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DIVUS VESPASIANUS
Il bimillenario dei Flavi
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Presentata oggi, presso il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la mostra DIVUS VESPASIANUS Il bimillenario dei Flavi.
dal 27 marzo 2009 al 10 gennaio 2010
Roma, Colosseo, Curia (Foro Romano),
Criptoportico Neroniano (Palatino)
La Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma ricorda con una
grande mostra la nascita dell’imperatore Vespasiano avvenuta 2000 anni fa. Il
2009 è perciò una data importante per la storia di Roma e dell’Impero, occasione per una stagione di iniziative culturali di grande rilievo proposte dal
Comitato Nazionale per le Celebrazioni del Bimillenario, e varate dal Ministero
per i Beni e le Attività Culturali.
Tito Flavio Vespasiano nacque a Falacrinae in Sabina, un vicus del territorio di Rieti, esattamente il 17 novembre del 9 d.C.
La mostra Divus Vespasianus. Il bimillenario dei Flavi, curata da Filippo
Coarelli in collaborazione con la Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma e con Electa, resta aperta al pubblico dal 27 marzo 2009 fino al 10 gennaio 2010. Racconta le gesta della dinastia Flavia: di Vespasiano (69-79), del primogenito Tito (79-81) e del figlio minore Domiziano (81-96). La mostra comincia al Colosseo, per proseguire lungo un percorso che tocca i monumenti flavi nell’area del Foro e del Palatino con altri due punti espositivi: la Curia (Foro romano) e il criptoportico neroniano (Palatino).
Nel mese di aprile, durante la settimana dei Beni Culturali, s’inaugura un’ulteriore sezione sul Campidoglio, nei Musei Capitolini, a Palazzo Nuovo, sempre a cura di Filippo Coarelli e in collaborazione con la Sovraintendenza ai Beni Culturali del Comune di Roma.
Dopo una lunga e onorata carriera al servizio degli imperatori giulio-claudii nell’ambito dell’amministrazione provinciale e dell’esercito, al momento della
morte di Nerone - avvenuta nel 68 d.C. - Vespasiano si trova in Medio Oriente
al comando dell’esercito incaricato di reprimere la grande rivolta giudaica, iniziata nel 66 d.C. La scomparsa violenta in un solo anno, il 69 d.C., degli imperatori Galba e Otone, e l’eliminazione di un terzo, Vitellio, da parte dello stesso Vespasiano, gli aprono la via del potere. Viene acclamato imperatore dall’esercito, ad Alessandria, e nel 70 si insedia a Roma. Si trattò di un evento traumatico e del tutto imprevisto, poiché alla dinastia giulio-claudia, appartenente alla più alta nobiltà repubblicana, si sostituiva una famiglia modestissima, di origini sabine, priva di tradizioni aristocratiche, segnando una rottura definitiva con la gestione monopolistica del potere da parte dell’aristocrazia senatoria di Roma.
In effetti Vespasiano, ricordato come uomo semplice e dotato di un notevole senso dell’umorismo, proveniva da una sconosciuta famiglia del ceto equestre
ed era quello che oggi si definirebbe un self made man.Quando arrivò alla massima carica dello Stato aveva già 60 anni. Svetonio, principale fonte storica con il suo De Vita Caesari, riporta che Vespasiano trovò le finanze statali in una situazione drammatica. L’ammanco alle casse imperiali ammontava a 40milioni di sesterzi. A ciò si aggiungeva la debolezza della potenza militare dell’Impero, sottoposto a numerose guerre civili.Quest’ultimo problema venne risolto instaurando una ferrea disciplina nell’esercito. Nel campo delle finanze non solo impose un drastico taglio alle spese di corte, ma introdusse anche nuove imposte.
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La politica finanziaria di Vespasiano permise di appianare il debito pubblico e consentì anche degli importanti investimenti in lavori pubblici che cambiarono il volto della capitale.
Vespasiano muore nell’estate del 79 d.C.. Gli succede suo figlio Tito che, comunque, aveva affiancato il padre nell’esercizio del potere. L’idea centrale della mostra è l’immagine di Vespasiano, la novità della sua figura di homo novus, non aristocratico, nel ruolo di imperatore, e la politica popolare e innovativa che esercitò a Roma e nelle province dell’Impero. I primi progetti del suo governo presero le mosse dalla restituzione alla città degli spazi che arbitrariamente Nerone aveva “privatizzato” e incluso nella propria reggia, tra questi la valle tra Oppio, Celio e Palatino che Vespasiano trasformò nel luogo più celebre della romanità: il Colosseo. Al posto del lago artificiale che faceva parte dell’estesa Domus Aurea di Nerone,Vespasiano avvia la costruzione dell’Amphitheatrum Flavium destinato ai popolari spettacoli dei gladiatori e fa costruire una monumentale fontana, la Meta Sudante.
È solo nell’80 d.C. che il figlio Tito, ormai imperatore, inaugura il Colosseo terminato, però, dal fratello Domiziano. La mostra si apre con il ritratto di Vespasiano proveniente dalla Ny Carlsberg Glyptoteck di Copenaghen che “corrisponde con piena evidenza alla descrizione che del suo fisico abbiamo dagli storici delle sue imprese militari: un vecchio militare di origine plebea, dall’aspetto e nel modo di comportarsi.
Invece nel ritratto del Museo Nazionale Romano (in Palazzo Massimo e in mostra) ci viene presentato il princeps dall’aspetto distinto, intellettuale e vagamente ricordante qualche sovrano ellenistico” (da Ranuccio Bianchi Bandinelli, Roma, l’arte romana nel centro del potere). Seguono i ritratti dei componenti della dinastia flavia.
Nell’area dei Fori imperiali, e precisamente nel Templum Pacis costruito tra il 71 e il 75 d.C all’indomani della guerra giudaica, Vespasiano fa esporre al pubblico il bottino della guerra giudaica (ossia il tesoro del Tempio di Gerusalemme), e le opere d’arte che Nerone aveva raccolto nella sua dimora, la Domus Aurea. In mostra alcuni resti del tempio, come una cornice con protome leonina e il frammento di un architrave riccamente decorato.
Il secondo grande tema della mostra è Roma, che conobbe con la dinastia flavia un’intensa stagione edilizia che ne cambiò radicalmente il volto. I monumenti di epoca Flavia sono illustrati da frammenti di una grande pianta della città, incisa su lastre di marmo e in mostra, denominata dagli studiosi FORMA URBIS. Con Vespasiano e soprattutto con l’ultimo principe della dinastia, Domiziano, che affidò i suoi progetti alle audaci soluzioni dell’architetto Rabirio, raggiungono il pieno sviluppo la grande architettura di rappresentanza, ma anche l’urbanistica e l’architettura dei quartieri privati e residenziali: sorgono così i monumentali complessi del Templum Pacis, del Colosseo, del grandioso palazzo dinastico sul Palatino (la Domus Flavia), e ancora il Foro Transitorio, il Tempio di Giove Capitolino (che viene ricostruito due volte, la prima da Vespasiano e la seconda da Domiziano), e sorgono anche - alla luce
del disegno di propaganda dinastica elaborato da Domiziano - i vari edifici destinati al culto della gens Flavia: il Tempio di Vespasiano divinizzato (nel Foro), il Divorum (nel Campo Marzio), e il Templum Gentis Flaviae (sul Quirinale).
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L'INTRODUZIONE ALLA MOSTRA DI FILIPPO COARELLI
Il 17 novembre 9 d.C. nasceva a Falacrinae, modesto villaggio dell’alta Sabina, Tito Flavio Vespasiano. Il bimillenario di questo avvenimento offre oggi l’occasione per un riesame della figura dell’imperatore, con la duplice ambizione di ricostruire con rigore, e con il contributo dei migliori studiosi del periodo, il ruolo che il principe sabino e la dinastia da lui fondata ebbero nello sviluppo della storia imperiale, e di speranza, forse troppo ottimistica, di far emergere una visione della Roma imperiale meno banale e mistificante di quella corrente: dopotutto, tale realtà, se esposta senza pedanteria accademica, rischia di apparire inconsueta e più sorprendente delle stanche e ripetitive fiction, nutrite solo di sangue e sesso, che quotidianamente ci vengono propinate.
Una tale impresa non può sfuggire al confronto con l’unico precedente del genere: il Bimillenario Augusteo, celebrato nel 1937, in un momento particolare della nostra storia che vide – terminata da poco la guerra d’Etiopia, iniziata appena la guerra di Spagna – Mussolini raggiungere il livello massimo di consenso. Come è ovvio, la scelta di celebrare Augusto non poteva che tradursi in un’esaltazione a tutto campo del regime: si tratta infatti del più gigantesco esperimento di attualizzazione della storia antica a fini di propaganda politica che mai sia stato realizzato.
Tota Italia me ducem depoposcit proclama Augusto-Mussolini alla folla dei Quiriti impegnata nel saluto romano, nei francobolli destinati a commemorare l’avvenimento: nulla, nell’occasione, poteva esprimere i bisogni della causa meglio dello stile icastico del primo imperatore. Un tale precedente, cui è impossibile sfuggire, potrebbe eventualmente fornire un modello negativo, un paradigma di tutto ciò che oggi – in un’epoca meno ideologica – non si può e non si deve fare. Del resto, sarebbe difficile immaginare due personalità più antitetiche del Fondatore dell’Impero e del rustico reatino, incline alla battuta greve, ottimo soldato e ottimo amministratore, disposto a cavare denaro anche dalle pietre, pur di salvare l’impero dalla profonda crisi economica e ideale in cui lo aveva lasciato il regime di Nerone. Il migliore viatico per sfuggire alla retorica celebrativa, sempre in agguato in questi casi, è la stessa natura del personaggio, esempio di pragmatismo militante in ogni sua espressione e azione.
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Il governo dei Flavi si identifica con il momento cruciale in cui, concluso nel sangue il regime inaugurato da Augusto, vennero poste le basi per il nuovo assetto politico e amministrativo dell’impero, la svolta che apre il “secolo breve” degli Antonini. Per comprendere come un tale, eccezionale risultato si debba a un homo novus, un provinciale uscito da una famiglia di soldati e di banchieri (ma sarebbe più esatto dire “di sottufficiali e di cambiavalute”), era indispensabile ricostruire non solo l’azione di Vespasiano (e dei suoi successori Tito e Domiziano, la cui politica fu ben più coerente con quella del padre di quanto in genere non si pensi) una volta giunto al potere, ma anche i precedenti da cui tale azione ebbe origine. L’elemento di casualità e di fortuna, certamente non assente nel successo di Vespasiano, non può infatti nascondere quanto di profondo e di connaturato a tutta la storia romana si riveli in tale successo: la mobilità insita nella natura di quella società, che le permetterà, al momento del bisogno, di attingere alle energie intatte dei ceti emergenti, in un primo momento dell’Italia, in seguito delle province.
La comprensione del fenomeno Vespasiano esige dunque di estendere l’esame non solo alle realizzazioni (politiche, amministrative, culturali) messe in atto dopo la presa del potere, ma anche alle più lontane radici del fenomeno. Per questo, alle mostre che illustrano il primo aspetto – nelle sedi del Colosseo, del
Palatino, della Curia e del Campidoglio – se ne affiancano altre, intese a esplorare il retroterra storico del secondo: alla romanizzazione della Sabina, da Curio Dentato a Vespasiano, sono dedicate le esposizioni organizzate a Cittareale (l’antica Falacrinae), Rieti, Norcia, Cascia e L’Aquila.
Accanto a queste, sono previste iniziative di carattere più specialistico: al colloquio internazionale sulla lex de imperio Vespasiani (documento cruciale per intendere la natura e le forme del potere assunto dal nuovo principe), già tenuto nello scorso novembre, altri ne seguiranno, dedicati a “I Flavi e l’Impero” e a “I Flavi e l’Italia”.
A Vespasiano gli storici antichi riconoscevano le tradizionali virtù “sabine”, che erano state di Curio Dentato e di Catone: austerità di costumi, pragmatismo non disgiunto da autoironia, disinteresse personale unito a dedizione alla cosa pubblica. Le virtù che si dimostrarono indispensabili per la salvezza dell’impero in un momento di grave difficoltà. Probabilmente le stesse che ogni epoca dovrebbe augurarsi di ritrovare nei suoi governanti.
Filippo Coarelli |
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L'INTERVENTO DI LUIGI CAPOGROSSI COLOGNESI
La mostra sulla ‘Roma dei Flavi’, che s’inaugura giovedì prossimo, ha un rilievo particolare nel quadro delle iniziative progettate dal Comitato per le celebrazioni del bimillenario della nascita di Tito Flavio Vespasiano. Essa infatti illustra, attraverso una straordinaria documentazione archeologica, il ruolo centrale assolto da questo imperatore e dai suoi figli, nel processo di consolidamento e di universalizzazione dell’edificio imperiale progettato da Augusto e dai suoi successori. Ed è attraverso le testimonianze in essa raccolte che diventa immediatamente percepibile il livello dello sviluppo civile ed economico-sociale così ingenerato, in quello che appare l’inizio della fase più alta ed equilibrata dell’Impero Romano e, forse, dell’intera civiltà antica.
La costruzione della Roma dei Flavi ne costituisce il riflesso, come immagine ideale e spazio di riferimento dell’Impero universale: il luogo della comunità e del cittadino. La monumentalizzazione della città, progettata in funzione delle dimensioni proprie di un impero ormai lontano dall’esperienza della città repubblicana e delle sue forme, è progettata a esaltare, con la figura del suo costruttore: il Princeps, l’irraggiungibile grandezza del mondo che gravita ormai nella sua orbita.
Con questa mostra sono posti così i temi centrali di tutto il percorso delle celebrazioni della nascita di Vespasiano e che ruoteranno, si può dire, intorno ai molteplici significati di quella rottura, allora intervenuta, con il passaggio da una città divenuta un Impero, ad un Impero di città. S’ebbe allora una svolta epocale nella storia del mondo antico, con il radicale riequilibrio tra il sistema romano-italico e la periferia provinciale e con la conseguente fioritura delle economie e delle società periferiche. Allora, con l’ascesa al potere imperiale di un Italico della Sabina, Vespasiano, divennero visibili gli effetti concreti di quel processo di romanizzazione che non significava affatto una forzata assimilazione, ma la formazione di uno spazio comune e la fine del monopolio del potere da parte di un’aristocrazia guerriera, separata, per nascita e formazione, da un mondo sempre più vasto di dominati: il limite della vicenda repubblicana.
Soprattutto in occasione dei prossimi due convegni scientifici, potremo analizzare da vicino, non solo gli effetti di questo straordinario rilancio economico e civile delle varie aree dell’Impero, ma anche i fenomeni d’integrazione così ingenerati. Un’integrazione, si potrebbe dire, che avvenne ‘per strati’, dove gradualmente e distintamente i vari gruppi, città, popoli vennero assorbiti dal nucleo forte costituito dal sistema romano-italico.
Fu un modello efficace, controllato dall’alto e, in qualche misura, ‘programmabile’, dove la cittadinanza era funzione della latinizzazione di costumi, modelli e linguaggio. E fu un modello non di carattere impositivo, come i sistemi coloniali modelli, ma che utilizzò le risorse endogene, sfruttando la spinta dalla periferia verso il centro. Spinte centripeta sempre in funzione di fronte a modelli politici forti.
Con l’impero di Vespasiano diventa evidente come le nuove carriere delle armi e della burocrazia avessero ormai aperto possibilità un tempo inesistenti. E con esso s’imposero anche nuovi valori che traevano origine dalle virtù tradizionali di quel mondo rurale al quale apparteneva la sua famiglia: prudenza, parsimonia e cautela nello spendere, abitudine al duro lavoro, tenacia. Il governo imperiale veniva così ad assumere una fisionomia nuova e più ‘moderna’: dove l’attenzione per l’amministrazione ed il funzionamento del sempre più complesso apparato di governo prevalse affatto sull’etica aristocratica dei vecchi gruppi dirigenti romani. Ed è proprio attraverso l’esaltazione di questi nuovi valori che la macchina imperiale assunse in forma definitiva quella sua fisionomia ‘burocratica’ che ne definiva, appunto, la modernità.
Allora divenne reale l’immagine di una sovranità che si era ormai saldata al principio di legittimità, rivendicata ed esaltata, anzitutto, da quella Lex de Imperio
Vespasiani, cui é stato dedicato il primo convegno organizzato dal Comitato, ed il cui testo epigrafico è stato restaurato per la provvida iniziativa della Sovrintendenza archeologica comunale proprio in occasione di questa mostra.
Quella Lex forse esposta nel cuore stesso della tradizione istituzionale romana: il Senato. Questa immagine di sovranità, responsabile sia del diritto che della giustizia, è il legato che, attraverso la testimonianza dei suoi giuristi, l’Impero ha lasciato alla riflessione tardo-medievale e moderna per la costruzione del nostro mondo. Un modello, appunto, che negli anni di Vespasiano, era stato definito nelle sue linee fondanti. Ma non è certo nostra intenzione tornare a questa antica vicenda per vedere in essa semplicemente l’incunabolo di storie e di costruzioni future. Essa c’interessa egualmente e forse soprattutto per la sua specificità, per quel tanto d’irripetibile e, tuttavia, di esemplare che vi si cela.
Per scoprire, ad esempio, che il successo di Roma, ereditando a sua volta la civiltà ellenistica e con essa riplasmandosi, nell’unificare il bacino mediterraneo e le aree centro-europea ed iberica fu attuato mediante l’esaltazione delle autonomie e delle individualità. Che escludevano quella che definirei la ‘territorializzazione’ del potere, escludendo in sostanza la strada intrapresa nella costruzione degli stati nazionali, esaltando piuttosto la dimensione cittadina. E’ attraverso il potenziamento delle città o la loro creazione che l’impero dei Flavi, estendendo in modo massiccio le forme giuridiche romano-latine, ha enormemente sviluppato quel singolare edificio unitario e policentrico che è stato per circa due secoli l’Impero municipale.
Dove, appunto, Roma: quella Roma esaltata in questa mostra, appare il modello moltiplicato sino alle più lontane regioni dell’Impero e, insieme, nel suo straordinario splendore, irraggiungibile. Iniziando così, allora, un mito destinato a durare nei secoli.
Luigi Capogrossi Colognesi
Presidente del comitato nazionale per le celebrazioni del bimillenario
della nascita di Vespasiano
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L'INTERVENTO DI ANGELO BOTTINI
L’avvento all’impero dei Flavi costituì un evento di enorme portata innovativa, in quanto comportò la sostituzione dell’aristocrazia senatoria da parte di esponenti delle élite italiche; infatti con Vespasiano, nato in un vicus del territorio reatino, salì sul trono imperiale una gens “oscura e priva di memorie di antenati ”, come sottolinea Svetonio (Ves. I, 1).
Il bimillenario della nascita di Vespasiano è dunque l’occasione più adatta per allestire una serie di eventi espositivi al Colosseo, inaugurato da Tito al centro del nuovo quartiere residenziale sorto al posto dei grandiosi, ma mai completati, progetti neroniani; nel Foro, dove numerosi e importanti sono i monumenti riferibili agli imperatori flavi; e infine sul Palatino, dove in particolare Domiziano realizzò, su disegno dell’architetto Rabirio, la dimora imperiale che si pone come un punto fermo nella storia dell’architettura romana, in quanto codifica lo schema del palazzo dinastico, con la parte di rappresentanza separata da quella più strettamente privata. La costruzione, dal luogo dove sorgeva, prese il nome di Palatium, termine che ancora oggi rimane in molte lingue per indicare i grandi palazzi di rappresentanza (palace, palais, palaist ecc.).
La mostra esce, pertanto, dai consueti spazi dell’anfiteatro, delineando un lungo e complesso percorso di visita a carattere topografico e sincronico, attraverso i luoghi della grande architettura flavia. Al Colosseo l’allestimento dell’esposizione ha fornito alla Soprintendenza l’occasione per organizzare un evento nell’evento, dando l’avvio alla realizzazione di spazi espositivi permanenti – della cui costruzione lo stesso Vespasiano fu promotore e primo artefice – esclusivamente dedicati all’anfiteatro. Dal monumento proviene, infatti, la maggior parte dei reperti esposti, finora giacenti nei magazzini o di recente rinvenimento; i materiali si aggiungono al primo nucleo espositivo, allestito al II ordine in occasione della mostra “Sangue e Arena”, la prima ospitata nel Colosseo, nel 2001, ampliandone e incrementandone tematiche e percorsi. I temi trattati spaziano dall’architettura del monumento, con il suo ricco corredo di rivestimenti e arredi marmorei, al funzionamento dell’apparato tecnico che consentiva il sollevamento di uomini, scenari e animali dai sotterranei al piano degli spettacoli, l’arena; alle attività e ai passatempi cui gli spettatori erano dediti nei momenti di pausa o di noia; infine, agli spettacoli stessi, cui è dedicata una piccola sezione destinata, nell’immediato futuro, a divenire il punto focale del percorso espositivo anfiteatrale.
Questo, per la prima volta, utilizza anche gli spazi del I ordine e, superato il settore mostra al II ordine, si conclude all’interno delle grandi arcate dell’originario ingresso occidentale, poco prima dell’uscita dal monumento. Nello spazio dedicato, al II ordine, all’anfiteatro, sono esposti i resti di alcune
specie animali esibite nel corso degli spettacoli, rinvenuti nelle fogne interne ed esterne al Colosseo, insieme a una scelta di reperti inediti, e particolari, provenienti dagli scavi dei sotterranei, quali travi di legno, grumi del coeruleum aegyptium utilizzato per dipingere gli scenari, le tante lucerne indispensabili al
personale che lavorava alacremente nel buio dei sotterranei per garantire la buona riuscita degli spettacoli, i contrappesi di piombo funzionali al movimento
dei montacarichi. In sequenza, si dipana la vita degli spettatori, intenti a cucinare, mangiare, disegnare sulle gradinate, giocare a dadi, scommettere, suonare, cucire, ritoccarsi il maquillage.
Grande risalto viene dato, per la prima volta, all’intero contesto monumentale: mediante opportuni apparati didattici si ripropone il nesso architettonico e topografico tra l’anfiteatro e i monumenti circostanti: la Meta Sudans, l’Arco di Costantino, il Tempio di Venere e Roma, il portico che circondava il Colosseo su tre lati, il Colosso. Le trasformazioni architettoniche della valle, da Nerone a Costantino attraverso i Flavi, trovano spazio sia all’interno sia all’esterno dell’anfiteatro e completamento nelle sintetiche didascalie apposte sui singoli monumenti.
La mostra prosegue, poi, nella Curia, al centro del Foro Romano, riallestita al pubblico per l’occasione, con pochi ma importanti reperti relativi al culto imperiale. Anche se l’aspetto attuale dell’edificio risale l rifacimento dioclezianeo, tuttavia la forma e le dimensioni sono quelle della costruzione originaria dell’età di Cesare, riproposta da Domiziano.
I due rilievi noti come Plutei traianei, con la rappresentazione di scene ufficiali, anche se già in precedenza allestiti nella Curia, costituiscono la migliore illustrazione della situazione del Foro immediatamente successiva alla morte di Domiziano: è infatti evidenziato il lato sud della piazza, con i Rostri del Divo
Giulio e il Tempio di Vespasiano; il tribunale con l’immagine di Traiano al centro sostituisce la demolita statua equestre di Domiziano.
L’allestimento della mostra continua nel Criptoportico “neroniano” sul Palatino, suggestiva galleria di discussa datazione, che in età flavia era utilizzata come
collegamento tra il palazzo di Domiziano e la Domus Tiberiana. Il Criptoportico espone una selezione di materiali provenienti dagli scavi del Palatino al fine di
dare almeno un’idea del lusso raffinato delle decorazioni nei diversi settori della dimora imperiale, dove il fasto era una fondamentale componente di corredo
del cerimoniale. Gli elementi architettonici e i rivestimenti marmorei erano usualmente di lastre colorate, soprattutto di marmo numidico e di pavonazzetto.
Anche le pareti, come già nelle costruzioni neroniane, erano spesso rivestite di crustae marmoree, che formavano disegni complessi e raffinati. Le statue, di
altissimo livello qualitativo, utilizzano un linguaggio classico e idealizzato, di grande finezza, a ricordare non solo che il Palatium era il centro del potere, ma
anche che il culto imperiale era l’elemento base di questo potere.
La mostra viene completata da un percorso che guida il visitatore alla scoperta dei monumenti flavi del Palatino, del Foro e dei Fori Imperiali: dall’Arco di Tito, attraverso i piloni del fornice sul Clivo Palatino – che doveva fungere da ingresso monumentale alla Domus Flavia – la visita si snoda attraverso i resti imponenti del Palazzo, sia della parte pubblica che di quella privata, entrambe ornate da fontane e da lussureggianti giardini. Scendendo verso il Foro, appositi pannelli illustreranno gli Horrea Piperataria, il Tempio della Pace, la statua equestre di Domiziano, il Tempio del Divo Vespasiano e, lungo via dei Fori Imperiali, le più recenti acquisizioni sulla conformazione dei Fori della Pace e di Nerva.
Angelo Bottini
Soprintendente archeologo di Roma
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Fonte: Ufficio stampa Electa
per la Soprintendenza speciale
per i beni archeologici di Roma
Gabriella Gatto
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Ufficio stampa Electa
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