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Fotografie di Alfredo Corrao
     
Introduzione L’area archeologica L'antiquarium
     
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Guarda QUI le foto del Vicus Capriarius

introduzione
 
 

I lavori per la realizzazione di una nuova sala cinematografica, a pochi metri da Fontana di Trevi (la “Sala Trevi” intitolata ad Alberto Sordi[1], posta sotto l’edificio tra via di S. Vincenzo 6 e vicolo del Puttarello 25), hanno offerto l’occasione per una fortunata campagna di scavo: le ricerche, curate da chi scrive e condotte dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (con la direzione scientifica di Claudio Moccheggiani Carpano), si sono svolte tra il 1999 ed il 2001.
La disponibilità offerta dal Gruppo Cremonini, società proprietaria dell’immobile e committente dei lavori, ha consentito una piena valorizzazione del sito archeologico. Le indagini, estese per una superficie complessiva di circa 350 mq ed una profondità massima di circa 9 m, hanno rimesso in luce un vasto complesso edilizio di età imperiale che rappresenta una notevole testimonianza dell’antico tessuto urbanistico.


 

Il cinema Trevi visto dall'interno del sito archeologico


Il termine “Città dell’Acqua”, usato correntemente per definire l’area archeologica del vicus Caprarius, è dovuto alla presenza dell’elemento che senza dubbio caratterizza maggiormente il sito: in primo luogo l’acqua che sgorga da Fontana di Trevi[2], la monumentale mostra barocca dell’Acquedotto Vergine nelle cui immediate prossimità si colloca l’area archeologica; in essa gli scavi hanno altresì riportato in luce un grande serbatoio di distribuzione dell’antico acquedotto, che alimentava (attraverso tubazioni in piombo ancora conservate in posto) le vasche di una lussuosa residenza signorile posta nelle adiacenze. In secondo luogo l’acqua sorgiva, proveniente da una potente falda idrica, che sgorga nel sottosuolo filtrando attraverso le antiche murature in opera laterizia dell’area archeologica.
Nell’ambito della suddivisione amministrativa della città in quattordici regioni, voluta da Augusto, l’area del vicus Caprarius era compresa nella VII regio: essa prendeva il nome dall’antica via Lata, corrispondente all’attuale via del Corso. Il suo territorio fu interessato dall’espansione edilizia della città soltanto a partire dall’età augustea: l’urbanizzazione ritardata ed i caratteri morfologici dell’area (la grande piana alluvionale chiusa ad ovest dalle anse del Tevere) conferirono a questa regio un profilo molto diverso da quello che caratterizzava gran parte del tessuto urbano. Mentre infatti lo sviluppo edilizio della città antica fu in gran parte legato ad un processo di formazione spontaneo al di fuori di qualunque programmazione urbanistica, la VII regio presentava un regolare impianto geometrico (indagato in particolare lungo l’antica via Lata, all’altezza di piazza Colonna[3]) frutto di una vera e propria pianificazione urbanistica.
Gli edifici messi in luce sotto la “Sala Trevi” sorgevano lungo il tratto urbano dell’antica via Salaria vetus, asse portante della VII regio unitamente alla via Lata. Nel tratto corrispondente alle attuali via di San Vincenzo e via dei Lucchesi il percorso assumeva la denominazione di vicus Caprarius: esso era molto probabilmente connesso ad una aedicula Capraria, antico luogo di culto la cui presenza è attestata proprio in quest’area.


 

 

L’AREA ARCHEOLOGICA

Le strutture murarie rinvenute sono riferibili ad un “caseggiato”, un isolato edificato unitariamente ma articolato in due edifici indipendenti, che doveva estendersi per una superficie di oltre 2.000 mq tra le odierne via di San Vincenzo (antico vicus Caprarius) ad ovest e via del Lavatore (che ricalca anch’essa un antico tracciato stradale) a nord: dimensioni paragonabili a quelle delle grandi insulae sulla via Lata.
L’edificio nord, che si conserva per un elevato di quasi 8 metri, va identificato con un’insula, ovvero con un complesso abitativo destinato alla residenza intensiva. Essa doveva articolarsi in almeno tre piani, per un’altezza complessiva originaria di circa 12 metri. La prima fase costruttiva risulta databile in età neroniana: l’edificio rappresenta quindi una rara testimonianza della nova Urbs voluta da Nerone (dopo il grande incendio del 64 d.C. che devastò la città), nota finora quasi esclusivamente dalle fonti letterarie. Sono state individuate due fasi di ristrutturazione, nella prima metà del II secolo e nell’età di Marco Aurelio (161-180 d.C.).
Verso la metà del IV secolo l’insula fu trasformata in una lussuosa residenza signorile (domus). Fu quindi dotata di un ricco apparato decorativo che doveva esaltare l’elevato status sociale del proprietario, appartenente con ogni probabilità alla classe senatoria: a tale apparato dobbiamo ascrivere in primo luogo i reperti lapidei esposti nella sezione centrale dell’antiquarium; ma anche i numerosi frammenti marmorei recuperati dallo scavo, riferibili a lastre di rivestimento parietale e pavimentale.

L’insediamento della domus modificò profondamente la fisionomia del complesso abitativo. Il pianterreno assunse probabilmente funzioni di servizio: ne sono testimonianza in particolare gli impianti idraulici ivi dislocati: la latrina dotata di vasca per l’igiene personale ed una seconda vasca per l’approvvigionamento di acqua potabile, che documentano una disponibilità idrica riservata solo ad un ristretto numero di privati. Il primo piano doveva invece svolgere una funzione di rappresentanza: come indicano in particolare, nell’ambiente da cui proviene il mosaico marmoreo pavimentale ora nell’antiquarium (vedi oltre), i resti di rivestimento marmoreo parietale.
Intorno alla metà del V secolo, molto probabilmente durante il saccheggio dei Vandali di Genserico nell’anno 455, la domus fu devastata da un incendio: il pianterreno venne quindi obliterato da un interro (alto circa 4 metri) il cui scavo ha restituito, oltre a numerosi elementi lapidei dell’apparato decorativo, circa 14.000 frammenti di ceramica ed oltre 800 pezzi monetali in bronzo.
Anche l’edificio sud si conserva per una notevole porzione dell’elevato (quasi 6 metri): in origine esso doveva articolarsi su almeno due piani, per un’altezza complessiva di circa 11 metri. Fin dalla fase edilizia originaria, databile anche qui in età neroniana, l’edificio doveva svolgere una funzione pubblica.

 
 
                  Uno scorcio dell'elevato della domus

In una fase successiva, databile in età adrianea (dopo l’anno 123 d.C.), il complesso subì una profonda trasformazione. I due ambienti più vicini al vicus Caprarius furono infatti trasformati nei vani comunicanti di un unico grande serbatoio idrico, con capacità stimabile in circa 150.000 litri. Il pavimento e le pareti, di cui fu raddoppiato lo spessore per bilanciare la pressione dell’acqua all’interno, furono rivestiti con uno spesso strato di intonaco idraulico (cocciopesto). Per le sue particolari caratteristiche il manufatto va quasi certamente identificato con un serbatoio di distribuzione (castellum aquae) dell’Acquedotto Vergine
: le fonti letterarie documentavano già l’esistenza di ben 18 castella lungo il tratto urbano dell’Aqua Virgo, ma fino ad oggi nessuno di questi era stato ancora rimesso in luce. Verso la metà del VI secolo il serbatoio fu abbandonato, quasi certamente in seguito al taglio degli acquedotti operato dai Goti di Vitige nell’anno 537; anche qui l’obliterazione delle strutture fece seguito ad un incendio distruttivo ben documentato dallo scavo.
Al caseggiato di età imperiale si sovrappongono i resti di un insediamento medioevale di notevole interesse. Come hanno dimostrato le indagini stratigrafiche, fra l’XI e il XII secolo il piano di calpestio si attestò a circa 5 metri di altezza dal livello di età imperiale coincidendo così, in corrispondenza dell’edificio sud, con la quota del primo piano: qui lo scavo ha rimesso in luce i resti di due edifici, interpretabili senza dubbio come unità abitative. E’ stato possibile distinguere due successive fasi edilizie, databili nel XII e XIII secolo: le murature riutilizzano materiale di spoglio (in particolare blocchetti di tufo e ricorsi di laterizi). Di particolare interesse, nell’edificio situato più ad est, la presenza di un pozzo databile nel XIII secolo: esso costituisce la più antica testimonianza d’uso della falda freatica tuttora presente nel sottosuolo.

L’ANTIQUARIUM

L’area espositiva, in cui è allestita una selezione dei materiali rinvenuti durante lo scavo, integra e conclude con un adeguato apparato didattico la visita dell’area archeologica: creando altresì una serie di reciproci rimandi fra il contesto di rinvenimento ed i reperti correttamente musealizzati in situ.
I reperti esposti nella sezione centrale dell’antiquarium (il cui allestimento ha permesso di evitare una negativa decontestualizzazione dei materiali) offrono dati di grande interesse sull’apparato decorativo della domus tardoantica. Accanto ad elementi coevi alla residenza signorile (una porzione di mosaico pavimentale, un capitello composito, un pilastrino di transenna ed una lastra di pluteo) spiccano materiali più antichi reimpiegati nella domus: una statua muliebre ed una lastra con iscrizione (entrambe di provenienza sepolcrale), accanto ad un capitello corinzieggiante di pilastro.

 


 

La statua muliebre, acefala, rappresenta una fanciulla coperta da un ampio e pesante mantello (himation) dall’orlo frangiato; posteriormente resta un frammento della lunga capigliatura raccolta in una coda. Il ricco panneggio suggerisce una datazione nella seconda metà del II secolo, mentre le mani velate fanno ipotizzare che sia rappresentata una defunta. La statua rappresenta dunque un esempio di spoliazione, operata nel IV secolo ai danni di un monumento funerario, al fine di riutilizzare il pezzo nella decorazione della domus.


 

Il mosaico pavimentale, in tessere grandi ed irregolari di marmi policromi (in particolare giallo antico e “greco scritto”), proviene da un ambiente identificabile con l’aula di rappresentanza della domus: presenta una fascia perimetrale a fondo bianco, in cui si snoda un girale di acanto delineato in nero, mentre il tappeto centrale si articola in riquadri con quattro campiture cromatiche alternate (bianco, rosa, giallo e grigio/azzurro). I dati stratigrafici permettono di fissare la datazione del mosaico intorno alla metà del IV secolo.
Il grande capitello corinzieggiante, riferibile ad un alto pilastro rettangolare, pur trovando confronto per il particolare schema decorativo in un esemplare di età augustea rinvenuto ad Ostia, per la resa raffinata sembra ricondurre al classicismo tipico dell’età adrianea (117-138 d.C.). Il più piccolo capitello composito a foglie liscie, più piccolo, che risulta databile nel IV secolo d.C., apparteneva invece ad una colonna: i segni di ancoraggio lasciano supporre che tale colonna fosse accostata alla parete come elemento di un ninfeo o di un’edicola.
 
Il pilastrino coronato con pigna stilizzata (pinea) è riferibile ad una transenna marmorea, di cui costituiva uno dei sostegni: il contesto di rinvenimento ne permette la datazione nella prima metà del V secolo d.C. Il frammento angolare di pluteo, che mostra un motivo decorativo a squame ampiamente attestato in basiliche paleocristiane e complessi catacombali, risulta databile nel IV secolo d.C. per l’accurata esecuzione della lastra.
 
 
 
 

La lastra con iscrizione sepolcrale, dedicata dalla vedova al marito defunto Cirrius Euthycus, rappresenta un altro interessante esempio di riuso: la lastra è stata infatti girata, utilizzando come lato a vista l’originaria superficie posteriore liscia. I dati paleografici ed onomastici indicano una datazione non anteriore al II secolo d.C.
Accanto ai materiali lapideisono esposti sedici esemplari di anfore da trasporto di produzione africana, databili tra IV e V secolo d.C. L’ottimo stato di conservazione, l’omogeneità tipologica ed il probabile contenuto (olio) fanno supporre che lo strato di abbandono della domus sia stato realizzato in buona parte con materiale proveniente dallo sgombero di un vicino deposito: esso era forse a servizio di una vicina locanda (popina), situata plausibilmente lungo la fronte sul vicus Caprarius.

 


 
 
 
 

Tra i materiali lapidei che, per contesto di rinvenimento, non risultano riferibili all’apparato decorativo della domus, il reperto di maggior interesse è senza dubbio il frammento di altorilievo (forse proveniente dalla fronte di un sarcofago) con testa maschile: riconducibile al ritratto di Alessandro Helios, essa risulta databile alla tarda età adrianea o alla prima età antonina.
La statuetta di Horus in forma di falco rappresenta un tipico esemplare di arte egittizzante, prodotto in ambito urbano ad imitazione degli originali di età faraonica ed utilizzando il marmo in luogo del basalto o del granito. Il contesto di origine del pezzo (senza dubbio un luogo di culto di divinità egiziane) potrebbe essere identificato con il Tempio di Serapide sul Quirinale.
Il tesoretto monetale costituito da oltre 800 pezzi in bronzo (nummi), rinvenuto nell’interro che obliterò il pianterreno della domus, è forse riferibile ad un membro del personale in servizio presso la residenza signorile. Il recente restauro ha permesso di fissarne con precisione la datazione, confermando come la parziale distruzione della domus sia avvenuta nel 455 d.C. Di particolare interesse sono i resti di tessuto ancora aderenti ad una delle monete, probabilmente riferibili al loro contenitore: una semplice borsa di tela, un brano di vita quotidiana drammaticamente interrotto dagli eventi storici.

 

Antonio Insalaco

 
 

 

 
 
 
 
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[1] La gestione della “Sala Trevi Alberto Sordi” è affidata al Centro Sperimentale di Cinematografia. Fondato nel 1935, esso è il punto di riferimento nazionale di professionisti, studiosi e giovani autori: i più noti esponenti della cinematografia italiana (Antonioni, Bellocchio, Virzì, Archibugi, Verdone, solo per citarne alcuni) sono passati per i teatri di posa del Centro Sperimentale; illustri docenti (tra cui ricordiamo Rossellini, De Sica, Visconti, Scarpelli, Amelio) hanno trasmesso la propria arte alle nuove generazioni.

[2] La sua realizzazione fu iniziata nel 1732 sotto Clemente XII (il cui stemma orna l’attico della fontana), che ne affidò la direzione a Nicola Salvi. Dopo la morte di quest’ultimo, nel 1751, i lavori furono affidati a Giuseppe Pannini. L’inaugurazione avvenne quindi nel 1762, sotto Clemente XIII. La fontana rappresenta una riuscita fusione di architettura e scultura: in particolare nella grande nicchia centrale si staglia la statua di Oceano (1759-1762), capolavoro dello scultore Pietro Bracci. Alla fontana è legata la nota tradizione di gettarvi una monetina, per assicurarsi il ritorno a Roma.

[3] In questa zona sono stati effettuati a più riprese scavi occasionali legati a grandi interventi edilizi, in particolare per la costruzione della Galleria Colonna nel 1892 e per l’apertura dei sottopassaggi di via del Corso nel 1955: è stato possibile individuare un intero quartiere dell’età di Adriano (117-138 d.C.), costituito da grandi edifici in laterizio a più piani destinati alla residenza intensiva (insulae) con porticati a pilastri su cui si aprivano botteghe (tabernae). Di tali edifici, in uno dei quali era forse lasede del cursus publicus (l’odierna Posta Centrale), non è visibile più nulla.

[4] L’Acquedotto Vergine, voluto da Agrippa che lo inaugurò nel 19 a.C., è l’unico degli antichi acquedotti romani rimasto in uso: le sorgenti che tuttora lo alimentano sono presso l’odierna località di Salone. Il percorso urbano è ben noto: il condotto, in gran parte sotterraneo, usciva fuori terra presso l’odierna via Due Macelli; da qui correva su archi per 1056 m fino alla sua terminazione presso il Pantheon. I resti dell’acquedotto sono riemersi in diverse occasioni sotto l’odierno piano di calpestio: in particolare due tratti di notevole monumentalità, caratterizzati da arcuazioni in travertino, sono tuttora visibili in via del Nazareno e sotto Palazzo Sciarra.

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