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IL COMPLEANNO DI ROMA

UNA STORIA DI SOVRAPPOSIZIONI

 
 

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Di Daniela Bonanome Pubblicato il 21 aprile 2009  - 2762° anniversario del Natale di Roma
 
Il 21 aprile del 753 a.C., corrisponde ufficialmente alla data della nascita di Roma1, e come dies natalis viene segnalato in diversi calendari precesariani dove compare nella forma Roma condita e successivamente come Natalis Urbis. Sulla base di tale indicazione si era stabilito di contare gli anni trascorsi dalla fondazione adottando la formula convenzionale ab Urbe condita.
Secondo la tradizione tramandataci da Varrone2, Romolo3 (fig. 1) avrebbe dato inizio alla costruzione della cinta muraria sul Palatino in quel giorno di aprile (fig. 2). La scelta del periodo non sembra casuale in quanto aprile era caro a Venus4, come ci chiarisce l’etimologia del nome che deriva da parere,cioè nascere, e diviene aperire, indicando implicitamente l’atto dello schiudersi, del germinare e del far nascere che contraddistingue tutto il mese. Anche una città poteva nascere in aprile. Tracciare il suo perimetro con l’aratro5 (fig. 3), strumento principe dell’agricoltura, significava fondare la prima comunità di pastori stanziali, non più nomadi al seguito delle greggi, bensì pronti ad un trapasso culturale che li avrebbe vincolati al territorio (fig. 4), quindi al mondo agricolo6
La festa per il compleanno della città veniva a coincidere con cerimoniali arcaici propri delle civiltà pastorali di allora, fissati proprio il 21 aprile7: i Palilia8, cosiddetti in base all’emendamento varroniano, oppure Parilia, adeguandoli alla forma originaria derivata da parere, cioè partorire9.
In questo giorno fondamentale per la pastorizia, dal cui mondo Romolo proveniva, venivano offerti sacrifici incruenti al solo scopo di favorire la fertilità, dunque il parto del bestiame10. I pastori portavano a compimento una serie di atti rituali ed invocavano il nume Pales (fig. 5), un’entità divina dal sesso indistinto, preposta alla protezione di greggi e armenti, a tutela delle attività pastorali e capace di favorire in senso più generale la fecondazione e la rigenerazione11.
Dunque si era scelto di sovrapporre al giorno di Pales e delle festività connesse, la fondazione di Roma12. In un certo qual modo al mondo selvatico identificabile con Fauno (fig. 6) si contrapponeva il nuovo mondo fondato sul Palatino simboleggiato da Pales.
La testimonianza più estesa si trova nei Fasti del grande e sfortunato poeta Ovidio13 (fig. 7), un’opera rimasta purtroppo incompleta quando era a metà della sua composizione14. Nel quarto libro, dedicato alle feste sacre del mese di aprile, si descrivono le diverse attività che si dovevano compiere il giorno 21, a cominciare dalle prime luci del giorno.
Le Vestali effettuavano una purificazione pubblica per mezzo di fuoco e fumo (fig. 8), fumigazioni ottenute bruciando il sangue coagulato della coda del cavallo15 sacrificato a Marte durante l’October equus16, opportunamente conservato dalle Vestali (fig. 9), insieme alla cenere derivata dagli steli secchi delle fave e dai feti di vitello17, residuo dei sacrifici compiuti durante i Fordicidia18, una serie di cerimonie pubbliche a carattere agricolo il cui inizio cadeva tre giorni dopo le idi di aprile, dunque il 15 aprile. Gli steli di fava contribuivano ad aumentare il volume del “composto” sacro, detto februa, con cui effettuare i suffimina (fig. 10) e si spiegano nel rito per l’implicita valenza ctonia dell’alimento stesso, connesso quindi alle forze sotterranee propiziatrici della germinazione, da cui il Flamen Dialis si doveva tenere lontano19. Le fumigazioni rientravano in un processo di purificazione che investiva persone animali e cose.
Quando giungeva il crepuscolo i pastori ripulivano gli ovili, lavandoli e spazzandoli e li ornavano con rami di alloro; il bestiame veniva lavato (fig. 11) e sottoposto a suffimina, cioè fumigazioni rituali ottenute bruciando zolfo, ginepro, foglie d’alloro e legna resinosa. Poiché in questa giornata non potevano essere uccise vittime sacrificali, a Pales si dedicavano focacce vegetali, un cestello di sorgo (fig. 12) e latte proveniente dallo stesso secchio usato nella mungitura. Si invocava la divinità quattro volte20, rivolti ad oriente, pronunciando una espressione rituale con cui ottenere protezione e aumento delle nascite tra gli animali.
Questo è il testo composto da Ovidio, che riportiamo nella traduzione più comune, per meglio comprendere da quante situazioni i pastori dovessero proteggere i propri animali durante le fasi di transumanza, o le quotidiane attività di pascolo (fig. 13), anche infrangendo limiti e divieti imposti da leggi religiose21:

 Romolo

Fig. 01 - Romolo

Fig. 02 -  La costruzione della cinta muraria sul Palatino

 La costruzione della cinta muraria sul Palatino

 

 

Aratro in legno di quercia [2000 a.C. Museo di Desenzano sul Garda]

Fig. 03 - Aratro in legno di quercia [2000 a.C. Museo di Desenzano sul Garda]

La traccia del perimetro con l’aratro

Fig. 04 - La traccia del perimetro con l’aratro

Fig. 05 - Invocazioni al nume Pales

Proteggi il gregge e insieme al gregge i pastori
e fuggano i malanni, scacciati dalle mie stalle.
Se pascolai in scaro suolo, o sedetti sotto un albero sacro,
o una mia pecora ignara brucò erba da una tomba,
se entrai in un bosco proibito,
e furono dal mio sguardo messe in fuga le ninfe
o il dio capro a metà,
se la mia falce spogliò d’ombroso ramo una selva sacra,
le cui foglie offrii in un cestello a una pecora malata,
perdona la mia colpa,
e non mi noccia l’aver messo al riparo in un agreste tempio
il mio gregge mentre grandinava.
Né mi sia danno aver turbato una fonte:
perdonatemi o Ninfe,
se con gli unghiati piedi del gregge intorbidai le acque.
Tu, o dea, placa in nostro favore le fonti,
e i numi delle fonti, e gli dei sparsi per tutti i boschi.
Fa’ che possa non vedere le Driadi,
né Diana che si bagna,
né Fauno quando a mezzogiorno giace sdraiato nei campi.
Scaccia lontano le malattie,
godano buona salute gli uomini e le greggi,
e anch’essi i cani, provvida turba.
Fa’ che a sera non riconduca capi di bestiame
Meno numerosi che al mattino,
né gema riportando velli strappati al lupo.
Stia lontana l’iniqua fame,
e abbondino erbe e fronde,
e acque per lavarsi e per bere.
Ch’io possa mungere colmi uberi,
e denaro frutti il mio cacio,
e i radi vimini lascino colare il liquido siero;
sia sempre lascivo il capro,
e la capra si sgravi del feto di cui era pregna,
e siano molte le agnelle nel mio ovile;
e ne provenga una lana che non punga le fanciulle,
soffice e adatta a mani tenere quanto si voglia.
Accada quanto io prego,
e noi anno per anno
offriremo grandi focacce a Pale,
signora dei pastori22.
   
É un componimento dal tono aulico, impreziosito dalla vena poetica di Ovidio, che si presenta troppo lungo rispetto alla effettiva originaria invocazione a Pales, che, come si è visto, doveva essere ripetuta per ben quattro volte. Diamo perciò per scontato che il testo sia stato completamente riadattato allo scopo di poterlo inserire nella rievocazione poetica di questi antichi culti. D’altra parte, appare chiaro l’impegno affrontato da Ovidio nel rispettare le sue fonti e risultare al tempo stesso gradevole alla lettura, senza trascurare gli elementi essenziali di auspicio e pentimento tipiche delle invocazioni alle divinità.
I pastori che partecipavano a queste cerimonie consumavano la burranica potio, vale a dire un pasto sacrificale composto da latte e mosto cotto, ancora oggi utilizzato durante le festività agresti in onore di S. Antonio Abate23. Trascorrevano la giornata di festa tra giochi, banchetti e libagioni a base di latte. Il culmine di era l’accensione di falò (fig. 16), disposti su tre file in successione, alimentati da paglia e stoppie, attraverso i quali i pastori saltavano completando in questo modo il lungo cerimoniale di purificazione che, bisogna ricordarlo, era iniziato con l’acqua.
Acqua e fuoco rappresentano gli opposti elementi senza i quali la sopravvivenza sulla terra sarebbe impossibile.
Ovidio stesso ne era consapevole, tuttavia propone un elenco di motivi e situazioni con cui tentare di spiegare la tradizionale presenza di acqua e fuoco24 in queste cerimonie.
Queste sostanze compaiono come privazione punitiva nella sentenza di condanna di una persona all’esilio poiché la formula aveva letteralmente la funzione di «interdire dall’acqua e dal fuoco», aqua et igni interdicere. Sono anche presenti come elementi fondanti il matrimonio, infatti in tale occasione lo sposo donava acqua e fuoco alla moglie, quand’essa varcava la soglia della loro futura casa.
 Fauno
   
Ovidio  

Le Vestali

 

Fig. 08 - Le Vestali 

  John William Waterhouse: Le vestali. 1880
 

rilievo rappresentante i "suffimina"

 


 
Fig. 07 - Ovidio  
Fig. 10 - Rilievo rappresentante i suffimina
  Fig. 09 - John William Waterhouse: Le vestali. 1880
         
Infine va detto che il salto del fuoco, descritto come un atto fisico, è un rituale arcaico che viene a caratterizzare non soltanto i sacra pastorali, ma anche altre cerimonie25, tra le quali va ricordata per spiccata analogia la lustratio per l’espiazione delle proprie colpe cui Romolo sottopose la popolazione e se stesso prima della fondazione di Roma (fig. 17). Un simile eclatante parallelismo non era certo sfuggito a Dionigi di Alicarnasso e neppure ad altri antichi poeti26.
Pales e Parilia sono dunque cerimonie vetustissime, proprie di ancestrali comunità di pastori, alle quali si collegò in sovrapposizione27, attraverso il contributo della tradizione annalistica che doveva aver formulato una versione completa delle leggende sulle origini di Roma intorno al 500 a.C.28, l’evento più famoso della mitica fondazione di Roma29 con il fine di giustificare il rivoluzionario processo di aggregazione stanziale sul colle Palatino.
 

 

 

   

Da snistra, in senso orario:
 
Fig. 11
 
Fig. 12
 
Fig. 13
 
Fig. 14
     
         
   

Da snistra:
 
Figg. 15 / 16 / 17
         
   

In alto, da sinistra: Figg. 18 A / 18 B / 19
Sotto: Fig. 20
 

 

 

NOTE

1 Di cronologie ufficiali ce ne sono state tramandate diverse: per Ennio l’XI secolo, per Timeo l’814, per Varrone il 753, per Catone il 751, per Polibio il 750, per Fabio Pittore il 747, per Cincio Alimento il 728. Si veda l’elenco delle opinioni in Dionigi di Alicarnasso, I, 74.

2 Marco Terenzio Varrone, De Lingua Latina VI,15.

3 A. Fraschetti, Romolo il fondatore, Bari 2002; A. Grandazzi, La fondazione di Roma, Bari 1993. Sul problema della nascita di Roma la bibliografia è sterminata e suddivisa in due filoni teoretici contrapposti, relativi alla sua Fondazione (Stadtgründung), come atto creativo simile alla ktisis greca (Müller-Karpe, Grandazzi), oppure alla sua Formazione (Stadtwerdung), indicando in questo caso un progressivo processo di aggregazione di villaggi – noto come sinecismo - su cui si sono orientati la maggior parte degli studiosi moderni, pur con posizioni molto sfumate. L’idea prevalente sembra infatti essere quella di riconoscere nei vari insediamenti dell’età del bronzo, tra la fine di questo periodo e l’inizio dell’età del Ferro, una pluralità di fondazioni successive che portarono ad un inevitabile processo di aggregazione reciproca; un concetto per’altro già descritto da Dionigi di Alicarnasso (I, 73). Roma come città riconoscibile nella sua struttura urbana deve aver avuto un inizio durante l’VIII secolo a. C., uno sviluppo nel corso del VII ed una fase di compiutezza nel VI. Su tale argomento risulta esaustivo C. Ampolo, La nascita della città, in Storia di Roma. I, Roma in Italia, Torino 1988, pp. 153-180.

4 Su questo: J. Beaujeu, La religion romaine à l’apogée de l’Empire, I. La politique religieuse des Antonins, Paris 1955, pp. 128-61.

5 Per l’aratro preistorico rinvenuto nel 1978 si consiglia di visitare un apposito link.

6 Sulla transumanza e le attività pastorali si veda il testo di L. Arcella, Il pastore, il contadino, il mercato: alle origini della transumanza, in Silvae.

7 Per il calendario romano del mese di Aprile si veda questo link.

 8 Sost. n. pl. Palilia o Parilia, ium o iorum. Per le fonti correlate risulta risolutivo il collegamento al seguente indirizzo. Si veda anche un commento con citazioni e numerosi collegamenti intertestuali nel sito di Mark Thayer ottimamente organizzato.
 
9 E. Gjerstad, Pales, Palilia, Parilia. Studia romana in honorem Petri Krarup septuagenarii, Odense 1976, pp. 1-5.

10 Paul. Fest. 248 L: pro partu pecoris.

11 Per una selezione delle fonti si veda a questo link.

12 Per una sintesi sulle ipotesi proposte da vari studiosi sulle ragioni di questa sovrapposizione si rimanda ad un passo tratto da P. Catalano, Aspetti spaziali del sistema giuridico-religioso romano, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt, II, 1978, p. 444, n. 5.

13 Publio Ovidio Nasone, Fast. IV, 721-782. Il testo consultato è quello proposto nell’edizione BUR del 1998, con commento di L. Canali e note di M. Fucecchi, pp. 345-353.

14 Si fermava infatti al sesto canto, cioè al mese di giugno. L’interruzione fu dovuta all’esilio di Ovidio a Tomi, una sperduta cittadina della Scizia, da cui non poté più tornare per irrevocabile decisione di Augusto.

15 Il cavallo sottoposto a sacrificio era quello aggiogato a destra nella biga che aveva vinto la corsa rituale che si svolgeva il 15 ottobre in Campo Marzio.

16 Sulle fonti e sullo svolgimento dell’antichissimo rito vedi F. Coarelli, Il Foro Romano. Periodo arcaico, Roma 1992, p. 72 ss.

17 Volendo essere precisi, quelle ceneri si riferivano non al feto intero, bensì alle sole sue interiora (exta), che venivano consegnate alla Vestale massima affinché le conservasse fino al 21 del mese.

18 L’origine della festa si fa risalire a Numa Pompilio, il quale l’avrebbe istituita per opporre un rimedio a determinati squilibri relativi tanto ai fenomeni metereologici, quanto alla salute e alla vita degli animali. Il sacrificio di vacche pregne sembrava una soluzione necessaria per consultare le viscere di feti, quindi nascituri, da cui trarre un pronostico sull’andamento del raccolto futuro, cioè sul vitello che è fatto “nascere” prima del tempo e che diventa perciò presente. Sullo svolgimento dei Fordicidia vedi D. Sabbatucci, La religione di Roma antica dal calendario festivo all’ordine cosmico, Milano 1999, p. 152 ss.

19 Infatti il Flamen Dialis, essendo un magistrato, non poteva né toccarle né pronunciarne il nome.

20 Così ci dice Ovidio (Fast. IV, 778) e non tre volte, come erroneamente riportato da disattenti commentatori, i quali forse hanno finito per confondere con il 3, numero magico per eccellenza, spesso abbinato a brevi formule, la forza iterativa della invocazione, della preghiera, a Pales.

21 Come ci ricorda la maledizione contenuta nell’iscrizione arcaica del cippo (figg. 14-15) rinvenuto sotto il Niger Lapis, dove viene citata anche la parola iumenta, cioè bestiame. Per facilitarne la comprensione immediata consiglio di leggerne la trascrizione riportata qui.

22 Ovidio, Fast.IV, 747-774.

23 Per conoscere le cerimonie durante la festa del 17 gennaio, dedicata a S. Antonio Abate, con la benedizione degli animali, si veda questo link.

24 Ovidio, Fast. IV, 783-808.

25 Sono effettivamente innumerevoli gli esempi che si potrebbero portare, pertinenti anche a culture e tradizioni popolari diverse, testimoniati in tempi anche più recenti, tipici anche di moderne tradizioni folcloristiche, in cui le cerimonie rituali sono caratterizzate dalla presenza di uno o più falò che debbono essere saltati individualmente o in coppia. Per un’analisi approfondita del fenomeno, rimando a I. E. Buttitta, Le fiamme dei santi. Usi rituali del fuoco in Sicilia, Meltemi 1999, p. 195 ss.

26 Dion. Hal. Ant. Rom. 1, 88; Prop. 4, 4, 77s.; Tib. 2, 5, 89 s.

27 Secondo Sabbatucci, (p. 161) sembra che il nome Pales abbia finito per diventare un toponimo da cui far discendere il nome Palatino, a cui solo in seguito si sarebbe ispirata l’istituzione del Flamen Palatualis, uno dei 12 flamini minori legati ai sacrifici in onore della dea Palatua, preposta alla tutela del monte. Di conseguenza il flamen non era collegato ai Parilia, né tanto meno a Pales.

28 Uno straordinario documento quale lo specchio prenestino dell’Antiquarium comunale di Roma (fig. 18), con la rappresentazione iconografica della leggenda del Lupercale in forme non ancora canoniche, della fine del IV sec. a.C., costituisce l’illustrazione più antica dei gemelli fondatori e sta a dimostrare l’esistenza di un formulario mitologico complesso e disomogeneo anteriore alla tradizione letteraria che, stando a coloro che sostengono la datazione alta, si sarebbe diffusa intorno al 500 (R. Adam, D. Briquel, Le miroir prénestin de l’Antiquario Comunale de Rome et la légende des jumeaux divins en milieu latin à la fin du IV siècle av. J. C., in Mélanges d’Archéologie et d’Histoire de l’École Française de Rome, 94, 1982, pp. 33-65 ; D. Bonanome, Iconografia dei miti albani, in Aa.Vv., Alba Longa, mito storia archeologia, Roma 1996, p. 179-182).

29 Rispetto ad alcuni tentativi recenti di dar concretezza ai miti relativi alla fondazione di Roma con i ritrovamenti archeologici, cioè a storicizzare il mito, vorrei semplicemente ad invitare alla lettura di un articolo pubblicato sul web: http://italia.novaroma.org/academiaitalica/esperto.htm a nome del prof. Cesare Letta, sulla fondazione della città, molto chiaro ed illuminante su questo particolare aspetto. Se, invece, si desidera approfondire la tematica facendo riferimento a solide trattazioni specialistiche, consiglierei soprattutto: F. Castagnoli, Topografia romana e tradizione storiografica su Roma arcaica, in Archeologia J. Poucet, Les origines de Rome. Tradition et histoire, Bruxelles 1985; A. Momigliano, Roma arcaica, Firenze 1989; A. Mastrocinque, Romolo(la fondazione di Toma tra storia e leggenda), Este 1993. Infine, volendo disporre di una vasta raccolta bibliografica ragionata ed organizzata in base agli argomenti, risulta insuperabile, sia nel testo che nell’apparato, Massimo Pallottino, Origini e storia primitiva di Roma, Milano 2000, in particolare pp. 345-393.

 

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