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DEO SOLI INVICTO MITHRAE:
i misteri iniziatici nella Roma imperiale
ed il Mitreo del Circo Massimo
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| di Antonio Insalaco |
Pubblicato il 05 novembre 2008 |
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| Fotografie di Alfredo Corrao |
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Mysteria Mithrae
Nella storia millenaria dei riti iniziatici un ruolo di prima grandezza spetta senza dubbio al culto misterico di Mithra Sol Invictus, cui questo contributo è dedicato con particolare riferimento ad uno dei principali monumenti mitriaci oggi noti: il Mitreo del Circo Massimo. La “continuità dell’antico” che permea profondamente la nostra cultura mostra qui uno degli esempi più straordinari, in quanto radicato nella esperienza quotidiana: il 25 dicembre, la data in cui da quasi diciassette secoli nell’occidente viene celebrato il Natale di Cristo, coincideva in origine con il giorno in cui veniva celebrata la nascita del Sole Invitto (Dies Natalis Solis Invicti).
Solo a seguito del concilio tenutosi a Nicea nel 225, dopo che Costantino con l’editto di Milano del 313 aveva fatto uscire il cristianesimo dalla clandestinità (pur non assumendolo ancora come religione di Stato), tale data fu inserita nel calendario liturgico: essa era funzionale al clima di pace religiosa voluta dall’imperatore (fattosi battezzare infatti solo in punto di morte), attraverso la convivenza dei diversi culti allora presenti nel mondo romano. Al tradizionale pantheon classico si erano infatti affiancati nuovi culti, sviluppatisi nel Vicino Oriente: e fra tali culti, nel corso del III secolo, aveva assunto particolare rilievo proprio quello della divinità solare.
Il culto pubblico del Sol Invictus (sviluppatosi parallelamente a quello iniziatico di Mithra) fu particolarmente favorito dalla politica religiosa di Aureliano (270-275): l’imperatore cercò di imporlo come religione di Stato consacrando a Roma, il 25 dicembre del 274, un grandioso santuario. Al Sole venne allora dedicato il primo giorno della settimana (Dies Solis), nome che permane nelle lingue inglese (Sunday) e tedesca (Sonntag) per indicare la domenica. All’inizio del IV secolo l’importanza del culto era tale che lo stesso imperatore Costantino impose con un editto il riposo settimanale dal lavoro, “nel giorno venerabile del Sole” (venerabili die Solis).
Una testimonianza illuminante di questo clima tendente al sincretismo religioso, riflesso dagli aspetti iconografici del primo cristianesimo, è offerta dal Mausoleo M della Necropoli Vaticana situata sotto la Basilica di S. Pietro. Le rappresentazioni nei mosaici all’interno del mausoleo, databili alla metà del III secolo, lo fanno riconoscere come cristiano: Giona nelle fauci del mostro marino (Morte e Risurrezione), il Pescatore (Pietro o Cristo), il Buon Pastore.
L’immagine più interessante è sulla volta: Cristo in aspetto apollineo appare sul carro del Sole come Helios, ma i raggi che promanano dal capo disegnano con ogni evidenza una croce.
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Un clima, questo, destinato peraltro a mutare profondamente, fino al totale capovolgimento dei rapporti di forza fra le diverse fedi religiose: alla fine del IV secolo gli editti di Teodosio sancirono la chiusura al culto dei templi “pagani” e l’avallo di fatto alla loro distruzione. Anche il Dies Solis fu “cristianizzato”, consacrandolo al Signore: divenne così la nostra domenica (Dies Dominicus). Le violente persecuzioni di cui furono oggetto le comunità degli iniziati ai misteri di Mithra sono testimoniate sia dalle indagini archeologiche (che documentano l’improvviso abbandono e la devastazione dei luoghi di culto), sia dalle fonti letterarie di matrice cristiana.
Emblematica in proposito una lettera di S. Girolamo, scritta nell’anno 403: “Il vostro parente Gracco […] pochi anni fa, mentre era prefetto urbano (nel 377), non rovesciò forse, ruppe, distrusse una grotta mitraica e tutti quei loro misteri ai quali vengono iniziati, come il Corvo (Corax), lo Sposo (Nimphus), il Soldato (Miles), il Leone (Leo), il Persiano (Perses), il Corriere del Sole (Heliodromus), il Padre (Pater) e non li obbligò, quasi come assediati, a prendere il battesimo di Cristo?”. La lettera, di notevole interesse, fa esplicito riferimento ai sette gradi iniziatici del mitraismo.
Essi coincidevano con le sette sfere planetarie: queste, secondo l’astronomia antica canonizzata dal sistema tolemaico, circondavano la Terra posta al centro dell’Universo. L’iniziato doveva ascendere progressivamente attraverso di esse, fino a purificare completamente se stesso. I sette gradi erano quindi sotto la protezione delle rispettive divinità planetarie: Corax di Luna; Nymphus di Venere; Miles di Marte; Leo di Giove; Perses di Mercurio; Heliodromus di Sole; Pater di Saturno. Quest’ultimo grado coincideva con quello di capo della comunità mitraica.
Il mitraismo occidentale, culto iniziatico e misterico basato sull’identificazione di Mithra con la divinità solare (Apollo/Helios), si sviluppò nell’ambito del sincretismo religioso fra la cultura ellenistica e quella orientale: l’origine della figura di Mithra è stata infatti individuata in ambito iranico. Tramite fra la Persia e Roma fu, con ogni probabilità, l’Asia Minore. Da qui il mitraismo si diffuse in tutto l’occidente, trovando particolare diffusione in alcune categorie fra cui quella dei militari: va ricordato in proposito che l’iniziazione era riservata esclusivamente a individui di sesso maschile.
Il mitraismo, per la sua natura iniziatica, è scarsamente documentato dalle fonti letterarie. Le poche informazioni disponibili sono offerte in particolare dagli apologisti cristiani, peraltro interessati a proporre del mitraismo una immagine del tutto negativa: i numerosi elementi rituali comuni (come il battesimo o l’agape) venivano mostrati come una diabolica contraffazione del cristianesimo. Emblematica in proposito la definizione dei luoghi di culto mitriaci data dai polemisti cristiani, che sottolineavano la contraddizione (in realtà solo apparente) di un culto solare praticato nel buio delle grotte: accampamenti delle tenebre (castra tenebrarum).
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Decorazioni pittoriche e scultoree nei mitrei: il mitreo di Marino (Rm) a confronto con quello del Circo Massimo a Roma
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Il Mitreo del Circo Massimo
La conoscenza dei misteri di Mithra, per la carenza delle fonti letterarie, è affidata principalmente all’indagine archeologica: i luoghi di culto (denominati convenzionalmente mitrei) e la documentazione rinvenuta al loro interno (iconografica ed epigrafica) costituiscono quindi una insostituibile miniera di informazioni. Un esempio di notevole interesse è rappresentato dal Mitreo del Circo Massimo, di competenza della Sovraintendenza ai Beni Culturali del Comune di Roma, rimesso in luce nel 1931 sotto il deposito di scene e costumi del Teatro dell’Opera presso via dei Cerchi.
Il tempio fu allestito in un vasto edificio del II secolo, la cui imponenza (le strutture superstiti raggiungono i 5 m di altezza) ed estrema vicinanza al Circo Massimo hanno fatto pensare ad un edificio pubblico, dalla destinazione non meglio precisabile. Tale ipotesi sembra confermata dalla presenza, sul lato verso il circo, di due ampie scalinate di accesso al primo piano, non conservato, dell’imponente complesso.
L’allestimento del tempio mitriaco nei vasti ambienti del pianterreno risale alla seconda metà del III secolo, ovvero al momento di massima diffusione del mitraismo.
Come di consueto il luogo di culto, che doveva riprodurre la grotta (spelaeum, specus, spelunca) ove viene rappresentata l’uccisione del toro da parte di Mithra, non si presenta come un edificio indipendente e isolato: le comunità mitraiche infatti usavano impiantare i templi entro costruzioni preesistenti, privilegiandone la zona più appartata: come in questo caso gli ambienti sottostanti le grandiose scalinate di accesso al piano superiore. Va ricordato che i templi delle divinità classiche accoglievano all’interno solo le immagini di culto, mentre i riti si svolgevano all’esterno ove si trovava l’altare: viceversa lo spelaeum mitriaco era lo spazio interno ove la comunità degli iniziati celebrava il rito misterico.
Vari mezzi venivano impiegati per riprodurre una grotta naturale: la copertura a volta degli ambienti (decorata con stelle per simboleggiare la volta celeste), fonti di luce limitate e accuratamente posizionate, l’ingresso collocato in modo da nascondere il tempio all’esterno: in questo caso il corridoio d’accesso, che pure si apriva sulla via principale verso il Circo Massimo, non permetteva ai profani di spingere lo sguardo fino al tempio. Sull’ambiente che precede quest’ultimo si apre un vano, ove probabilmente erano conservati paramenti e oggetti sacri per la liturgia (apparatorium).
Nei piedritti della porta d’accesso allo spelaeum sono ricavate due nicchie, originariamente inquadrate da edicole: come si riscontra in altri mitrei le basi in marmo al loro interno dovevano sostenere le statue dei due portatori di fiaccole (dadofori), Cautes e Cautopates (vedi più avanti). Qui il pavimento è costituito da grandi mattoni quadrati (bipedali), che i marchi di fabbrica (bolli laterizi) impressi dalle officine (le figlinae Domitianae) datano all’età di Diocleziano (285-305). Nel tempio il pavimento è invece costituito da marmi di reimpiego, come si riscontra spesso all’inizio del IV secolo.
Nello spelaeum compaiono gli elementi tipici del luogo di culto mitriaco: i podi in muratura lungo le pareti accessibili mediante tre gradini ed adibiti, come di consueto nell’architettura domestica, a lettini per il banchetto (triclinia): su di essi gli iniziati si appoggiavano per partecipare all’agape rituale: il ripiano visibile nella parte anteriore dei banconi era funzionale a poggiarvi il cibo, le bevande e le lucerne per illuminare l’ambiente. Va osservato che nella prima delle due parti in cui si articolava il tempio il ridotto spazio disponibile permise di allestire il podio solo sul lato destro del vano.
Un muro separava originariamente i due ambienti in cui fu allestito il tempio, per unificare il quale la parete venne aperta con un grande arco. Nei piedritti si aprono due nicchie, originariamente inquadrate da edicole. A destra è un recipiente di terracotta interrato nel pavimento che doveva contenere l’acqua lustrale: il rito iniziatico prevedeva infatti il battesimo. Al momento dello scavo vi fu rinvenuta una testa di serpente in marmo riconducibile ad un gruppo scultoreo perduto da identificare forse, ad avviso di chi scrive, con quello di Mithra nascente dalla petra genetrix (vedi più avanti).
Sotto il grande arco è alloggiata nel pavimento un’anfora, munita di chiusino in marmo e certamente connessa al culto. In fase di scavo vi furono rinvenute alcune ossa e due denti di suino, resti di uno degli animali offerti come vittime sacrificali. Nella seconda parte del tempio la decorazione è particolarmente ricercata: il pavimento ed i triclinia (qui presenti su entrambi i lati) sono infatti rivestiti con marmi policromi di reimpiego tra cui spiccano il cipollino, la breccia corallina ed il bigio. Al centro del pavimento, davanti all’altare, un grande tondo (rota) di alabastro simbolo del disco solare.
La parete di fondo, in cui si apre un arco con edicola, è preceduta da alcune basi: alcune (tra cui una di forma triangolare) identificabili come altari, altre come basi di statue. L’edicola conteneva certamente una statua: ad avviso di chi scrive poteva trattarsi di quella raffigurante Mithra che nasce dalla petra genetrix (spesso avvolta dalle spire di un serpente), nota da numerose testimonianze: il dio, nudo come alla nascita, è riconoscibile dal berretto frigio e dagli attributi nelle mani: la sinistra reca la fiaccola con cui porta la luce nel mondo, la destra la spada con cui – nella grotta riprodotta dal mitreo – compie l’uccisione del toro.
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Sull’intonaco della parete a sinistra dell’arco si conserva un graffito disposto su cinque righe, la cui lettura ed interpretazione sono tuttora piuttosto controverse. Per alcuni studiosi la lettura sarebbe: Magicas / inbiti fas / ey bene Gentio / Aternius / Biro, ovvero“(E’) lecito entrare nelle (arti) magiche. Evviva Gentio, Aternio, Biro”. Per altri, limitatamente alle prime tre righe, la lettura sarebbe invece: Magicas / inbictas / cede Degentio, ossia “cedi le arti magiche invitte a Decentio”, identificando in quest’ultimo l’autore del graffito. Univoca l’interpretazione della parola “magicas”, che non va riferita a stregonerie ma ad atti religiosi o strumenti sacri.
Sulla parete a destra dell’arco è stato ricollocato un rilievo rinvenuto fuori posto in fase di scavo, che rappresenta l’uccisione del toro (tauroctonia). Mithra, rappresentato nel tipico costume orientale (berretto frigio, tunica con maniche lunghe, mantello e brache aderenti), afferra la testa del toro per le narici con la mano sinistra, mentre con la destra conficca la spada nel collo dell’animale. Dalla coda del toro spuntano spighe di grano, mentre un cane ed un serpente si abbeverano al sangue che sgorga dalla ferita ed uno scorpione afferra i genitali dell’animale.
L’interpretazione di questa scena è tuttora controversa, anche in rapporto alle supposte origini iraniche della simbologia ad essa sottesa: le spighe di grano ed il sangue della ferita indicherebbero che il toro, morendo, dà origine alla vita vegetale ed animale; il cane sarebbe una creatura positiva, in quanto legato alla divinità suprema dello zoroastrismo Ahura Mazda; lo scorpione avrebbe invece una valenza negativa in quanto legato al malvagio “anti-dio” Ahriman; il serpente, creatura legata al mondo sotterraneo (ctonio) ed alla fertilità della terra, avrebbe altresì valenza positiva.
La tauroctonia si svolge nella grotta, simbolo della volta celeste e riprodotta dallo spelaeum mitriaco. All’esterno sulla sinistra il busto radiato di Sol, con accanto il corvo (corax) suo messaggero presso Mithra (e primo grado iniziatico), a destra il busto di Luna inquadrato dalla falce. Al momento dello scavo tracce di colori vivaci (rosso e azzurro), utilizzati per ravvivare il rilievo, furono viste in diversi punti. La tauroctonia si ripete, in forme più complesse, nel rilievo maggiore attualmente collocato (del tutto fuori posto) sopra il bancone tricliniare sul lato sinistro del tempio.
Sul listello superiore del rilievo, databile per lo stile al III secolo, è visibile l’iscrizione dedicatoria: Deo Soli Invicto Mithrae Ti(berius) Cl(audius) Hermes ob votum dei typum d(ono) d(at), ovvero “Al dio Sole invitto Mithra, Tiberio Claudio Hermes in seguito a un voto offre l’immagine del dio”. E’ interessante osservare come il testo si interrompa sopra la testa di Mithra, per fare posto ad una rosa dai petali in forma di croce incorniciata da una corona d’alloro. L’epigrafe documenta l’uso da parte degli iniziati di offrire ex voto gli arredi liturgici, una consuetudine ampiamente attestata.
Il rilievo mostra Mithra tra i busti di Sol (accompagnato dal corvo) e Luna mentre uccide il toro (attaccato da cane, serpente e scorpione), qui assistito dai dadofori Cautes e Cautopates. Interessante la metamorfosi del toro, la cui coda si trasforma in spiga di grano. Alla scena principale se ne aggiunge in basso a sinistra una seconda in scala minore, detta transitus, raramente documentata nei mitrei: Mithra trasporta il toro cosmico nella grotta per sacrificarlo, mentre sulla balza rocciosa soprastante una piccola lucertola aggiunge un tocco naturalistico al quadretto.
Cautes tiene la fiaccola alzata e Cautopates abbassata: le due colonne che inquadrano la scena riprendono tale motivo e quella di destra è infatti capovolta. I dadofori compongono con Mithra una triade, che rappresenta il ciclo del Sole sull’orizzonte: la fiaccola alzata simboleggia l’equinozio di primavera e l’aurora; la fiaccola abbassata l’equinozio d’autunno e il tramonto. Mithra rappresenta a sua volta il Sole all’apogeo (zenith) nel solstizio estivo e nel mezzogiorno, mentre il solstizio invernale corrisponde alla nascita del Sol Invictus, celebrata infatti il 25 dicembre di ogni anno.
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La collocazione originaria del rilievo, rinvenuto al momento dello scavo disteso sul pavimento, non poteva essere ovviamente quella attuale: nella prima fase di vita del tempio la tauroctonia, in quanto immagine di culto venerata, non poteva che trovarsi nella parete di fondo. La modificazione di quest’ultima in una fase successiva, con l’apertura dell’arco attualmente visibile, sembra dimostrata anche dal riuso di un’iscrizione dedicatoria, ora visibile in una base a sinistra dell’arco stesso: Soli Invicto Mithrae sacrarium fecit P. Ur(banus) sub A. Sergio Eutycho sacerdote.
Il grande rilievo è riconducibile ad un artista di buon livello il che, unitamente alla ricchezza della decorazione marmorea che caratterizza lo spelaeum, mostra la disponibilità economica della comunità che ne commissionò l’allestimento: considerata anche l’estrema vicinanza del tempio al Circo Massimo se ne può dunque ipotizzare un collegamento con una delle potenti corporazioni attive nell’ambito dei giochi circensi (ludi circenses), che avrebbe potuto avere la propria sede di rappresentanza al primo piano dell’edificio in cui fu successivamente allestito lo spelaeum.
Il ritrovamento fuori posto dei due rilievi con tauroctonia, la perdita del gruppo scultoreo cui apparteneva la testa di serpente rinvenuta nel recipiente dell’acqua lustrale, i resti di vittima sacrificale rimasti nel loro ripostiglio: a parere di chi scrive altrettanti indizi di un abbandono improvviso e di una parziale distruzione del tempio. Un evento peraltro ben documentato in altri mitrei di Roma (come quelli sotto S. Clemente e S. Prisca) alla fine del IV secolo; con ogni evidenza dunque anche il Mitreo del Circo Massimo reca i segni delle persecuzioni religiose seguite agli editti di Teodosio.
Antonio Insalaco
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Bibliografia
A. M. COLINI, Rilievo mitriaco di un santuario scoperto presso il Circo Massimo, in “Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma”, 59, 1931, pp. 123-130.
C. PIETRANGELI, Il Mitreo del Palazzo dei Musei di Roma, in “Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma”, 68, 1940, pp. 143-173.
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G. LUGLI, Roma antica. Il centro monumentale. Roma 1946, pp. 606-609.
M. E. BLAKE, Ancient Roman Construction in Italy from the Prehistoric Period to Augustus, Washington-Philadelphia 1947, pp. 104-105.
M. J. VERMASEREN, Corpus inscriptionum et monumentorum religionis mithriacae, I, The Hague 1956, pp. 181-187.
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F. COARELLI, Topografia mitriaca di Roma, in U. Bianchi (a cura di), Mysteria Mithrae (atti del seminario, Roma-Ostia 1979), Leiden 1979, pp. 69-79 (v. in part. p. 74).
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A.M. RAMIERI, Il Mitreo del Circo Massimo, in “Forma Urbis”, 11, novembre 1997, pp. 4-11.
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