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I SANTUARI DEL SUBURBIO DI ROMA
TRA TARDA ANTICHITA' E ALTOMEDIOEVO
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| Di Lucrezia Spera |
Pubblicato il 12 ottobre 2008 |
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1. L'assetto primitivo delle tombe martiriali
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2. Le prime trasformazioni: interventi ornamentali e funzionali dei pontefici tra IV e V secolo.
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3. L'esplosione volumetrica dello spazio sotterraneo: le basiliche ad corpus.
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4. Martiri e fedeli: forme e segni di una devozione individuale.
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5. Bibliografia essenziale
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6. Fonti
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1. L'assetto primitivo delle tombe martiriali.
Nei secoli dell’altomedioevo l’area intorno alla Mura Aureliane doveva presentarsi come un’intricata rete di santuari, che costituivano per i pellegrini la meta di una frequentazione massiccia e sistematica durante molti mesi dell’anno (fig. 1); non pochi di loro lasciavano la propria casa con l’ambizione di sacra martyrum loca circumire, come già agli inizi del VI secolo Fulgenzio di Ruspe, secondo il suo biografo, aveva fatto 1]. Un’impresa non di poca entità se si considera che i martiri ricordati in un documento dei primi decenni del VII secolo, la Notitia ecclesiarum, erano 170 2] !
Non sempre è stata possibile l'individuazione archeologica di questi sepolcri, molti dei quali erano ubicati nei cimiteri all'aperto, spesso male indagati e molte volte sconosciuti a causa delle indiscriminate forme di urbanizzazione che hanno contraddistinto l’ampliamento della città di Roma nell’ultimo secolo 3]. Si deve ritenere, in generale, che, nella configurazione originaria, le spoglie dei martiri fossero per lo più contenute entro umili e semplici organismi funerari, assolutamente indistinti da quelli degli altri fedeli, e che solo in epoche successive e in rapporto all’intensa attività di alcuni papi, questi divennero oggetto di più o meno importanti valorizzazioni monumentali, spesso capaci di alterare radicalmente le forme primitive della tomba e del contesto.
Un fortunatissimo rinvenimento, effettuato durante i lavori del 1845 nella catacomba di Bassilla, sulla via Salaria vetus, ha restituito l'unico 4] (fig. 2), nascosto da un rialzamento pavimentale nel cubicolo originario, che lo aveva preservato dal prelievo sistematico delle reliquie dei martiri, trasferite nelle chiese urbane durante i secoli dell’altomedioevo 5], e alle devastazioni dei "cercatori di corpi santi" nell’età moderna 6].
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Fig. 1 - La collocazione dei santuari intorno alle Mura Aureliane
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| Fig. 2 - Sepolcro del martire Giacinto |
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Il loculo, si racconta con grande trepidazione nel resoconto del padre Giuseppe Marchi 7], si presentò al fossore Zinobili, artefice della scoperta, con la lastra originaria ancora affissa recante l'iscrizione Iacinthus martyr, anticipata dal ricordo del giorno di deposizione III idus septe(m)br(es) 8], l'11 settembre, in concordanza con la data riferita dalla depositio martyrum, il più antico calendario della Chiesa romana composto intorno al 336 9] (fig. 3); la rimozione del marmo portò a verificare che il sepolcro era costituito da una nicchietta ampia "quanto bastava per raccogliere... un gruppo di poche ceneri ed ossa combuste involte in tela d'oro ed aromi", quelle appunto di Giacinto, che con un altro martire, Proto, di cui però non è stato possibile riconoscere precisamente il sepolcro nel medesimo vano, aveva subito il martirio, forse durante la persecuzione di Diocleziano 10]. Non mancarono, a Roma, anche santuari nati in rapporto a culti "di importazione", per lo più attivati da gruppi di stranieri che rivendicavano, proprio attraverso scelte devozionali autonome, la propria identità etnica nell'ambito dell'ampia ed eterogenea comunità cristiana di Roma: nella catacomba di Panfilo, ad esempio, pure sulla via Salaria vetus, un con ampia cavità centrale era molto probabilmente destinato ad accogliere le reliquie dell'omonimo martire, traslate dall'Africa, agli inizi del V secolo, in seguito alle devastazioni vandaliche 11] (fig. 4).
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Fig. 3 - La lastra marmorea del loculo martiriale
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2. Le prime trasformazioni: interventi ornamentali e funzionali dei pontefici tra IV e V secolo.
Nei decenni seguenti la pace della Chiesa il decisivo impulso allo sviluppo del culto dei santi e al pellegrinaggio è dato dall’intervento diretto dei papi nella sistemazione e abbellimento dei sepolcri dei martiri, per alcuni dei quali, ormai scomparsi, si attuano vere e proprie operazioni di inventio, e nella definizione delle prime forme organizzative del flusso di visitatori in rapporto alle tombe venerate 12].
Tali opere rispecchiano un programma molto chiaro dagli ampi risvolti ideologici ed istituzionali per la Chiesa, la quale, garantendo e sottolineando l’ortodossia in veste di vera, unica “impresaria” dell’apparato cultuale, talora a discapito di altri poli di attrazione popolare non riconosciuti dall’alta gerarchia ecclesiastica, poteva gestire direttamente il fenomeno devozionale che stava assumendo proporzioni rilevanti e, attraverso questo, aspirare ad un’unità dei fedeli costantemente attratti da correnti scismatiche e eretiche.
I primi interventi sono ipotizzabili soprattutto in base alle testimonianze letterarie. Si può, infatti, solo presumere che i radicali programmi insediativi gestiti da papa Silvestro (314-335) su committenza diretta della famiglia imperiale nei contesti segnati dalle tombe dei martiri Lorenzo e Agnese interessassero, accanto alla costruzione delle basiliche circiformi apud corpora, sorte cioè non sopra ma nelle immediate adiacenze delle tombe, anche gli ambienti sotterranei nei quali tali sepolcri erano ricavati, trasformati, si può forse ritenere, in ancora modeste memoriae 13]; analogamente Giulio I (337-352) dovette in qualche modo migliorare, costruendo un oratorio sulla tomba di Valentino, la fruibilità dello spazio immediatamente legato alla sepoltura del martire 14].
La prima, sicura opera di abbellimento di un sepolcro attestata dalle fonti è quella attuata da papa Liberio (352-366) (fig. 5): il papa abbellì con lastre di marmo il sepolcro della martire (ornavit de platomis marmoreis sepulchrum sanctae Agnae 15]) e forse a tale intervento va attribuito un pluteo a finta transenna marmorea con al centro la raffigurazione della martire in atteggiamento orante che poteva essere giustapposta alla fronte della tomba 16] (fig. 6).
L’uso del marmo, antico simbolo di prestigio e di lusso, per l’impreziosimento delle cripte dei santi rappresenta il mezzo espressivo essenziale di un programma sistematico di valorizzazione attuato dal successore di Liberio, Damaso (366-384), al quale si lega un’attività di potenziamento dei culti che non trova confronti in tutti i secoli della tarda antichità. Al generico riferimento del compilatore della biografia di questo papa, secondo il quale, semplicemente, hic multa corpora sanctorum requisivit et invenit, quorum etiam versibus declaravit 17], si contrappone una copiosa serie di reperti epigrafici, rinvenuti in ogni cimitero, caratterizzati da una grafia in belle lettere capitali detta “filocaliana” dal nome di Furio Dionisio Filocalo, segretario e calligrafo del pontefice, che talora pone la sua firma a corredo dei versi in esametri composti dal papa 18] (fig. 7).
Tali rinvenimenti appaiono tracce inconfutabili di opere commissionate da Damaso nei vari contesti sepolcrali; tuttavia, la maggior parte di essi risultano decontestualizzati e solo in un numero ridotto di casi è possibile una ricostruzione attendibile dell’assetto monumentale, elaborato in stretto rapporto con la collocazione delle lastre incise che rappresentano costantemente il fulcro del progetto di valorizzazione architettonica 19].
Un’analisi complessiva delle opere meglio ricostruibili permette di intravedere delle linee unitarie di intervento e l’elaborazione di modelli “standard” concepiti, si è detto, in funzione di un’epigrafia di apparato e semplicemente giustapposti al sepolcro (fig. 8). Si può ipotizzare che i più precoci interventi vennero attuati dal pontefice nel cimitero di Callisto, il quale conservò fino agli ultimi decenni del suo sviluppo i caratteri di un contesto elitario strettamente legato alla gerarchia ecclesiastica; nella Cripta dei Papi la tomba di fondo del tipo “a mensa”, provvista, cioè, di un’apertura sopra la cassa che permetteva la celebrazione ad corpus, nella quale era stato deposto il pontefice e martire Sisto II (+258), Damaso fece collocare due iscrizioni, una dedicata al suo predecessore nella parte alta del sepolcro e, in basso, un epigramma in onore di tutti i martiri venerati nel cimitero 20] (figg. 8, 1; 9). Ciò impose la obliterazione della “mensa” mediante un muro in mattoni fornito di fenestella che permetteva di traguardare all’interno, chiusa forse con elementi transennati; contestualmente, la parete di fondo venne rivestita di lastre marmoree, anteposto un altare mobile e, direzionato su questo, un nuovo lucernario obliquo venne aperto nella volta 21] (fig. 10).
Particolari analogie con la risistemazione della cripta dei papi presenta l’intervento damasiano sul sepolcro di Cornelio (fig. 11), papa dal 251 al 253, nello stesso cimitero di Callisto 22], con la giustapposizione alla parete di due iscrizioni, la chiusura del prospetto sepolcrale mediante la collocazione, in verticale, della lastra originaria che nell’assetto precedente doveva forse costituire il piano orizzontale della mensa; qui il papa, stando ai versi dell'epigrafe superiore (tenebrisque fugatis 23]), aveva fatto aprire un lucernario, proprio in corrispondenza della santa tomba, per garantire una migliore fruibilità del luogo di culto 24].
In alcuni contesti l’intervento sul sepolcro previde l’applicazione di schemi più elaborati, forse riconducibili anche ad un potenziamento simbolico delle ornamentazioni, allusive, si è ipotizzato, ad un ciborio 25]. Gli esempi meglio conservati sono nella catacomba di Pretestato sulla tomba del martire Gennaro e nella (figg. 8, 4-5; 12); qui le iscrizioni sono fiancheggiate da colonne sorreggenti un architrave marmoreo, con transenne traforate a riempimento degli spazi centrali 26], uno schema che viene riproposto sulla parete dove erano scavati i loculi di Marcellino e Pietro nel cimitero della Via Labicana, con la sostituzione di pilastri scanalati alle colonne (figg. 8, 6; 13) 27].
Sistemazioni non dissimili sono da ipotizzare, grazie al rinvenimento di manufatti marmorei, anche nel cimitero di Commodilla 28] (fig. 8, 2) e nel santuario sulla tomba di Nereo e Achilleo, dove possono essere riferite agli ultimi decenni del IV secolo anche due colonnine con la rappresentazione del martirio dei santi 29] (figg. 8, 3; 14), sulla tomba del martire Alessandro e su quello di Proto e Giacinto 30].
Appare degno di interesse che spesso le opere di monumentalizzazione promosse da Damaso comportarono, talora già in fase progettuale, la creazione di nuovi sepolcri per deposizioni ad sanctos. Tale particolarità può essere messa in rapporto logicamente ad una possibilità di collaborazione al finanziamento dei lavori da parte di membri delle famiglie aristocratiche del tempo, anche ricchi esponenti della gerarchia ecclesiastica, che le fonti tramandano essere molto vicine al papa, i quali potevano così anche garantirsi sepolture privilegiate in prossimità dei sepolcri dei martiri oggetto di venerazione 31].
L’attività di Damaso rappresenta senza dubbio un momento propulsivo irripetibile per l’evoluzione del fenomeno venerazionale. La globalità del progetto, che abbraccia, si è detto, l'intero anello suburbano interessato dalle necropoli comunitarie, definisce un quadro completo della topografia “agiografica”, che indirizzava fortemente e definitivamente le tendenze di frequentazione dei santuari. Presumibilmente agli immediati successori del papa, ai quali le testimonianze letterarie e, talora, i dati materiali permettono di attribuire diversi interventi nei luoghi di culto dei cimiteri, si lega piuttosto un’opera di costante cura e manutenzione, nel rispetto del tessuto devozionale che si era appunto definito; ciò spiega perché la maggior parte delle opere attestate appaiano conseguenza di eventi disastrosi, come terremoti o devastazioni belliche; post dispendia belli sono eseguiti, ad esempio, i restauri di un Floro, mecenate dei lavori nel cimitero della Salaria Vetus ad clivum cucumeris 32].
Un’iscrizione frammentaria ricorda lavori non documentabili eseguiti da un prete Felice in rapporto al sepolcro di Felice ed Adautto nella catacomba di Commodilla, durante il pontificato di Siricio, successore di Damaso 33]; a Bonifacio I (418-422), che, come il predecessore Innocenzo I, opera dopo il sacco di Alarico, si deve attribuire una risistemazione del santuario di Silano, figlio della martire Felicita 34], obliterata, tuttavia, circa un secolo dopo, da lavori di ampliamento dovuti a papa Simmaco 35]; forse al pontificato di Gelasio I, più che a quello damasiano, vanno ascritti i lavori di un Leone cui fa riferimento un’iscrizione dal santuario di Ippolito 36]; Sisto III (432-440) sistema una lastra con una lista di personaggi sepolti nella cripta dei papi a Callisto 37] e reintegra la decorazione in argento e porfido, strappata forse durante gli eventi del 410, sulla tomba di Lorenzo 38], evidentemente di nuovo manomessa con le devastazioni del 472 se il Liber pontificalis ne attribuisce un ulteriore rifacimento a Anastasio (496-498) 39].
Tra queste figure spicca in modo esemplare quella di papa Simmaco (498-514) la cui attività si concretizza in una serie di interventi di grossa portata in rapporto ai santuari, i quali vengono corredati di strutture accessorie funzionali ad una frequentazione cospicua; l’intervento più macroscopico diretto ad una tomba di martire è rivolto al sepolcro di Pancrazio sulla Via Aurelia, dove il papa fa erigere un organismo di ampie proporzioni (fecit basilicam sancti Pancrati, ubi et fecit arcum argenteum...) 40] in uso fino alla costruzione della basilica di VIII secolo.
Il secondo aspetto del precoce potenziamento materiale dei santuari investe le procedure di percorrenza all’interno dei complessi sotterranei, che dovettero ben presto porre problemi legati all’affluenza sia per l’angustia degli spazi, sia per le precarie condizioni di luce che rendevano certo poco agevoli le affollate visite alle recondite tombe dei santi. Una interessante sperimentazione si colloca già in età costantiniana: l’intervento in rapporto al sepolcro di Lorenzo testimoniato dal Liber pontificalis 41] previde la costruzione di grados ascensionis et descensionis, cioè, sembrerebbe di poter affermare con sicurezza, di un sistema differenziato di scale, rispettivamente per la discesa dei visitatori e per la risalita di questi in superficie.
Tale opera rappresenta l’antefatto di un sistematico progetto di organizzazione razionale degli spazi adiacenti le tombe martiriali, che si ritrova, con le medesime peculiarità organizzative, fino ai secoli dell’altomedioevo.
Ancora una volta a papa Damaso vanno riferite, in base ad analisi topografico-monumentali, talora significative alterazioni dell’assetto planimetrico dei complessi, funzionali ad una regolamentazione del flusso dei pellegrini, soprattutto mediante la creazione di nuove scale per lo più inserite entro vani già esistenti che, in correlazione con gli accessi originari, permettevano la realizzazione di rapidi e scorrevoli percorsi, quasi studiati “a tavolino”, che indirizzavano i visitatori dall’ingresso, attraverso il passaggio dal luogo venerato, ad una scala predisposta appositamente per l’uscita, al fine di evitare, appunto con la definizione di “sensi unici”, scomodi intralci dovuti all’alto numero di frequentatori. Nuove scale per visite più agevoli vennero così aggiunte, durante i lavori damasiani, agli accessi originari nella catacomba dei Giordani, dove era venerato il martire Alessandro, nel santuario di Marcellino e Pietro, in quello di Proto e Giacinto e, nel complesso callistiano, in prossimità del cubicolo del papa Cornelio e in rapporto alla cripta dei papi nell'"Area I", collegata, mediante l'articolazione di un vero e proprio iter obbligato, anche mediante l'uso di murature di sbarramento, alla regione dove erano sepolti e venerati i papi Gaio e Eusebio 42].
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Fig. 4 - Altare a blocco nella catacomba di Panfilo

Fig. 5 - Decorazione sul sepolcro della martire a S. Agnese

Fig. 6 - Il pluteo a Sant'Agnese

Fig. 7 - Alcuni dei reperti epigrafici di Furio Dionisio Filocalo

Fig. 8 - La cripta attribuita ai diaconi Felicissimo e Agapito

Fig. 9 - Una delle iscrizioni collocate da Damaso nella Cripta dei Papi

Fig. 10 - La tomba a "mensa" (obliterata) di Sisto II
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| 3. L'esplosione volumetrica dello spazio sotterraneo: le basiliche ad corpus.
Nel quadro delle mutazioni sotto il profilo architettonico delle tombe martiriali il fenomeno più significativo, in particolare nei secoli VI e VII, è rappresentato da sostanziali modifiche dello spazio interessato dai sepolcri, oggetto di radicali opere di sbancamento della roccia per la creazione di ambienti più adeguati per dimensioni alle pratiche e all’affluenza devozionale. Tali lavori, che dovevano logicamente presentare problemi di ordine statico ben diversi dalle situazioni sopratterra e richiedere una particolare perizia tecnica nella gestione architettonica dei vani scavati, sono l’espressione, dal punto di vista ideologico, della volontà di conservare sistematicamente il legame “materiale” con le spoglie del martire, la cui sepoltura doveva rispondere ad esigenze di “contatto” sia nell’adempimento della liturgia, concepita ad corpus del santo, sia per le stesse visite dei pellegrini che coinvolgevano anche aspetti visivi e tattili 43].
La nascita delle monumentali basiliche ad corpus, fenomeno che si colloca soprattutto tra VI e VII secolo, trova solo pochi antefatti, per lo più modesti, nel periodo precedente; costruzioni di proporzioni ridotte, piccoli oratori che solo minimamente alterano l’assetto topografico preesistente, segnano lo spazio del santuario nella catacomba di Tecla, probabilmente nell'ambito del IV secolo 44], presso la già ricordata tomba di Silano sulla via Salaria nova 45], infine nel complesso della catacomba anonima della Via Ardeatina, di recente attribuita ai martiri greci; qui, in rapporto ad un gruppo di tombe, si attuò un interessante ampliamento dello spazio facendo in modo che le strutture venerate cadessero al centro, a costituire un tumulo-altare di un’aula semipogea di pianta rettangolare 46] (figg. 15a; 16).
Ancora modeste proporzioni caratterizzano l’edificio fatto realizzare nella catacomba di Commodilla presso le tombe di Felice ed Adautto dal papa Giovanni I (526-530), il quale renovavit cymiterium sanctorum Felicis et Adaucti 47],liberando lo spazio a fianco della galleria martiriale occupato precedentemente da una scala e rendendo accessibile l’ambiente mediante un più monumentale scalone costruito entro una preesistente galleria a sud di esso 48] (figg. 15b; 17).
Forse al periodo dello stesso papa, ma non si può escludere, concordando con l'ipotesi di diversi studiosi, già all'attività di papa Damaso nel santuario, può essere riferita la grande basilica a tre navate con ampia abside e endonartece nel settore anteriore che andò a distruggere una serie di antichi organismi cimiteriali al fine di valorizzare lo spazio relativo alle tombe di Nereo e Achilleo, nel complesso di Domitilla (figg. 15h; 18): anche in questo caso, infatti, il biografo ricorda che Felice refecit coemeterium beatorum martyrum Nerei et Achillei in Via Ardeatina 49] e, presumibilmente, in quest’aula recitava Gregorio Magno la sua XVIII omelia nel giorno anniversario dei martiri 50].
Sulla stessa linea si colloca la sistemazione di papa Vigilio in rapporto alla cripta di Ippolito sulla Via Tiburtina. Operando subito dopo le devastazioni causate dai Goti nel suburbio con gli assedi tra il 535 e il 553 che avevano colpito anche i santuari (nam et ecclesias et corpora martyrum sanctorum exterminatae sunt a Gothis ricorda il biografo di papa Silverio 51]), il papa applicò un progetto di ampliamento del cubicolo originario, con l’inglobamento della tomba al centro del presbiterio con funzione di altare e di ristrutturazione dell’iter dei pellegrini, ridotto a due gallerie che si incontravano ad angolo retto, mediante le quali si poteva giungere agevolmente dall’area sopratterra alla tomba venerata 52] (fig. 15c).
La realizzazione delle opere più significative si inquadra durante i pontificati di Pelagio II (579-590) e di Onorio I (625-638) e si volge indubbiamente ai maggiori poli di attrazione cultuale del suburbio. Così papa Pelagio interviene sulla tomba di Lorenzo (fecit supra corpus beati Laurentii martyris basilicam a fundamento constructam 53]) dove forse semplicemente, dall’età costantiniana, esisteva una piccola memoria sproporzionata al richiamo che il sepolcro esercitava sui fedeli; per la realizzazione di una basilica ad corpus, parzialmente emergente dal terreno, si attuò preventivamente uno sbancamento della collina in cui la struttura venne incassata; contestualmente la tomba ricevette una decorazione con lastre argentee 54] (figg. 15d; 19).
Anche la grande basilica sorta sulla tomba del martire Ermete, sulla via Salaria vetus, si può riferire a Pelagio II, in quanto il papa fecit cymiterium...Hermetis martyris 55]; anche questa era semipogea, sporgeva cioè con il tetto dalla superficie del terreno, visto che il pellegrino del De locis annota che “volgendo verso ovest appare la basilica di S. Ermete, dove è sepolto il martire eponimo” (in occidentem tendentibus apparet basilica sancti Hermetis ubi ipse martir iacet) 56] (figg. 15e; 20). A Onorio I vanno ascritte tre monumentali basiliche, tutte del tipo a tre navate, sorte su tombe venerate: sulla Via Nomentana un intervento analogo a quello operato da Pelagio a S. Lorenzo viene attuato in relazione al sepolcro della martire Agnese (fecit ecclesia beatae Agne....a solo ubi requiescit 57]; figg. 15f; 21), nel complesso di Pancrazio sulla Via Aurelia una nuova costruzione a solo, cioè dalle fondamenta, venne sovrapposta alla più modesta di età simmachiana 58] (fig. 15i), infine sulla Via Flaminia il pellegrino di Salisburg sembra documentare lavori in corso per la realizzazione di un edificio che doveva sostituire la memoria di papa Giulio (sanctus Valentinus. ..in basilica magna quam Honorius reparavit 59]); questi, infatti, evidentemente onerosi, dovettero essere ultimati solo sotto papa Teodoro (642-649) se si accetta la notizia del biografo secondo il quale fecit et basilicam beato Valentino Via Flamminea, iuxta pontem Molbium a solo... 60].
La costruzione di queste basiliche, così come la creazione dei percorsi sotterranei obbligati ad sanctos, segna la definitiva perdita di interesse verso i contesti cimiteriali cui le tombe originariamente appartenevano 61]: un esempio mirabile di trasformazione progressiva dello spazio mirata essenzialmente alla visita alla tomba venerata è offerta dal santuario di papa Callisto nel cimitero di Calepodio, sulla via Aurelia: qui, in una fase posteriore all’utilizzo funerario degli ambienti, forse nel VI secolo, un imponente scalone andò ad invadere lo spazio del santuario, riducendone considerevolmente l’ampiezza; l’ultima opera muraria previde, quindi, il completo isolamento della tomba rispetto al contesto, mediante la chiusura della galleria di collegamento con un muro semicircolare 62].
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| Fig. 11 - Sepolcro di Cornelio |
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Fig. 12 - La cripta attribuita ai diaconi Felicissimo e Agapito |
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Fig. 14 - La tomba di Nereo e Achilleo (part. colonnina col martirio dei santi) |
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| Fig. 13 - I loculi di Marcellino e Pietro nel cimitero della Via Labicana |
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4. Martiri e fedeli: forme e segni di una devozione individuale.
I radicali cambiamenti nell'evoluzione dei santuari si muovono in parallelo con l'incremento della frequentazione devozionale, che richiamò a Roma un numero incalcolabile di pellegrini, nell'altomedioevo soprattutto dai paesi d'Oltralpe. Nella storia di questi luoghi trovano spazio e concretizzazione materiale anche le manifestazioni, più difficilmente documentabili, del potente legame individuale tra il fedele e il compagno–intercessore, che connota fortemente le forme dell'antica religiosità 63].
Il primo, consistente fenomeno, esisto della volontà di stabilire un contatto "fisico" con il mondo dei martiri è costituito dalle sepolture ad sanctos, che indirizzano in modo significativo le tendenze di trasformazione dei cimiteri cristiani dal IV al VII secolo 64]. Con una deposizione prossima a quella dei santi i defunti potevano beneficiare, secondo la mentalità comune, del potere salvifico emanato dai corpi venerati e conquistare un'immediata congiunzione con Dio. Soprattutto una serie di epitaffi incisi su marmo fanno riferimento alla sepoltura di defunti o all’acquisto della tomba ad domnum / -am o ad sanctum / -am seguito dal nome del martire (fig. 22).
Naturalmente, più il martire godeva di un culto importante, più doveva rivelarsi difficile ottenere una possibilità di deposizione nelle adiacenze della sua tomba: in particolare due testimonianze, relative rispettivamente a S. Pietro e a S. Paolo, presentano la depositio ad sanctum come un premio meritato, la prima di un defunto che post mortem meruit in Petri limina / sancta iacere 65], l’altra di un Felix primiscrinarius sedis apostolicae, il quale promeruit huius corpore vestigia / munus ad eternum susceptus limine Pauli 66].
La Chiesa doveva guardare con benevolenza a tali manifestazioni cultuali, legate a concezioni religiose formatesi a livello popolare, senza considerarle dal punto di vista dottrinale; è significativo che a Paolino da Nola che gli chiede se fosse veramente proficuo deporre il proprio corpo presso la memoria di un santo, Agostino risponda che “quanto all’esser sepolti vicino alle memorie dei martiri, io credo che questo può giovare al defunto ma unicamente perché se ne accresce nei vivi l’affettuoso spirito di preghiera che lo affida anche al patrocinio del martire” 67].
Un risvolto materiale nella devozione popolare va intravisto anche nel culto delle reliquie dei martiri, che presenta un’associazione diretta con il pellegrinaggio e la visita alle tombe martiriali. Dal punto di vista monumentale, è stato in alcuni casi verificato che esse potevano essere corredate di aperture, talora vere e proprie fenestellae confessionis, attraverso le quali si potevano introdurre oggetti, soprattutto pezzi di stoffa (brandea e palliola), che al contatto “materiale” con il sepolcro ne risultavano santificate.
Sono soprattutto di questo tipo le reliquie che circolavano in Occidente fino al Medioevo, essendosi più volte la Chiesa di Roma dimostratasi sfavorevole, diversamente da quella orientale, all’apertura delle tombe e alla circolazione dei resti umani; in riferimento a questo è ben noto il passo di una lettera di Gregorio I (590-604), il quale ricorda come durante i lavori eseguiti dal suo predecessore presso il sepolcro di Lorenzo per errore si andò a manomettere la struttura che ne accoglieva i resti e tutti i partecipanti alle operazione morirono nel giro di poco tempo 68]. Durante la reggenza di questo papa anche la neofita regina Teodolinda, desiderosa di ricevere reliquie di Pietro e Paolo, si deve accontentare degli olea raccolti dal prete Giovanni su molte tombe martiriali del suburbio romano, che questi aveva riposto entro ampolline e corredato di “etichette” di papiro 69].
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Fig. 15 - Basiliche ad corpus

Fig. 16 - Catacomba (anonima) della Via Ardeatina

Fig. 17 - Catacomba di Commodilla
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Fig. 18 - Le tombe di Nereo e Achilleo, nel complesso di Domitilla
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Fig. 19 - La basilica voluta da papa Pelagio sulla tomba del martire Lorenzo |
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Fig. 21 (in alto) - Basilica di Sant'Agnese
Fig. 20 (in alto a destra) - Basilica di sant'Ermete
Fig. 22 (a lato) - Un esempio degli epitaffi in cui compare il nome del martire venerato dal defunto
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Spera, L., Ad limina apostolorum. Santuari e pellegrini a Roma tra la tarda antichità e l'altomedioevo, in La geografia della città di Roma e lo spazio del sacro. L’esempio delle trasformazioni territoriali lungo il percorso della Visita alle Sette Chiese Privilegiate, Roma 1998
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ICUR = Inscriptiones Christianae Urbis Romae septimo saeculo antiquiores, colligere coepit I. B. De Rossi, compleverunt et ediderunt A. Silvagni, A. Ferrua, D. Mazzoleni, C. Carletti, Voll. I-X, Romae 1922-1992
LP = Le Liber Pontificalis. Texte, introduction et commentaire, a cura di L. Duchesne, I-II, Paris 1886-1892; III, a cura di C. Vogel, Paris 1957
PL = Patrologiae cursus completus... Series latina, a cura di J. Migne, I-CCXXI, Parisiis, 1841-1864
VZ = R. Valentini - G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, 1942
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[1] Patrologiae cursus completus. Series latina (J. Migne ed.), LXV, c. 130.
[2] R. Valentini - G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942, pp. 72-94.
[3] Cfr., in generale, sulle tombe dei martiri nel suburbio di Roma, L. Spera, Ad limina apostolorum. Santuari e pellegrini a Roma tra la tarda antichità e l’altomedioevo, in La geografia della città di Roma e lo spazio del sacro. L’esempio delle trasformazioni territoriali lungo il percorso della Visita alle Sette Chiese Privilegiate, Roma 1998, pp. 20-36.
[4] G. Marchi, Monumenti delle arti cristiane primitive nella metropoli del Cristianesimo, disegnati ed illustrati per cura di G. Marchi. Architettura, Roma 1844, pp. 237–272; G.B. de Rossi, La cripta dei Ss. Proto e Giacinto nel cimitero di S.Ermete presso la via Salaria Vetere, Bullettino di Archeologia Cristiana V, 4 (1894), pp. 5-36.
[5] Per il fenomeno della traslazione dei corpi venerati vd. specialmente E. Dupré Theseider, La “grande rapina dei corpi santi” dall’Italia al tempo di Ottone I, in Festschrift für P. E. Schramm, I, Wiesbaden 1964, 420-432, P. J. Geary, Furta sacra. Thefts of Relics in the Central Middle Ages, Princeton 1978, M. Heinzelmann, Translationsberichte und andere Quellen des Reliquienkultes (Typologie des sources du Moyen Âge occidental 33), Turnhout 1979 e. Saxer, L'utilisation par la liturgie de l'espace urbain et suburbain: l'exemple de Rome dans l'antiquité et le haut moyen Âge, in Actes du XIe Congrès International d'Archéologie Chrétienne. Lyon, Vienne, Grenoble, Genève et Aoste, 21-28 septembre 1986, Città del Vaticano 1989, II, pp. 980-982.
[6] Sul fenomeno dell’estrazione dei “corpi santi” cfr. G.B. de Rossi, Sulla questione del vaso di sangue. Memoria inedita con introduzione storica e appendici di documenti inediti per cura del P. Antonio Ferrua S.I., Città del Vaticano 1944 (e G. Ferretto, Note storico-bibliografiche di archeologia cristiana, Città del Vaticano 1942, pp. 201-268).
[7] G. Marchi, Monumenti delle arti cristiane primitive nella metropoli del Cristianesimo, disegnati ed illustrati per cura di G. Marchi. Architettura, Roma 1844, pp. 237–272; G.B.de Rossi, La cripta dei Ss. Proto e Giacinto nel cimitero di S.Ermete presso la via Salaria Vetere, in Bullettino di Archeologia Cristiana s. V, a. 4 (1894), pp. 5-36.
[8] Inscriptiones Christianae Urbis Romae septimo saeculo antiquiores, colligere coepit I. B. De Rossi, compleverunt et ediderunt A. Silvagni, A. Ferrua, D. Mazzoleni, C. Carletti, Voll. I-X, Romae 1922-1992 ( = ICUR) X 26662
[9] R. Valentini - G. Zucchetti, Codice topografico (cit. a nota 2), p. 26.
[10] Per la catacomba di Bassilla vd. L. Spera, Basillae coemeterium, in Lexicon Topographicum Urbis Romae – Suburbium, I, Roma 2001, pp. 211-214.
[11] E. Josi, Il cimitero di Panfilo, Rivista di Archeologia Cristiana 1 (1924), pp. 42-53.
[12] Cfr. soprattutto P.-A. Février, Un playdoier pour Damase. Les inscriptions des nécropoles romaines, in Institutions, société et vie politique dans l’Empire Romain au IVe siècle ap. J. Ch. Actes de la table ronde autour de l’oeuvre d’André Chastagnol, Rome 1992, pp. 497-506; vd. anche L. Spera, Ad limina apostolorum (cit. a nota 3), 36.
[13] Per il complesso di San Lorenzo R. Krautheimer, Corpus basilicarum christianarum Romae. Le basiliche paleocristiane di Roma (IV-IX sec.), Città del Vaticano 1937-1980, II, pp. 1-146 e per il santuario di S. Agnese A. P. Frutaz, Il complesso monumentale di Sant’Agnese, Roma 1976. Sulle basiliche “circiformi” cfr. la bibliografia completa in V. Fiocchi Nicolai, La nuova basilica circiforme della via Ardeatina, Rendiconti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia 68 (1995-96), pp. 69-70, adn. 3 (più recentemente, M. Torelli, Le basiliche circiformi. Icnografia e forme mentali, in Ecclesiae Urbis. Atti del Congresso Internazionale di Studi sulle chiese di Roma (IV-X secolo), Città del Vaticano 2002, II, pp. 1097-1108 e V. Fiocchi Nicolai, Basilica Marci, coemeterium Marci, basilica coemeterii Balbinae. A proposito della nuova basilica circiforme della via Ardeatina e della funzione funeraria delle chiese “a deambulatorio” del suburbio romano, ibidem, pp. 1175-1201).
[14] V. Fiocchi Nicolai, Il culto di S. Valentino tra Terni e Roma: una messa a punto, in L’Umbria meridionale tra Tardoantico e Altomedioevo. Atti del Convegno di Studio, Assisi 1991, pp. 165-178.
[15] Le Liber Pontificalis. Texte, introduction et commentaireL. Duchesne, Paris 1886-1892 (= LP), I, p. 208.
[16] U. Broccoli, La diocesi di Roma V. Il Suburbio, 1 - Corpus della scultura altomedievale VII, Spoleto 1981, pp. 150-154.
[18] Vd. A. Ferrua, Epigrammata damasiana, Città del Vaticano 1942 e C. Carletti, Damaso e i martiri di Roma, Città del Vaticano 1985.
[19] Per il programma di promozione dei culti martiriali cfr. L. Spera, Ad limina apostolorum (cit. a nota 3), 37-44 e V. Fiocchi Nicolai, The origin and development of Roman Catacombs, in The Christian Catacombs of Rome, Rergensburg 1999, 49-56; ma vd. anche C. CARLETTI, Damaso I, in Enciclopedia dei papi. Vol. I: Pietro, santo - Anastasio bibliotecario, antipapa, Roma 2000, pp. 349-372.tecario, antipapa, Roma 2000, pp. 349-372.
[20] ICVR IV 9514 e ICVR IV 9513.
[21] Su questo intervento specialmente L. Spera, Interventi papali nei santuari delle catacombe romane: osservazioni dalla “Roma Sotterranea” di G.B. de Rossi, in Acta XIII Congressus Internationalis Archaologiae Christianae, Split-Porec 25/9-1/10/1994, Split-Città del Vaticano 1998, I, pp. 305-307.
[22] L. Reekmans, La tombe du pape Corneille et sa région cémétériale (Roma sotterranea cristiana IV), Città del Vaticano 1964.
[24] L. Spera, Interventi papali (cit. a nota 20), p. 307.
[25] F.Tolotti, Il problema dell’altare e della tomba del martire in alcune opere di papa Damaso, in Studien zur spatantiken und byzantinischen Kunst, F.W. Deichman Gewidmet, Mainz 1986, pp. 51-71.
[26] L. Spera, Il complesso di Pretestato sulla via Appia. Storia topografica e monumentale di un insediamento funerario paleocristiano nel suburbio di Roma (Roma sotterranea cristiana XII), Città del Vaticano 2004, pp. 192-206.
[27] J. Guyon, Le cimetière aux deux lauriers. Recherches sur les catacombes romaines, Città del Vaticano 1987, sp. pp. 406-408 e A. Augenti, Ipsi lapides ululant nobiscum. Il Suburbio Sudorientale di Roma tra la Tarda Antichità e l’Alto Medioevo, Mélanges de l’École Française de Rome. Moyen âge et temps modernes 103 (1991), p. 48.
[28] A. Weiland, “Conposuit tumulum sanctorum limina adornans”. Die Ausgestaltung des Grabes der hl. Felix und Adauctus durch papst Damasus in der Commodilla Katakombe in Rom, in Historiam Pictura refert. Miscellanea in onore di Padre A. Recio Veganzones, Città del Vaticano 1994, pp. 625-645.
[29] U. M. Fasola, Die Domitilla-Katakombe und die Basilika der Märtyrer Nereus and Achilleus (III Auflage bearbeitet von Ph. Pergola), Città del Vaticano 1989, pp. 19-21; vo. anche Ph. Pergola, Nereus et Achilleus martyres: l’intervention de Damase à Domitilla, in Saecularia damasiana. Atti del Convegno Internazionale per il XVI centenario della morte di papa Damaso I (11-12-384 - 10/12-12-1984), Città del Vaticano 1986, pp. 205-224 e, per le colonne, F. Bisconti, Dentro e intorno all’iconografia martiriale romana: dal “vuoto figurativo” all’”immaginario devozionale”, in Martyrium in Multidisciplinary Perspective. Memorial L. Reekmans, Leuven 1995, pp. 247-292.
[30] L. Spera, Ad limina apostolorum (cit. a nota 3), p. 41.
[31] L. Spera, Interventi di papa Damaso nei santuari delle catacombe romane: il ruolo della committenza privata, Bessarione 11 (1994), pp. 111-127.
[33] ICUR II 6017. Vd. C. Carletti, I. Storia e topografia della catacomba di Commodilla, in J. Deckers - G. Mietke - A. Weiland, Die Katakombe “Commodilla”. Repertorium der Malereien. Mit einem Beitrag zu Geschichte und Topographie von C. Carletti (Roma sotterranea cristiana X), Città del Vaticano 1994, pp. 11-13.
[34] LP I, p. 227: Hic fecit oratorium in cymiterio sanctae Felicitatis, iuxta corpus eius, et ornavit sepulchrum sanctae martyris Felicitatis et sancti Silvani.
[35] LP I, p. 263: Hic reparavit basilicam sanctae Felicitatis, quae in ruinam inminebat.
[37] LP I, p. 234: the pope constituit…platoma in cymiterio Calisti ubi conmemorans nomina episcoporum. Vd. ICUR IV 9516.
[40] LP I, p. 262. Vd. G. N. Verrando, La chiesa di S. Pancrazio e le sottostanti regioni cimiteriali, Archivio della Società Romana di Storia Patria 113 (1990), 31-82 con bibliografia ulteriore. Per la basilica di VII secolo vd. infra.
[42] Vd. V. Fiocchi Nicolai, “Itinera ad sanctos”. Testimonianze monumentali del passaggio dei pellegrini nei santuari del Suburbio romano, in Akten des XII. Internationalen Kongresses für christliche Archäologie. Bonn 22-28. September 1991, Münster 1995, II, pp. 763-775 e anche L. Spera, Ad limina apostolorum (cit. a nota 3), pp. 43-44.
[43] Cfr. Lo studio ancora fondamentale di Peter Brown: P. Brown, The Cult of the Saints: its Rise and Function in Latin Christianity, Chicago 1981.
[44] U. M. Fasola, La basilica sotterranea di S. Tecla e le regioni cimiteriali vicine, Rivista di Archeologia Cristiana 46 (1970), pp. 193-288.
[45] L. Spera, Cantieri edilizi a Roma in età carolingia: gli interventi di papa Adriano I nei santuari delle catacombe romane, Rivista di Archeologia Cristiana 70 (1997), pp. 207-211.
[46] L. Spera, Il paesaggio suburbano di Roma dall’antichità al medioevo, Roma 1999, pp. 85-87 (con bibliografia; vd. anche A. Nestori, La basilica anonima della via Ardeatina, Città del Vaticano 1990).
[48] B. Bagatti, Il cimitero di Commodilla o dei martiri Felice ed Adautto presso la via Ostiense (Roma sotterranea cristiana I), Città del Vaticano 1936, pp. 97-100 e C. Carletti, I. Storia e topografia (cit. a nota 31), pp. 20-21.
[50] Patrologiae cursus completus. Series latinaSulla datazione delle basilica vd. R. Krautheimer, Corpus basilicarum (cit. a nota 12), III, 130-135, ma anche Ph. Pergola, Nereus et Achilleus martyres (cit. a nota 27).
[52] G. Bertoniére, The Cult Center of the Martyr Hippolytus on the via Tiburtina, Oxford 1985, pp. 145-174 (vd. anche L. Spera, Cantieri edilizi (cit. a nota 43), pp. 217-224).
[54] R. Krautheimer, Corpus basilicarum (cit. a nota 12), II, pp. 18-123.
[56] R. Valentini - G. Zucchetti, Codice topografico (cit. a nota 2), 117. Per questa basilica vd. L. Spera, Cantieri edilizi (cit. a nota 43), pp. 196-207.
[57] LP I, 323. Cfr. A. P. Frutaz, Il complesso monumentale (cit. a nota 12) e R. Krautheimer, Corpus basilicarum (cit. a nota 12), I, pp. 14-39.
[58] LP I, p. 324. R. Krautheimer, Corpus basilicarum (cit. a nota 12), IV, pp. 154-175 e G. N. Verrando, La chiesa di S. Pancrazio (cit. a nota 38). Vd. anche supra.
[59] R. Valentini - G. Zucchetti, Codice topografico (cit. a nota 2), p. 73.
[60] LP I, pp. 332-333. Vd. V. Fiocchi Nicolai, Il culto di S. Valentino (cit. a nota 13).
[61] In generale sulle fasi più tarde delle catacombe e dei santuari cfr. V. Fiocchi Nicolai, The origin and development (cit. a nota 18) e L. Spera, Ad limina apostolorum (cit. a nota 3), pp. 49-68.
[62] A. Nestori, La catacomba di Calepodio al III miglio dell’Aurelia vetus e i sepolcri di papa Callisto I e Giulio I (I parte), Rivista di Archeologia Cristiana 47 (1970), pp. 169-278.
[63] Vd. soprattutto le note inteessanti di P. Brown, The Cult (cit. a nota 41).
[64] Sul fenomeno Y. Duval, Auprès des saints corps et âme. L'inhumation “ad sanctos” dans la chrétienté d'Orientet d’Occident du IIIe au VIIe siècle, Paris 1988 e Y. Duval, “Sanctorum sepulcris sociari”, in Les fonctions des saints dans le monde occidental (IIIe-XIIIe siècle). Actes du colloque organisé par l’École française de Rome avec le concours de l’Université de Rome La Sapienza (Rome, 27-29 ottobre 1988), Rome 1991, pp. 333-351. Vd. anche C. Carletti, Quod multi cupiunt et rari accipiunt. A proposito di una nuova iscrizione dell’ex vigna Chiaraviglio, in Historiam pictura refert. Miscellanea in onore di padre A. Recio Veganzones, Città del Vaticano 1994, pp. 111-126.
[67] De cura pro mortuis gerenda XVIII, 22.
[68] Registrum epistularum IV, 30.
[69] R. Valentini - G. Zucchetti, Codice topografico (cit. a nota 2), 29-47. See L. Spera, Ad limina apostolorum (cit. a nota 3), pp. 73-76.
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