Dunque il personaggio dell’invettiva doveva scagliarsi contro una situazione che stava vivendo in quel preciso momento in un paese dove erano di uso comune gli orologi solari, cioè la Grecia. Plauto non ha fatto altro che ambientare la vicenda a Roma, dove a malapena si poteva vedere una meridiana, per giunta inesatta, qual’era quella “siciliana” del Comizio.
[21] La notte era suddivisa in 4 vigiliae, gruppi di tre ore che corrispondevano ai consueti turni di guardia militare: dalle 18 alle 21 si aveva la prima vigilia, dalle 21 alla mezzanotte la seconda vigilia, da mezzanotte alle 3 la tertia vigilia, e infine dalle 3 alle 6 la quarta vigilia.
[22] A. Dosi, F. Schnell, Spazio e tempo, Roma 1992, p. 70 ss.
[23] Plinio il Vecchio, N.H., VII, 214.
[24] L’arcaica struttura del Comitium nel Foro romano era concepita come un orologio solare architettonico, ove il meridies veniva proclamato dal messo del console traguardando il sole tra i Rostra e la Graecostasis: F. Coarelli, Il Foro romano, Periodo arcaico, Roma 1992, p. 138 ss.
[25] Plinio il Vecchio, N.H., VII, 214.
[26] Cic., Pro Quinctio, 59.
[27] Plinio il Vecchio, N.H., VII, 215.
[28] E. Buchner, L’orologio solare di Augusto, in Rendiconti Pontificia Accademia 53-54 (1980-82), p. 331 ss. Per una dettagliata disamina sul solarium Augusti on line si può consultare: (Bollettino Telematico dell’Arte) bta.it> Stefano Del Lungo, Topografia di Roma e dell’Italia Antica, L’orologio di Augusto (Regio IX).
[29] Ancora Trimalcione nel suo triclinium sfoggiava un orologio insieme ad un trombettiere, incaricato di suonare lo strumento allo scadere di ogni ora (Petr, Sat., 26).
[30] Per un aggiornamento reperibile on line si veda: file PDF di Mario Catamo et Alii, Fifteen further greco-roman sundials from the mediterranean area and Sudan, in JHA, XXXI (2000).
[31]  Un orologio solare in bronzo aveva la forma di un prosciutto. Così personalizzato poteva anche essere esposto nella zona pranzo della villa aristocratica da cui proviene. S. Adamo Muscettola, La Villa dei Papiri a Ercolano, Napoli 2000, p. 30.
[32] “…horam non possum certam tibi dicere; facilius inter philosophos quam inter horologia convenit …”. Il brano è tratto dall’Apocolokyntosis 2, 2.
[33] Se qualcuno si fosse appassionato all’idea di poter leggere l’ora consultando il proprio orologio solare, consiglio di seguire le istruzioni riportate in: digilander.libero.it/giannicrovatto/m-univ.htm, dove le procedure sono accompagnate passo passo da schemi esplicativi di facile realizzazione.

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