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| IL SEGNO DI DIO: “LA LEBBRA” |
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Pubblicato il 08 aprile 2009 |
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Tutto ciò che varia da quella che noi definiamo normalità ha sempre colpito l’immaginario collettivo: di sicuro la deformità fisica non rappresenta una eccezione. Curiosità mista a timore, ribrezzo, e una miscela fra derisione e riverenza: queste le manifestazioni sempre espresse nella nostra storia non solo verso i nostri simili ma anche nei confronti di animali e piante. Purtroppo l’uomo, in passato come del resto ancora oggi, è sempre andato incontro al rischio di deformità, siano esse congenite, da patologie o traumi in vita, che furono sempre valutate come indici di classificazione, e forse lo sono tuttora.
La gamba, l’occhio o il braccio perduti, per esempio in battaglia da un guerriero, venivano viste come “anomalie” degne di un eroe, di un semidio.
Di contro, chi per sventura nasceva con qualche difetto deformante oppure l’acquisiva per qualche malattia o incidente in vita correva il rischio di essere considerato un individuo a cui una volontà ultraterrena aveva voluto infliggere una punizione divina. Con l’avvento del cristianesimo e in particolar modo nel mondo occidentale, questi sventurati erano considerati dei “toccati da Dio”, individui che il Signore aveva voluto in qualche modo punire e segnare perché fossero un monito per gli altri. Come ovvio, tutto ciò comportava un aggravio di pena in quanto alla loro disgrazia dovevano aggiungere anche la feroce discriminazione ed emarginazione di cui gli uomini spesso erano attenti esecutori.
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A sinistra
Foto 01 - Ritratto di un uomo affetto da lebbra. 1886
In basso
Foto 02 - Reperto del Museo di Anatomia Patologica Morgagni (Pd): testa di un malato di lebbra
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Nella storia umana talune malattie hanno funestato e caratterizzato gli aspetti sociali e gli stili di vita proprio a causa della loro elevata specializzazione nel produrre deformazioni e, in alcuni casi, mutilazioni. Tra queste la più temibile è la lebbra.
La lebbra è una malattia infettiva contagiosa a decorso cronico il cui agente patogeno è il Mycobacterium leprae. Scoperto da A. Hansen nel 1871 (per questo viene anche chiamata morbo di Hansen), solo nel 1965 si è potuto ottenere la coltura in vitro su cellule umane viventi. Nota sin dall’antichità, essa è menzionata nei libri sanscriti indiani, nel papiro di Ebers, nella Bibbia (secondo libro di Giobbe del Levitico). Il più antico focolaio probabilmente si sviluppò in Asia e i Fenici, popolo di naviganti, potrebbero averne favorito la diffusione nel bacino del mediterraneo. Una delle prime descrizioni autentiche della lebbra viene dall'India. Secondo la raccolta di Secruta, risalente al VI secolo a.C., le lebbra fu descritta come kushta che in sanscrito significa "rodente". In Cina si parlò di lebbra per la prima volta in un trattato di medicina risalente al IV secolo a.C.. Ma la prima vera prova di lesione ossea da lebbra si deve alla scoperta di una mummia egizia del II secolo a.C. recante , anche se di recente sono state rinvenute sepolture gallo-romane risalenti al IV secolo a.C. nell’Italia nord orientale con tracce del terribile morbo che però ancora attendono conferma.
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In alto
Fig. 03 - Lebbra o malattia di Hansen - Microscopia del tessuto cutaneo
A lato ed in basso
Figg. 04 / 05 - Lesioni ossee dovute alla lebbra. La distruzione delle ossa nasali
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La massima frequenza della lebbra in Europa si dovette a quel grande spostamento di genti per e dal medio oriente che prese il nome di crociate. Proprio a causa di queste a partire dal X secolo sino al XV-XVI secolo, la malattia raggiunse la sua massima incidenza dopo di che, nel vecchio continente, si verificò una diminuzione del contagio, favorita anche da una serie di misure profilattiche, mentre parallelamente si avviò una nuova diffusione della malattia nei paesi conquistati o scoperti dagli Europei oltre oceano.
La prima vera normativa in materia di trattamento dei malati di lebbra si deve al re longobardo Rotari che nel novembre del 643 emise il celebre Edictum più noto come: "Editto di Rotari" [1]. In questo i malati di lebbra venivano "legalmente" abbandonati a se stessi e isolati dalla comunità, in parole povere erano definitivamente esiliati dalla società e considerati morti.
Durante il medioevo, nuove prescrizioni per i lebbrosi vennero più o meno tacitamente introdotte: tra queste l'uso di tonache nere con mani rosse dipinte sul petto, il divieto di toccare qualsiasi cibo nei mercati, avendo come unica possibilità di scelta quella di indicare la merce con un lungo bastone e, soprattutto, l'ingiunzione ad avvisare del loro arrivo nei centri abitati mediante il tintinnio di una campanella che, laddove era assente la tonaca, serviva ad identificarli.
In alcuni comuni fu introdotto il divieto per i lebbrosi di sposare individui sani e in alcuni casi fu proibito anche il matrimonio tra malati. Non ultimo, chi contraeva la malattia essendo già sposato doveva abbandonare la casa, i congiunti e tutti i suoi averi. Durante il periodo di massima diffusione sorsero e si moltiplicarono veri e propri centri di aggregazione di lebbrosi che presero il nome di lebbrosari. Purtroppo in questi centri non finirono solo malati di lebbra ma anche individui vittime di errori diagnostici o, peggio ancora, di angherie pseudolegali attivate al solo scopo di togliere di torno personaggi scomodi. L'unica nota positiva, se così si può dire, è che in questi luoghi almeno un po’ di cibo era garantito e proprio per questo motivo durante il medioevo (soprattutto in Italia) c'erano persone che preferivano sfidare il contagio fingendosi malate per sfuggire alla fame dettata dalle tormentate vicende che durante tale periodo afflissero i nostri territori.
La trasmissione della lebbra avviene per contagio. A un periodo di incubazione, che può durare anche decine di anni, fa seguito il così detto periodo di invasione che spesso, anche se non sempre, si accompagna a sintomi generali come febbre irregolare, cefalea, epistassi, dolori nevralgici e sintomi specifici quali lesioni cutanee come piccole zone depigmentate, macchie eritematose, noduli e diminuzione fino alla perdita totale delle sensibilità cutanea delle zone colpite. Successivamente compaiono le stigmate caratteristiche della malattia.
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Generalmente vengono riconosciute tre forme di manifestazione della lebbra anche se alcuni autori tendono a non considerare la terza, quella mista, come una vera e propria tipologia a se stante:
1) forma tubercoloide, nervosa, benigna o maculo-anestetica: caratterizzata da chiazze violacee che possono confluire in placche, alternate a papule rosso-giallastre o rosso-porpora cui seguono formazioni granulomatose localizzate in particolar modo lungo le vie nervose producendo disturbi della sensibilità termica, dolorifica e tattile, iperestesie, anestesia profonda, atrofie muscolari, disturbi trofici con lesioni ulcerative e mutilazioni;
2) forma tuberosa o nodulare o lepromatosa al viso e agli arti. La lebbra lepromatosa è la tipologia più rappresentata anche iconograficamente. L’esordio avviene con comparsa di macchie prima evanescenti rosso acceso e violaceo, poi fisse, pigmentate, alcune delle quali lentamente si trasformano in noduli o lepromi isolati, poi talora confluenti, spesso anche sulle mucose (naso, palato molle, ugola, laringe, occhi): successivamente si producono ulcerazioni con talora estese distruzioni, necrosi, mutilazioni, rimaneggiamento delle ossa della mano e del piede. In particolare in questo caso si verifica la distruzione delle ossa nasali, la perforazione del palato e il progressivo rimaneggiamento dei margini alveolari dei denti conferendo al paziente la cosiddetta facies lepromatosa;
3) forma mista: inizialmente appaiono solo lesioni tuberose seguite poi da altre manifestazioni come infiltrazioni polmonari similtubercolari, ulcerazioni intestinali, ingrossamento del fegato, epatiti a evoluzione cirrotica e per ultime lesioni ossee. La prognosi è grave, con peggiori possibilità di guarigione rispetto alla forma nervosa e tubercoloide.
Generalmente in tutti i casi la morte sopravviene dopo un decorso di durata variabile, comunque molto lento e con un decadimento progressivo. Frequenti sono le superinfezioni tra cui la più ricorrente è la tubercolosi. Oggi la terapia della lebbra ha registrato sensibili progressi attraverso l'impiego di alcuni farmaci chemioterapici, tra cui solfoni, antibiotici, cortisonici, vitamina B12 ad alte dosi, immunoterapia. La guarigione è abbastanza probabile mentre l’impiego della chirurgia estetica è molto praticato per restituire una normalità morfologica, soprattutto al volto. |

Fig. 05 - Manifestazione cutanea della malattia
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Un singolare insediamento tardo-antico: Palombara Sabina nel Lazio
La grande distesa verde ricca di ulivi che si può ammirare oggi in località Pascolare, circa 40 km a nord-est di Roma nel comune di Palombara Sabina, non lascia minimamente intuire quale triste luogo dovette essere intorno al 470 d.C. questo ameno poggio. Durante gli anni Novanta dello scorso secolo mentre venivano effettuati degli scavi per la piantumazione di ulivi, venne in luce una complessa serie di strutture attribuibili ad una grande villa romana sorta in età repubblicana e sopravvissuta ben oltre la fine dell'Impero Romano d'Occidente. Sicuramente quello che dovette essere per molti secoli un luogo di alacre attività della campagna sabina si trasformò nel suo declino in un centro di raccolta per sventurati. Adiacente ad una delle strutture murarie venne in luce una grande camera sepolcrale nel cui interno, non sappiamo in che ordine, vennero sepolte 80 persone tra adulti e bambini. Di poco accanto vi era una tomba alla cappuccina ben sigillata al cui interno trovammo dei soli arti inferiori.
Sicuri della nostra datazione (effettuata al radiocarbonio C14) pensavamo di aver rinvenuto una di quelle popolazioni, così poco note antropologicamente, in grado di aiutarci nella comprensione delle dinamiche umane di transizione tra la caduta di Roma e l'alto medioevo. Man mano che lo studio dei resti scheletrici procedeva, saliva la percentuale di individui che manifestavano patologie disfiguranti fino a che, al termine dello studio ci convincemmo, che quella comunità aveva un terribile destino in comune: erano tutti vittime di deformità. L’ipotesi primaria è stata quella che ci si trovasse di fronte ad una area particolare di inumazione, isolata a scopo precauzionale da una comunità più estesa. Il mancato rinvenimento di altre aree inumative coeve contenenti individui “normali”, a seguito di una estesa prospezione, ci convinse che la comunità che frequentò e morì con questo insediamento fu unicamente quella da noi rinvenuta.
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Visualizzazione ingrandita della mappa |
Molti individui presentavano tracce evidenti di lebbra ormai progredita. Come detto una traccia fortemente indiziaria della malattia è rappresentata dalla distruzione delle ossa nasali e molti individui, anche adolescenti, mostravano queste stigmate. La perdita delle ossa nasali produce per effetto, un invaginamento della parte molle del naso conferendo un aspetto mostruoso al malcapitato che tende da assumere la cosiddetta facies lepromatosa. Come ovvio, questa era distintiva del malato, rappresentando suo malgrado il biglietto di sola andata per l’inferno in vita. A tale ingiuria spesso si può successivamente associare anche la perdita delle dita delle mani e dei piedi, dovuta sostanzialmente a fenomeni infettivi legati all’anestesia nervosa degli arti e quindi all’insensibilità verso ferite o lacerazioni cutanee delle quali non viene avvertito dolore. Probabilmente l’unico rimedio era costituito da sudicie bende avvolte attorno alle estremità degli arti per proteggerle e per nasconderle quando ormai recavano tracce di mutilazione. Nei casi in cui si verificano anche fenomeni di superinfezione da tubercolosi, ad esempio ossea, può addirittura comparire un gibbo per collasso vertebrale. In questi casi l’aspetto ultimo di questi individui non doveva essere dei più rassicuranti. Trovandoci in un periodo storico in cui non si hanno notizie di lebbrosari l’ipotesi alternativa è rappresentata dal fatto che questi individui rifiutati e ritenuti inabili per la società si siano spontaneamente aggregati in questi luoghi. A conferma di ciò contribuisce anche il dato che assieme a malati di lebbra vi siano anche altre persone dall’aspetto atipico. |
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Ad esempio un individuo presenta una vasta ferita che attraversa il sopracciglio e penetra profondamente nell’interno dell’orbita. Essendo ampiamente rimarginata questa ferita non fu causa di morte, ma di sventure probabilmente sì.
Tale lesione dovette provocare l’esplosione del bulbo oculare rendendo cieco il soggetto. Inoltre la cicatrice prodotta dal colpo doveva apparire diagonalmente nella parte superiore del viso dalla fronte alla radice del naso conferendo anche in questo caso un aspetto deforme al suo portatore. Oltre a lebbrosi, gobbi e sfregiati sono presenti anche due altri individui, probabilmente considerati anch’essi fuori dalla normalità. Di questi uno era un piccolo nano di circa 1 metro di statura e di struttura corporea armonica, ossia non recante quelle caratteristiche tipiche del nanismo acondroplasico (quello dei nani circensi per intenderci), simile a un uomo in miniatura. Questo doveva apparire anch’esso agli occhi delle comunità del periodo come una variante anomala e segnata da Dio, dell’umanità. L'altro un gigante di oltre 2 m di statura presentava una particolare frattura alla tibia sinistra dove la parte terminale dell’osso si era risaldata in modo da risultare aggettata in avanti e che in vita, oltre a procurargli una particolare andatura, doveva conferirgli un aspetto molto caratteristico e deforme.
Il dato archeologico ci descrive questa come una comunità rurale molto povera. La ricostruzione della paleodieta effettuata attraverso la ricerca degli elementi presenti in tracce nella matrice ossea ha evidenziato una alimentazione povera sì, ma equilibrata. Dato l'isolamento insediativo questo risultato potrebbe essere indice di una certa attività produttiva probabilmente influenzata dalle generali condizioni di salute dei membri della comunità ma pur sempre attiva. Non sappiamo con certezza come facessero ma di sicuro piccoli appezzamenti di terreno venivano coltivati con raccolti utili al fabbisogno comunitario; così come pure un modesto allevamento di animali doveva essere praticato a giudicare dall'apporto proteico identificato nella dieta a sostegno di una alimentazione cerealicolo-vegetariana. Forse ricevevano anche degli aiuti esterni, sotto forma di prodotti alimentari, arnesi e suppellettili, anche se dovevano essere invero modesti e sicuramente non basati su alcuna forma di scambio data la particolare situazione sanitaria.
Una ipotesi suggestiva potrebbe essere quella per cui anche la produzione ceramica e di piccoli utensili fosse autoctona anche se in merito a ciò gli archeologi difficilmente riuscirebbero a distinguerla da quella comune ormai largamente impiegata nel territorio dell'Italia centrale. Un mistero forse macabro per i contorni ma sicuramente affascinante.
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| Fig. 06 - La località degli scavi |
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Anche i guerrieri si ammalavano. Gli Avari e la lebbra nel Molise altomedievale
Per comprendere meglio come la lebbra si diffuse nel tempo in Italia facciamo un salto di circa due secoli presso una comunità di Avari e Longobardi nel Molise.
La necropoli di Vicenne-Campochiaro in provincia di Campobasso, attribuibile cronologicamente ai secoli settimo e ottavo d.C., è uno dei più importanti siti altomedievali dell’Italia centrale. Dagli scavi più recenti condotti dalla dottoressa Valeria Ceglia della Soprintendenza Archeologica del Molise sono venute in luce ancora numerose tombe di guerrieri sepolti con il proprio cavallo e la loro panoplia. La spettacolarità del rinvenimento è facilmente ammirabile visitando il Museo Archeologico di Campobasso dove sono esposti la maggior parte dei reperti e addirittura ricostruita una sepoltura con corredo e destriero. Dall’esame del dato archeologico è emerso come questa fosse una comunità semi nomade che probabilmente costituiva un avamposto militare per fronteggiare i Bizantini dell’Italia meridionale. Probabilmente il nucleo portante doveva essere costituito da Longobardi e da Avari delle steppe, provenienti dall’est europeo. Non si può escludere anche una presenza autoctona sedimentata nel tempo all’interno del gruppo umano.
Benché questa popolazione fosse rappresentata in larga parte da guerrieri la lebbra non risparmiò neppure loro. Il campione scheletrico studiato a più riprese sia dall’Università di Bologna che da noi ha evidenziato la presenza tra gli inumati di individui affetti da lebbra lepromatosa.
Anche le donne risultano colpite. I malati di lebbra in questo sito venivano tumulati nella necropoli comune e con un corredo maschile o femminile che non lascia ipotizzare una discriminazione in ambito sociale nonostante l’Editto di Rotari fosse stato promulgato già da uno o due secoli. Gli individui da noi osservati presentano una fase avanzata della malattia con facies lepromatosa e mutilazioni agli arti inferiori. Nonostante la possibile facilità di riconoscimento dei segni della malattia a questi individui era stato permesso di continuare a conservare il proprio corredo soprattutto bellico nei maschi. Possibile che essendo un avamposto militare di frontiera la necessità di tutti gli effettivi, anche quelli malati, fosse ritenuto elemento indispensabile al pari dell’impiego di supporto delle donne. Questa necessità di fare “numero” era pagata però a duro scotto in quanto nonostante la difficoltà di contagio, l’avere malati in promiscuità coi sani costituiva una minaccia costante di estensione dell’epidemia.
Sotto il profilo medico non sappiamo come queste popolazioni affrontassero il problema. Di sicuro sopravvivevano recrudescenze cognitive dell’organizzata struttura sanitaria romana che i “barbari” ben conoscevano per tradizione avendo combattuto a fianco e contro gli eserciti romani per molto tempo. Ma l’ulteriore terribile problema era costituito dalla loro natura seminomadica che portandoli a spostarsi spesso favoriva il contagio anche oltre i confini della loro comunità con il concreto rischio di estendere l’epidemia a territori sempre più ampi.
Mauro Rubini
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[ 1] Nel 568 i Longobardi, sempre guidati da Alboino, invasero l'Italia attraversando l’Isonzo Insieme a loro c'erano contingenti di altri popoli, come ventimila Sassoni che per lo più rimasero sempre in qualche modo separati dai Longobardi (fino a che lo scoppio di disaccordi sul loro diritto a non essere assorbiti non portò alla loro ritirata a nord delle Alpi nel 573).
La prima città a cadere nelle mani dei Longobardi fu Cividale del Friuli (Forum Iulii), dove Alboino insediò un nipote come duca. Poi cedettero, in rapida successione, Aquileia, Treviso, Vicenza, Verona. Nel settembre 569 aprirono le porte Milano e Lucca. Dopo tre anni di assedio, nel 572, anche Pavia cadde e Alboino ne fece la capitale del suo regno.
Gli Ostrogoti che erano rimasti in Italia verosimilmente non opposero strenua resistenza, vista la scelta fra cadere in mano ai Longobardi, dopotutto Germani come loro, o restare in quelle dei Bizantini. Alcune eccezioni tuttavia si verificarono. I Longobardi proseguirono la loro conquista discendendo la penisola fino nell'Italia centro–meridionale, dove nel 570 Faroaldo e Zottone, forse con l'acquiescenza di Costantinopoli, che mirava a dividere gli invasori, conquistarono gli Appennini centrali e meridionali, divenendo rispettivamente i primi duchi di Spoleto e Benevento.
I Bizantini non riuscirono a resistere agli invasori perché erano carenti di truppe e perché erano impegnati in altri teatri operativi, ma conservarono alcune zone costiere dell'Italia continentale: l’Esarcato (la la Romagna, con capitale capitale Ravenna), la Pentapoli (comprendenti i territori costieri dell’ Emilia Romagna e delle delle Marche e le cinque città di Ancona, Pesaro, Fano Rimini e Senigallia), parte del del lazio e dell’Italia meridionale (le città della costa campana, Salerno esclusa, la Puglia e la Calabtia).
Inizialmente il dominio longobardo fu molto duro, animato da spirito di conquista e saccheggio: un atteggiamento ben diverso, quindi, da quello comunemente adottato dai barbari foederati, per più lungo tempo esposti all'influenza latina. Se nei primi tempi si registrarono anche veri e propri massacri, già verso la fine del VI secolo l'atteggiamento dei Longobardi si addolcì, anche in seguito all'avvio del processo di conversione dall' arianesimo al credo niceno della Chiesa di Roma.
L'Editto di Rotari fu la prima raccolta scritta delle leggi dei Longobardi, promulgato il 22 novembre 643 da re Rotari.
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Fig. 07 - I domini longobardi alla morte di Rotari nel 652
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Referenze iconografiche:
Fig. 01 - Foto Arents da "Traité pratique et théorique de la lèpre" 1886. Fonte: Wikipedia
Fig. 02 - Il Museo Morgagni si trova nell’Istituto di Anatomia Patologica dell’Università degli Studi di Padova. Ha principalmente una funzione didattica ed è fruibile previo accordo con il responsabile. Nelle sale sono esposti oltre mille e cinquecento esemplari, suddivisi per patologia o per metodo conservativo: tannizzazione, cerificazione, mummificazione. Si possono osservare rare deformazioni dovute a diverse malattie: ciclopi, gemelli toraco-paghi, lebbra, argirosi. Museo Morgagni, Istituto di anatomia patologica. Via Gabelli, 61 - Padova, Italy
Fig. 03 - Lebbra. Microfotografia di Riccardo Caldini - Marta Chevanne. Dipartimento di Patologia e Oncologia Sperimentali, Università degli Studi di Firenze.
Organo/Tessuto: cute. Colorazione: ematossilina-eosina
La microfotografia mostra un modesto infiltrato, nel derma, di cellule disposte intorno ai vasi. A più forte ingrandimento si può osservare che l’infiltrato cellulare è costituito soprattutto da linfociti, macrofagi, qualche plasmacellula e qualche fibroblasto, in un tessuto lasso per la presenza di edema. ( La Lebbra o malattia di Hansen è una infezione a lenta progressione causata dal Mycobacteriun leprae ed interessa soprattutto la cute ed i nervi periferici. La forma detta Lebbra Lepromatosa presenta lesioni contenenti macrofagi dall’aspetto di cellule schiumose in quanto infarciti da batteri.) [Da Unifi]
Figg. 04 / 05 - Foto di Mauro Rubini
Fig. 06 - Foto di Mauro Rubini
Fig. 07 - Fonte: Wikipedia
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