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LA STELE FUNERARIA GRECA NEL MUSEO

DELL'ABBAZIA DI GROTTAFERRATA

 
Di Elena Ghisellini Pubblicato il 26 gennaio 2009
Foto di Alfredo Corrao e Daniela Bonanome
 
 
 
La stele funeraria di età classica raffigurante un giovane immerso nella lettura è senza dubbio il pezzo più noto della raccolta archeologica custodita nel Museo dell'Abbazia di San Nilo a Grottaferrata (fig. 1). La fama del monumento, che si configura come un unicum nel vasto panorama dei rilievi sepolcrali greci di periodo classico, si lega da un lato all'elevata qualità dell'esecuzione, che con mirabile economia di linguaggio infonde alla scena un'atmosfera soffusa di rarefatta poesia, dall'altro all'eccezionalità e alla rilevanza storico-culturale del tema figurativo.

Grottaferrata, Museo dell’Abbazia di S. Nilo, stele funeraria greca: fronte (foto A. Corrao)

Fig. 1. Grottaferrata, Museo dell’Abbazia di S. Nilo, stele funeraria greca: fronte (foto A. Corrao)
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Il rilievo è scolpito su una lastra di marmo bianco a grana medio-piccola, proveniente dalle cave di Paros. La lastra, interessata da un'ampia sfaldatura nel settore inferiore sinistro e da piccole lacune, ha un'altezza totale di cm. 107 e presenta una sensibile rastremazione; priva di cornici laterali, è sormontata da un coronamento vegetale, costituito da due volute a S orizzontali e contrapposte; dal punto di convergenza delle volute si innalza una palmetta "a fiamma", con sei petali laterali che si inflettono verso un petalo centrale; due semipalmette si originano da ciascuno dei girali angolari (fig. 2).
Nel campo sottostante si staglia con forte aggetto dal piano di fondo la figura di un giovane, che siede su un diphros, con i piedi nudi e incrociati posati su un suppedaneo, intento alla lettura di un volumen. Intorno al corpo è drappeggiato un himation che, lasciando scoperto il petto ed il braccio destro, si avvolge intorno alle gambe, fascia il dorso e riveste con un lembo la parte sinistra del torace e il braccio. Il volto, leggermente reclinato, ha un ovale armonioso, dai contorni regolari (fig. 3); la tenera carnosità delle guance, con zigomi poco accentuati, trapassa delicatamente nel mento piccolo e arrotondato; sotto le sopracciglia ad arcata ribassata si aprono gli occhi grandi, allungati; il naso continua nel profilo la linea della fronte; la bocca breve ha il labbro superiore pressoché rettilineo, con margini appena accennati, mentre quello inferiore, più corto, è morbido e un po’ prominente. La struttura del cranio è sottolineata dalla massa soffice dei capelli, articolati in ciocchette ricurve e liberamente mosse; una depressione poco profonda marca il passaggio dallo studiato disordine delle chiome sulla sommità della calotta alla fila composta di ciocche appuntite che ricadono intorno al viso.
 
Grottaferrata, Museo dell’Abbazia di S. Nilo, stele funeraria greca: dettaglio acroterio (foto A. Corrao) Grottaferrata, Museo dell’Abbazia di S. Nilo, stele funeraria greca: dettaglio volto (foto A. Corrao)

 

In alto: Fig. 2. Grottaferrata, Museo dell’Abbazia di S. Nilo, stele funeraria greca: dettaglio acroterio (foto A. Corrao)

 

 A destra: Fig. 3. Grottaferrata, Museo dell’Abbazia di S. Nilo, stele funeraria greca: dettaglio volto (foto A. Corrao)

 
Nell’angolo inferiore destro della lastra è rappresentata in secondo piano, dietro le gambe del defunto, una cassa con pareti lisce e coperchio aperto, poggiata a terra; sotto il diphros è accucciato un cane (fig. 4), in atteggiamento di vigile riposo, con la testa ritta sul collo tozzo e massiccio, la zampa anteriore destra tesa, quella sinistra con il tarso anteriore piegato all’indietro, sicché risultano visibili i polpastrelli, modellati con cura.
Il lato posteriore della lastra mostra alla base una fascia rientrante (fig. 5), la cui funzione rimane incerta, mentre nella zona superiore si osserva una superficie molto irregolare, che si arresta in corrispondenza di una sagoma in aggetto, la cui superficie è regolarizzata con la gradina.
 
 
Si tratta evidentemente di un rilievo la cui realizzazione fu sospesa in uno stadio preliminare: considerando che la sagoma aggettante delinea le forme della parte superiore del corpo di un personaggio seduto, con le braccia protese in avanti, si può supporre che lo scultore avesse cominciato a eseguire la figura del giovane lettore su questo lato; costretto ad abbandonare il lavoro avviato, forse per il distacco di una scheggia di marmo all’altezza di quello che sarebbe stato il volto, egli avrebbe girato la lastra e intrapreso nuovamente l’opera sul lato opposto, procedura che non avrebbe comportato difficoltà dato il considerevole spessore (cm. 18 circa) del blocco a disposizione (fig. 6).
La mancanza di notizie concernenti il luogo di rinvenimento della stele ha indotto alla formulazione di diverse congetture, tutte prive di supporto documentario certo: si è pensato che il rilievo sia stato portato dalla Grecia o dalla Calabria dai monaci basiliani della Badia, ovvero che sia stato trasferito da Bisanzio o Trapezunte dal cardinale Bessarione, Abate Commendatario dal 1462, o ancora che sia stato scoperto in una delle ville romane della zona. La presenza della stele nella Abbazia è testimoniata incontrovertibilmente solo a partire dal 1829, quando E. Wolff e O. Gerhard la segnalano per la prima volta, accennando, senza dare ulteriori ragguagli, a una sua provenienza dal territorio di Grottaferrata. L’esame dei documenti disponibili fa ritenere che il monumento sia arrivato nella Badia in un momento compreso tra il 1757 e l’inizio del 1800, circostanza che esclude ogni legame con il Bessarione. Acquista invece un peso determinante la testimonianza di autori vicini alla presumibile epoca di ritrovamento, come il Nibby e il Servi, i quali parlano di una scoperta effettuata nelle vicinanze del monastero.
La scultura, notissima sin dalla prima metà dell’Ottocento, è stata raramente oggetto di un’accurata indagine critica: le uniche analisi specifiche si devono a H. Möbius e G.M.A. Richter, i quali, pur concordando sulla datazione del rilievo intorno al 420 a.C., giungono a conclusioni divergenti circa l’individuazione del centro di produzione. Il Möbius nega recisamente la possibilità di un’origine attica, sostenuta dai commentatori ottocenteschi, e propone un’attribuzione alla Ionia (settentrionale o microasiatica), a favore della quale parlerebbero: la qualità del marmo, a suo parere insulare; lo spessore della lastra e la sua rastremazione, percepibile sulla fronte come pure sui fianchi; l’irrigidimento provinciale dell’antemio di coronamento; l’iconografia del giovane seduto, inusuale sulle stele attiche; la scarsa organicità della resa anatomica e la morbidezza del nudo e del panneggio. Nei contributi più recenti l’autore scorge nell’antemio il risultato della rilavorazione, operata nel III secolo a.C., del coronamento originario, che immagina del tipo canonico a frontone. La Richter, per contro, fondandosi sulla qualità del marmo, che reputa pentelico, e sulla parentela stilistica fra il giovane defunto e alcune figure del fregio del Partenone, ascrive la stele all’arte attica, assegnandola alla fase iniziale della produzione funeraria, caratterizzata da notevole sperimentalismo nelle soluzioni iconografiche, che solo in seguito si cristallizzeranno entro schemi rigidamente definiti.
La stele, scolpita in marmo pario, come confermano le analisi isotopiche, dal punto di vista tettonico si contraddistingue per l’assenza di cornici laterali, la rastremazione verso l’alto, l’equilibrato rapporto fra altezza e larghezza del campo figurato, elementi comuni a un ampio numero di monumenti funerari, pertinenti a diversi ambiti di produzione e realizzati tra la seconda metà del V e il primo venticinquennio del IV secolo a.C. Lo spessore della lastra risulta notevolmente eccedente rispetto alla profondità standard dei rilievi sepolcrali attici, che varia fra cm. 7 e 13; i fianchi si restringono verso l’alto, il che non va inteso come fattore tipologico distintivo, secondo quanto indicato da Möbius, ma è dovuto piuttosto allo stato di semilavorazione del retro della stele, di cui lo studioso non aveva cognizione.
Il coronamento a volute contrapposte e palmette è separato dal fusto da una semplice risega e presenta il piano di fondo lievemente arretrato rispetto a quello del campo principale. Che si tratti di una rilavorazione del fastigio originario, come intuito da Möbius, è dimostrato non solo dalla mancanza di modanature di transizione, ma anche dall’arretramento rispetto agli spigoli della lastra delle volute laterali dell’antemio, che dovrebbero fungere da acroteri angolari. Inoltre la resa fiacca, approssimativa, dei motivi vegetali e la scarsa vitalità dei girali sono in stridente contrasto con il trattamento della scena figurata, eccellente per finezza di esecuzione e cura dei dettagli. La soluzione adottata all’atto del rifacimento parrebbe imposta dalla necessità di riparare un danno che aveva deteriorato buona parte del coronamento, costringendo a ricavare il nuovo fastigio entro uno spazio piuttosto limitato. Il danno doveva essersi esteso alla superficie della lastra dietro la testa e le spalle del defunto, che è palesemente ritoccata e leggermente ribassata (fig. 7). La cronologia dell’intervento può ricavarsi dalle caratteristiche formali dell’antemio, che riprende uno schema di tradizione ionica (fig. 8), ma largamente diffuso in Attica, e lo interpreta con un gusto per l’intaglio nitido dei contorni che trova un corrispettivo in prodotti dell’arte decorativa attica del tardo ellenismo. Si pensi, ad esempio, alla raffinata ornamentazione vegetale che si sviluppa sui lati della spalliera dei troni dal teatro di Oropos (fig. 9), datati in età sillana. Ammettendo la provenienza del monumento dalla zona di Grottaferrata, si può supporre che esso si sia danneggiato nel corso delle operazioni di trasferimento in Italia e sia stato quindi restaurato, procedendo al rifacimento del fastigio e al reintegro delle lacune[1], che si erano verosimilmente prodotte durante il trasporto.
La scena che si dispiega nel campo principale coglie una consuetudine di vita del defunto, il quale, nell’atmosfera raccolta dell’ambiente domestico, in solitudine, ove si eccettui la presenza del cane accucciato sotto il sedile, è concentrato nella lettura di un libro, che ha tratto dalla capsa collocata ai suoi piedi.
L’impianto iconografico e compositivo della rappresentazione non ha confronti nel repertorio figurativo dei rilievi funerari del V e IV secolo a.C., che di norma richiamano il tema della lettura mediante la riproduzione di rotoli librari stretti nella mano del defunto, ovvero di casse destinate a contenerli.
Isolati sono i casi di monumenti sepolcrali di epoca classica che ritraggono personaggi dediti alla lettura: a un rilievo, della fine del V secolo a.C., nella Gliptoteca di Monaco, inv. n. GL 481, con un adolescente che, alla presenza dell’insegnante, recita seguendo il testo su un volumen aperto, si affiancano alcune raffigurazioni frontonali di tombe rupestri della Licia e una stele dipinta da Verghina, della seconda metà del IV secolo a.C., che propone il motivo della lettura come esperienza individuale, effigiando il defunto seduto, da solo, con un rotolo aperto in grembo, in uno schema non dissimile da quello del nostro rilievo. I rimandi agli interessi intellettuali del defunto, esplicitati da volumina tenuti in mano ovvero esibiti entro casse poste ai suoi piedi o su scaffali collocati alle sue spalle, divengono comuni nella scultura funeraria del periodo ellenistico. All’età ellenistica risale forse un pezzo, purtroppo perduto, che offre il parallelo iconografico più stringente per l’immagine del defunto sulla stele di Grottaferrata. Si tratta di un rilievo sepolcrale da Crisa, noto soltanto da disegni ottocenteschi (fig. 10), che riproduce un efebo seduto su un diphros e intento alla lettura; sul piano di fondo si stagliano numerosi attributi, indicativi dell’eccellenza del giovane in ogni campo della paideia.
 
 
 
A destra: Fig. 6. Grottaferrata, Museo dell’Abbazia di S. Nilo, stele funeraria greca: dettaglio spessore della lastra (foto A. Corrao)
  Grottaferrata, Museo dell’Abbazia di S. Nilo, stele funeraria greca: dettaglio del molosso (foto A. Corrao)

 

Fig. 4. Grottaferrata, Museo dell’Abbazia di S. Nilo, stele funeraria greca: dettaglio del molosso (foto A. Corrao)

 

Fig. 5. Grottaferrata, Museo dell’Abbazia di S. Nilo, stele funeraria greca: retro (foto D. Bonanome-IMG 0162-29.05.2007)

 
Grottaferrata, Museo dell’Abbazia di S. Nilo, stele funeraria greca: retro (foto D. Bonanome-IMG 0162-29.05.2007)

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Fig. 6. Grottaferrata, Museo dell’Abbazia di S. Nilo, stele funeraria greca: dettaglio spessore della lastra (foto A. Corrao)

Grottaferrata, Museo dell’Abbazia di S. Nilo, stele funeraria greca: dettaglio rilavorazione (foto D. Bonanome)  

mParos, Museo Archeologico. Blocco di coronamento di un altare

 

A sinistra: Fig. 7. Grottaferrata, Museo dell’Abbazia di S. Nilo, stele funeraria greca: dettaglio rilavorazione (foto D. Bonanome)

 

In alto: Fig. 8. Paros, Museo Archeologico. Blocco di coronamento di un altare

 

In basso a sinistra: Fig. 9. Oropos, teatro. Trono, veduta del fianco sinistro

 

In basso a destra: Fig. 10. Disegno di un rilievo funerario da Crisa, disperso (da E. BRAUN, Bassirilievi sepolcrali greci, in Monum. Inst., 1855, tav. XVI)

 
Oropos, teatro. Trono, veduta del fianco sinistro
 

 

Disegno di un rilievo funerario da Crisa, disperso (da E. BRAUN, Bassirilievi sepolcrali greci, in Monum. Inst., 1855, tav. XVI)

 

In basso:


Figg. 12 e 12a. Atene, Museo dell'Acropoli. Lastra del fregio orientale del Partenone

 
Sulla base della documentazione superstite si può concludere che la stele criptoferratense offre la più antica formulazione del tema della lettura individuale nell’ambito della plastica sepolcrale. Nell’ideare il tessuto iconografico della scena lo scultore poté però avvalersi di uno schema codificato da tempo nella pittura vascolare ateniese: personaggi impegnati nella lettura compaiono infatti, sin dall’inizio del V secolo a.C., su vasi attici a figure rosse che riproducono scene di scuola, momenti di intrattenimento nella vita domestica o, più raramente, lettori solitari. Lo schema mutuato dalla ceramografia viene modificato mediante l’introduzione di una variante nella posizione delle gambe, che sono qui portate leggermente in avanti, con il piede destro incrociato sul sinistro, analogamente a quanto si osserva nella figura di Apollo sul fregio orientale del Partenone (fig. 12).
Da modelli attici deriva anche l’iconografia del cane, che giace accucciato sotto il diphros con il corpo rivolto in direzione contraria rispetto a quello del padrone, sul quale vigila solerte, come indicano la testa eretta e le orecchie drizzate. La struttura corporea pesante, il collo corto e massiccio, la conformazione del capo e il peculiare atteggiamento delle zampe anteriori trovano confronto in una serie di statue a tutto tondo di “molossi” (fig. 13), provenienti da necropoli di Atene e dell’Attica e databili a partire dall’ultimo venticinquennio del V secolo a.C. Al di fuori della sfera funeraria un cane giacente con zampa anteriore piegata si incontra sul monumento che celebra la fondazione dell’Asklepieion ateniese da parte di Telemachos di Acharnai, nel 413/2 a.C. (fig. 14): sulla faccia principale del rilievo anfiglifo, al centro, compare Hygieia seduta su una trapeza, sotto la quale è accovacciato un cane di grossa taglia, con il corpo orientato in direzione opposta rispetto a quello della dea.
La stele di Grottaferrata può definirsi uno dei prodotti più riusciti della scultura funeraria di epoca classica, nel cui variegato panorama emerge per l’originalità della concezione, la qualità dell’esecuzione, la profondità del contenuto spirituale. La stesura compositiva, limpida e ben equilibrata, è incentrata sulle componenti essenziali del quadro: la figura assorta del lettore, la cassa da cui ha preso il libro, il cane giacente sotto il sedile. Grande risalto ha il piano di fondo, che rimane ampiamente visibile a lato del giovane, conferendo all’insieme un effetto di ariosità.
La tendenza a svincolare le immagini dal piano di fondo, sì da imprimere alla scena una maggiore spazialità, è resa evidente dal forte aggetto plastico del rilievo, che ha un interessante corrispettivo nel monumento di Dexileos, dal Ceramico di Atene (fig. 15), datato nel 394/3 a.C. La ricerca di spazialità si avverte inoltre nella disposizione obliqua delle spalle e dei pettorali del giovane, nell’andamento della gamba destra, che penetra leggermente in profondità ruotando di prospetto il dorso del piede, nella lieve proiezione verso l’esterno della zampa piegata del cane, nel tentativo di scorcio del volumen (fig. 16).
  Atene, Museo dell'Acropoli. Lastra del fregio orientale del Partenone
 
Atene, Museo dell'Acropoli. Lastra del fregio orientale del Partenone
 
L’elevato tono formale della stele si apprezza soprattutto nel trattamento raffinato delle superfici, animate nelle parti nude da delicati trapassi di piano, che delineano una struttura anatomica scarsamente definita, priva di consistenza interna, la cui articolazione si risolve in un gioco esteriore di tenui risalti e lievi depressioni, rendendo tangibile quel tanto di carnosità infantile che ancora impronta la corporatura del giovane. Un siffatto modellato del nudo è estraneo all’arte attica, sempre attenta alla solidità della tettonica ed alla nitida scansione dei volumi, e rimanda piuttosto al gusto ionico.
Tipicamente ionica è l’armoniosa fluidità delle linee che tracciano i contorni della figura e percorrono il mantello, che si avvolge studiatamente intorno al corpo assecondandone le forme e il movimento. I variati partiti di pieghe si riallacciano a esperienze proprie dello stile ricco, rispetto al quale si rileva una maggiore pacatezza delle forme e un ritrovato accordo fra corpo e abito, fenomeno questo caratteristico degli anni finali del V secolo a.C. Modi stilistici affini sostanziano le vesti di una figura femminile, probabilmente Artemis, rappresentata su un trapezoforo in marmo pario rinvenuto a Delo (fig. 17) e ricondotto al 410-400 a.C. Il ricco plasticismo del panneggio, l’elastica tensione delle pieghe dai dorsi arrotondati, la consistenza pastosa della stoffa hanno poi un valido parallelo nella statuetta di efebo dedicata nel santuario di Ramnunte da Lysikleides nel 420-410 a.C. (fig. 18), che viene concordemente considerata una creazione della bottega di Agorakritos.
A opere della cerchia agoracritea si avvicina anche il viso del giovane (fig. 19), come può provare il raffronto con una statuetta femminile del Museo dell’Acropoli, inv. n. 1310, del 420 a.C. circa, il cui volto palesa spiccate analogie con il nostro nel contorno ovale, nella pienezza delle guance, nella tenerezza dell’incarnato. Per la resa morbida e ricca di corporeità delle ciocche dei capelli, distinte da solchi appena accennati e vivificate in alcuni punti da sottili incisioni, si può richiamare una testa di fanciulla in collezione privata tedesca (fig. 20), unico avanzo superstite di una stele proveniente verosimilmente dall’Asia Minore ed inquadrabile nell’ultimo decennio del V secolo a.C.
In conclusione, la stele si caratterizza per una vitale compenetrazione di tradizioni diverse, che consiglia di attribuirla a uno scultore nativo della Ionia (fig. 21), ma dotato di piena familiarità con la produzione figurativa di Atene. Dall’immenso patrimonio dell’arte attica egli assimila le soluzioni iconografiche di cui si avvale per costruire la scena, nonché singole suggestioni formali, ma non rinnega tuttavia la sua origine ionica, che si tradisce specialmente nella resa indistinta e scarsamente organica dell’anatomia. Per quanto concerne la collocazione cronologica del pezzo, la cui datazione ha sinora oscillato fra il 430-420 a.C. ed il primo decennio del IV secolo, i modi stilistici ed i confronti addotti orientano verso il ventennio 410-390 a.C. Il monumento si colloca perciò nel periodo cruciale di transizione dalla trasmissione orale del sapere a una sempre più estesa fruizione del libro come strumento di acquisizione di cultura e di dilettevole lettura: di questo lento processo di trasformazione, che prende avvio durante il V secolo a.C. e si conclude solo con l’età ellenistica, l’immagine del giovane lettore solitario offre una vivida testimonianza.
Se la scultura è stata effettivamente scoperta nel territorio di Grottaferrata, è altamente probabile che essa facesse parte dell’arredo di una delle innumerevoli ville che sorgono nell’ager Tusculanus sin dalla seconda metà del II secolo a.C. In tali contesti, come pure negli horti e nelle domus urbane, era infatti frequente l’impiego di rilievi originali greci come ornamenta, segni tangibili del prestigio e della ricchezza del proprietario, ma soprattutto emblematici della sua adesione ai valori culturali ellenici. Siffatta potenza evocativa è particolarmente esplicita nel caso della nostra stele, che, per la tematica squisitamente intellettuale, poteva trovare adeguata esposizione entro un ambiente riservato allo svolgimento di attività letterarie.
 
Elena Ghisellini
 
 

 

Pireo, Museo Archeologico. Statua funeraria di molosso

Fig. 13. Pireo, Museo Archeologico. Statua funeraria di molosso

Disegno ricostruttivo della faccia principale del rilievo di Telemachos dall'Asklepieion di Atene (da L. BESCHI, Il monumento di Telemachos, fondatore dell'Asklepieion ateniese, in ASAtene, 45-46, 1967-1968, fig. 1)

Fig. 14. Disegno ricostruttivo della faccia principale del rilievo di Telemachos dall'Asklepieion di Atene (da L. BESCHI, Il monumento di Telemachos, fondatore dell'Asklepieion ateniese, in ASAtene, 45-46, 1967-1968, fig. 1)

   
Rilievo sepolcrale di Dexileos Grottaferrata, Museo dell’Abbazia di S. Nilo, stele funeraria greca: dettaglio spessore della lastra (foto A. Corrao)
In alto: Fig. 15. Rilievo sepolcrale di Dexileos (foto da telemaco.unibo.it)
 
In basso: Fig. 17. Delos, Museo. Trapezoforo: particolare con figura femminile
In alto: Fig. 16. Grottaferrata, Museo dell’Abbazia di S. Nilo, stele funeraria greca: dettaglio spessore della lastra (foto A. Corrao)
 
In basso: Fig. 18. Atene, Museo Nazionale. Statuetta di efebo da Ramnunte
 

Delos, Museo. Trapezoforo: particolare con figura femminile

Atene, Museo Nazionale. Statuetta di efebo da Ramnunte

A sinistra: Fig. 19. Grottaferrata, Museo dell’Abbazia di S. Nilo, stele funeraria greca: dettaglio volto (foto A. Corrao)

 

Grottaferrata, Museo dell’Abbazia di S. Nilo, stele funeraria greca: dettaglio volto (foto A. Corrao)

   
Collezione privata. Testa di fanciulla da stele funeraria

Paros, Museo Archeologico, frammento di stele funeraria

 

In alto: Fig. 21. Paros, Museo Archeologico, frammento di stele funeraria

 

A sinistra: Fig. 20. Fig. 20. Collezione privata. Testa di fanciulla da stele funeraria

 
Bibliografia: E. Ghisellini, La stele funeraria greca del Museo dell'Abbazia di Grottaferrata, in Bollettino d'Arte, 139, 2007, pp. 19-58.
 
 
[1] Mancano la parte anteriore del piede destro del defunto, un settore del muso del cane, l’estremità della sua zampa anteriore destra, l’angolo sinistro del basamento: i piani di frattura appaiono accuratamente lisciati e, nel caso del piede e del muso, anche dotati di fori, ora stuccati, per perni destinati a fissare inserti di restauro, che verosimilmente furono approntati nell’antichità: infatti, durante l’intervento di pulitura del pezzo, eseguito nel 2005, si è riscontrata una leggera scialbatura stesa sulla superficie, al di sotto della quale erano presenti numerose incrostazioni, prova evidente che il monumento non è stato oggetto di restauro in epoca moderna. Non sono invece regolarizzate le fratture della punta del naso del giovane, delle orecchie del cane, dell’angolo destro del basamento, dell’angolo inferiore destro del retro della lastra. È chiaro perciò che bisogna distinguere fra danni subiti dalla scultura già in età antica, che furono riparati provvedendo al reintegro delle lacune, e danni occorsi in seguito al suo abbandono in età post-antica, ai quali non si è posto rimedio.
 
 
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